C’è chi il pop lo ha sempre fatto, chi lo intende come rincorsa a trend spendibili e chi invece ne fa proprio uno state of mind, riassumendo un percorso di sperimentazione, urgenza ed espressione.
In quest’ultima categoria, tra le uscite discografiche del weekend, rientra innanzitutto un duo particolare, Tune-Yards, la creatura nata dalla mente di Merrill Garbus che dagli esordi a base ukulele e pedali, poliritmi e loop, è approdata a una sua definizione di spendibilità, non meno eccentrica, senz’altro ruvida ed elettronica, eppur riscaldata da fiammate funk e da una tradizione canora che attinge a piene mani dalle musiche afroamericane e dalla passionalità dei predicatori. C’è senz’altro una radice r’n’b a legarla a Fiona Apple, e così l’impegno nei testi è terreno comune. A distinguere nettamente i due progetti però è l’arrangiamento che Garbus vuole, qualcosa di meccanico, battente e compresso, e questo in contrasto con il suo intervento vocale, mai alienato, anzi, giocato su un equilibrio tutto instabile tra falsetto e gioioso espettorato, cori vintage soul e contrappunti talking blues. Fernando Rennis è pienamente convinto del disco in sede di recensione, «è un piacere perdersi tra gli spigoli dei suoi brani», e non potremmo esser più d’accordo.
Anche la musica di Serpentwithfeet attinge a piene mani dall’r’n’b e dall’elettronica, e in questo caso più propriamente dal soul. Qui parliamo di influenze 90s e contemporanee, e di un percorso di avvicinamento al pop che coincide con un raffinamento (e compattamento) della formula e con l’approdo a nuovi equilibri. DEACON è un disco che, attraverso la sensualità e la dolcezza, vuol portare conforto a chi sta soffrendo – e proprio come Green To Gold degli Antlers è perfetto per il lockdown – ma non è affatto un lavoro arty, dilatato o escapista. Anzi, Josiah Wise non ha mai avuto tanto da comunicare come in questi brani, e spenderci la tag di “Weeknd-filosofico” non è fargli un torto. Certo non aspettatevi il ritornello sbanca classifiche, ma la spendibilità radiofonica quella sì.
Chi invece alla destrutturazione arty di certo non rinuncia ma si vuole pop pur rimanendo fedele al “non alignment pact” è Jamie Stewart, che per il nuovo progetto degli Xiu Xiu ha pensato a una collezione di duetti (Chelsea Wolfe, Sharon Van Etten e Owen Pallet tra i nomi coinvolti) autoironicamente intitolata OH NO. Per Stefano Solventi il disco se la gioca tra abbandono e psicosi, tra carezza e squarcio, come dire un sound proverbiale per il nostro ineffabile autore che pare maggiormente a suo agio con il lato più improbabile della faccenda, come quella che lo vede spendersi in effusioni al telefono con Angus Andrew (Liars) su una base ibrida e non lontana dai Clash (quelli di Sandinista). E a proposito del mondo Clash: è uscito Assembly, il best of che celebra la carriera solista del Joe Strummer. Tornando alla sensualità di cui sopra e aggiungendo un pizzico di impertinenza, sarcasmo e una produzione “aperta” à la Gorillaz (vedi Views) con più di un flirt con lo swing e una strizzata d’occhio a certa gessata cinematografia d’antan, c’è la next star to be Noga Erez. Questo Kids dovrebbe lanciare l’israeliana definitivamente, o perlomeno annoverarla tra le protagoniste di un’autorialità intelligentemente e spendibilmente pop. Ce lo dirà in sede di recensione Luca Roncoroni.
Svoltando sul rock come con la corrente alternata, se da una parte non ci entusiasma il ritorno dei Tomahawk di Mike Patton, Duane Denison e Co. intitolato Tonic Immobility, dall’altra la svolta “elettro-disco” dei Death From Above 1979 sembra più interessante. Fate conto di sentire Discovery dei Daft Punk suonato da due carpentieri, e più o meno dovremmo esserci con l’idea di base, idea che i ragazzi hanno poi sepolto sotto tonnellate di hard rock (anche con l’accordo stoppato) e distorsioni e punk made in NY. Ma tant’è, rimane comunque l’imprinting della cosa, e c’è pure una ballata con le tastiere dreamy, ovvero Love Letter.
Su un piano più synth-wave, passando per Promises, l’album spiritual jazz di Floating Points e Pharoah Sanders, abbiamo un’altra interessante uscita firmata dai Lost Girls, ovvero il progetto di Jenny Hval attivato insieme al musicista norvegese Håvard Volden. Ad anticiparlo, Menneskekollektivet, la title track di dodici minuti di spoken word su sulfuree note ambientali che ricordano il Badalamenti di Twin Peaks e che trovano un accompagnamento ritmico dagli smalti electro via via più accentuati. Sul finale Hval canta nei registri art pop ai quali ci ha abituati nell’ultima prova The Practice Of Love come, coerentemente, anche lo spoken word faceva già parte delle soluzioni vocali di quel disco (l’opener Lions e la title track).
Anche Christopher Stephen Clark, in arte semplicemente Clark, se la gioca su un piano cinematico tornando con Playground in a Lake sulla Deutsche Grammophon, dopo il lavoro svolto per l’interessante colonna sonora Daniel Isn’t Real. Ancora una volta, strumentazione cameristica ed elettronica sono gli elementi in gioco, questa volta con maggiore focus su archi e taglio folk. Non ultimo Intimate Immensity è l’ultima fatica discografia dei Tomaga, completata poco prima della scomparsa di Tom Relleen, un lavoro strumentale travolgente e di rara bellezza che sintetizza nel modo migliore la lunga ricerca teorica e pratica accumulata in anni di registrazioni e tour (recensione di Massimo Onza).
Per il dettaglio completo degli album del weekend vi rimandiamo alla pagina dedicata.