Fuori dai canoni, sempre sulle insolite linee della sperimentazione. Le idee percussive di Valentina Magaletti non si fermano mai. La batterista di origine barese, ora residente a Londra, ha all’attivo un ampio numero di progetti e collaborazioni, da quella con il compianto Tom Relleen nei Tomaga, ai Raime, fino ai Vanishing Twin e al trio Frequency Disasters con cui si esibirà al prossimo Jazz Is Dead. A Torino, domenica 12 settembre, Magaletti condividerà il palco con Steve Beresford, pianista e compositore inglese, eclettico e bizzarro – che ha militato nei Flying Lizards e ha collaborato con i più grandi del jazz borderline come John Zorn e Evan Parker – e con Pierpaolo Martino, contrabbassista, docente universitario e saggista di musica contemporanea.
Valentina, in collegamento da Londra, ci ha raccontato la genesi del trio: «Steve Beresford è sempre stato uno dei miei idoli. Lo seguo da tanto, è uno dei capisaldi non solo della scena di improvvisazione londinese, ma è stato anche membro di progetti seminali post-punk, un musicista di un’originalità incredibile. Pierpaolo Martino, invece, è un musicista barese, aveva suonato spesso con Steve. L’ho conosciuto tramite Thurston Moore, di cui sono amica. Così è nato il progetto Frequency Disasters. Proporremo materiale non lontano dalle registrazioni ma non ci fermeremo alle strutture: daremo anche libero sfoggio all’improvvisazione».
Il gruppo ha pubblicato un omonimo lavoro su Confront Recordings che, unendo free-jazz, noise, avant-garde e library music, delinea una colonna sonora immaginaria delle opere di autori come P.G. Wodehouse, Jeanette Winterson e Italo Calvino. Le influenze letterarie sono centrali nei movimenti alla batteria di Magaletti: «Sicuramente rientra Jeanette Winterson perché cerco sempre di inserire il lato queer dell’immaginario. E poi c’è tanto Calvino, un visionario: vorrei essere un Italo Calvino della musica, si sposa alla perfezione con i miei ideali».

Per portare avanti i suoi ideali musicali, Valentina ha dovuto lasciare nel 2000 Bari, la sua città di origine: «Ho cominciato a suonare jazz a metà anni 90, dall’hard-bop al bee-bop, nella realtà barese che ruotava attorno a Nicola Conte. Avevamo un gruppo, chiamato “Sestetto nuovo”, con cui ci esibivamo in cover soul-jazz. Nel 2000, dopo una breve parentesi al Conservatorio, mi sono trasferita a Londra: è stato un passaggio graduale, abbastanza razionale in quanto avevo suonato un po’ con tutti a Bari. Una realtà che mi ha dato tanto ma non mi ha stimolato a dovere. Avevo bisogno di trovare nuovi stimoli: è stata la molla che mi ha fatto partire. Appena arrivata a Londra, ho suonato nella Peel Session con John Peel, di lì è stato un susseguirsi di avventure che prosegue finora». Una serie di peripezie che la porterà a fondare, assieme a Tom Relleen, scomparso nell’agosto del 2020, il progetto Tomaga, che fa convergere le armonie di diversi strumenti in uno stile musicale che richiama l’industrial, il jazz, la psichedelia e il minimalismo.
«Io e Tom – racconta Valentina Magaletti – eravamo la sezione ritmica – basso e batteria – degli Oscillation, abbiamo sempre condiviso gusti: ascoltavamo e compravamo gli stessi dischi ed eravamo in linea a livello caratteriale. Collaborare è stato naturale. Il progetto Tomaga nasce dalla noia che derivava dalla scena psych-rock e dalla chitarra, intesa in modo convenzionale con gli stessi accordi e le solite distorsioni. Abbiamo voluto sperimentare con freschezza, senza punti di riferimenti. Ritengo il nostro sound particolarmente originale: non ci sono mai state emulazioni o il desiderio di suonare come qualcun altro. Tom è stato, per così dire, un mio compagno di vita». Un sound che esprime visioni oniriche fra elettronica e minimalismo come si può ascoltare nell’esordio Futura Grotesk del 2014 o nel più recente Intimate Immensity, un percorso raffinato ed eclettico tra aggiornamenti del post-rock, spunti di minimalismo e destrutturazioni avant-dance che offre all’ascoltatore un composito universo di ritmi e armonie visionarie. L’album – raccontava Tom Relllen – traeva ispirazione da un libro di Gaston Bachelars, La Teoria dello Spazio, con i capitoli che trattano argomenti quali “la casa come universo”, nidi, conchiglie, immensità intima, la fenomenologia della rotondità. Negli ultimi mesi, complici i lockdown e l’isolamento forzato, la casa è diventata per ognuno un micro-mondo, un universo a sè stante in cui Valentina Magaletti ha ritrovato una dimensione lenta e meditativa: «Ho avuto sempre un ottimo rapporto con il mio spazio: sono circondata da tutti i miei dischi, dai miei libri. Non ho avuto problemi con l’isolamento: anzi, è stata l’opportunità per una pausa. Ero sempre in giro, lavoravo tanto, è stato bello rimanere a casa».
