Recensioni

6.5

Parlare della musica di Aldo Tagliapietra non è mai cosa facile. Il rischio di cadere nell’ovvio e l’errore di trovare necessariamente riferimenti al glorioso passato prog con Le Orme sono botole pronte ad aprirsi a ogni nota riprodotta e a ogni relativa considerazione. Sembra più giusto, quindi, introdurre il nuovo album del musicista veneto, Invisibili Realtà, con una dichiarazione da lui stesso rilasciata in una recente intervista di poco precedente l’uscita dell’album: «Attualmente credo la musica abbia preso una strada che non mi appartiene, come ha dimostrato anche l’ultimo Sanremo. Noi siamo stati essenzialmente un gruppo di controcultura. Oggi non mi sento di dire che faccio le stesse cose degli anni ’70, la mia musica di oggi è diversa, anche se le radici sono quelle dell’epoca a cui abbiamo accennato sopra».

Nulla di meglio per sgombrare il campo dai polverosi discorsi sulla rinascita del prog e sul suo rapporto difficile con il grande pubblico. A 73 anni Aldo Tagliapietra sceglie di circondarsi di persone nuove e giovani (Andrea De Nardi all’organo Hammond e Minimoog, Matteo Ballarin alla chitarra e Manuel Smaniotto alla batteria) senza nessuna velleità da padre spirituale ma, al contrario, continuando a carpire da esse segreti, dettagli e tecnicismi. Invisibili realtà è figlio di una lunga lavorazione e di un intenso labor limae sui testi, con l’obiettivo primario di creare un album-testimone, un simulacro di un cinquantennio di carriera da trasmettere ai posteri che però non vuole peccare di nostalgia ma fornire strumenti utili per il futuro.

Meno italo-prog de L’angelo rinchiuso e più vicino per certi aspetti (l’utilizzo quasi folk della chitarra e alcune tematiche spirituali) a Nella pietra e nel vento, Invisibili Realtà resta in equilibrio grazie a forze contrapposte: da un lato i riferimenti all’origine della vita e alla ricerca spasmodica della purezza del passato («come onde del mare ci innalziamo sul mondo, come raggi di sole riscaldiamo l’inverno», «vedo nel sorriso del bambino l’innocenza che ho scordato, se ci penso quanti inverni ho già passato»), dall’altro le allusioni all’estinguersi di essa, sebbene in forma molto più velata («lontano all’orizzonte confusi ma liberi, col sudore sulla fronte si riprenda la terra tutto ciò che ci ha donato»).

Sebbene Tagliapietra non abbia ancora molto da chiedere alla sua carriera, decide lo stesso di gettare anima e corpo in una nuova avventura, dimostrando ancora una volta le sue doti di gran timoniere. Il risultato è un disco che non impressiona per freschezza ma che esorcizza il fluire del tempo sprigionando una serenità impagabile: «Quietare la mente è come volare». Chi non aspira a ciò?

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