E di avventure in giro Valentina ne ha avute prima dello stop imposto dalla pandemia. Come quando, nell’aprile del 2017, ha preso parte al Can Project, una rivisitazione in chiave orchestrale della musica del celebre gruppo krautrock. «Fu un’idea di Charles Hayward, batterista dei This Heat, un mio carissimo amico – ricorda Valentina – Mi arrivò una sua mail all’improvviso in cui mi chiedeva di prendere parte a questo progetto a cui lui non poteva partecipare. Mi chiese di sostituirlo suonando le parti ritmiche dei Can. Per me è stato un totogol: ho sempre seguito quel gruppo e il suo drumming. É stato bellissimo condividere il palco con David Conway dei My Bloody Valentine, un altro dei progetti che ha segnato la mia adolescenza, con Steve Shelley e con Malcon Mooney, cantante dei Can. Abbiamo eseguito dei brani da Monster Movie anche se avrei preferito occuparmi di Tago Mago o Ege Bamyasi».
Un altro incontro proficuo e trasversale è quello tra la Magaletti e Nicolas Jaar: i Tomaga, assieme al producer di origine cilena e a Pierre Bastien, già affiliato di Aphex Twin sulla storica label Rephlex, danno vita nel 2019 all’album Bandiera di Carta. Ascoltando le sfumature tra jazz e improvvisazione che avvolgono i brani, sembra che i membri del progetto si conoscessero da sempre, e invece si è trattato di un incontro casuale, come ci spiega Valentina Magaletti: «Non conoscevo Nicolas né la sua musica. Mi arrivò una sua email in cui mi dimostrava apprezzamenti per i Tomaga, mi chiedeva se ci sarebbero state nuove uscite. Lo ringraziai e lo misi in mailing-list. Tom mi fece notare che si trattava di un noto dj e produttore di musica elettronica, mi invitò ad ascoltarlo. Chiesi a Nicolas Jaar se fosse interessato a remissare un nostro pezzo. Poi, mentre ero in Italia in vacanza, il producer cileno ci invitò a Torino per suonare con lui e con il suo gruppo che comprendeva anche Pierre Bastièn».
Insomma, lo spirito della batterista è sempre aperto a collaborazioni e incroci, una mentalità versatile e priva di steccati che sicuramente non combacia con la Brexit. Una totale chiusura del Regno Unito verso l’Europa che non sta facendo, e non farà, del bene alla musica. Valentina vive ormai da tempo a Londra e ha conosciuto da vicino la delusione per il risultato del referendum sulla separazione dell’Inghilterra dall’UE: «Io sono cittadina sia inglese sia italiana: per me non è cambiato molto dal punto di vista burocratico. Ma è stata una gran botta morale. Gli inglesi, negli ultimi anni, non hanno mai smesso di deludermi, e non solo per non aver accettato la recente sconfitta agli Europei. Non c’è collaborazione con l’Europa, sono amareggiata, vogliono proprio la rottura. Girano voci secondo cui sarà più difficile girare in tour perchè ci vorranno documenti specifici. Al momento non ho riscontrato problemi burocratici ma – ripeto – è deludente questo allontanamento».
Per Magaletti quella della Brexit sarà un’altra sfida. Come lo è lavorare, esibirsi, performare come donna nella società attuale, non solo nell’ambiente musicale: «É difficile essere una donna, rapportandosi all’uomo, in qualsiasi contesto. Non c’è nulla da discutere: per avere una voce, essere ascoltate, bisogna rintanarsi nella forza delle minoranze. A Londra, che considero una repubblica, il gender equality ha una voce, ma in altri posti come l’Italia le difficoltà aumentano. Bisogna spostarsi e andare all’estero. A Bari, ad esempio, non sono mai riuscita a far emergere la mia voce». Ma la potenza delle sue idee percussive non è mai restata silente.
Nella nostra pagina festival trovate tutte le informazioni sulla nuova edizione di Jazz Is Dead. Su Sentireascoltare anche la recensione di Intimate Immensity, l’ultimo lavoro dei Tomaga, a cura di Massimo Onza.