Dalla hit di Nicki Minaj e Ice Spice Barbie World a Bittersweet Goodbye di Issey Cross, le playlist estive d’oltremanica (ma non soltanto) sono piene zeppe di brani che utilizzano sample più o meno riconoscibili. Secondo un’analisi diffusa da BBC Newsbeat, una canzone su quattro nella top 40 inglese contiene campionamenti.
Questo dato, suffragato dal sito whosampled.com, comprende anche Paint The Town Red, di Doja Cat (che campiona Walk on By, pubblicata per la prima volta da Dionne Warwick nel 1964), Bou porta dritti nei novanta nella sua Closer rimasticando l’eterea Children di Robert Miles, o ancora Charlie XCX che nel suo brano barbie-sco Speed Drive cita non soltanto Hey Mickey di Toni Basil ma anche Cobrastyle di Robyn. Anche se il caso più buffo rimane la succitata Bittersweet Goodbye: entrata da poco in classifica, la traccia ripropone l’orchestrazione della Bittersweet Symphony dei Verve (era il 1997), a sua volta edificata sull’iconico sampling di The Last Time dei Rolling Stone. Insomma, sembrerebbe esserci una grande fascinazione per il sound dello scorso millennio, soprattutto di stampo 90s. Un modo tutto contemporaneo di scoprire e reimmaginare le hit del passato da parte di una nuova generazione di musicisti, artisti, pubblicitari, influencer… (ricordiamo il “caso” Fleetwood Mac, o ancora Stranger Things e la sua colonna sonora).
Secondo Jayson Greene, giornalista di Pitchfork interpellato da BBC però, le cose sono in parte più interessanti di così.
La sua indagine (pubblicata dal giornale americano) è partita dalle cosiddette “società di edizione musicale”, attività piuttosto nuova che ha preso ancora più piede durante la pandemia. Negli Stati Uniti, due di queste società si sono accaparrate i diritti di decine e decine di brani di artisti leggendari come Bob Marley, Prince, James Brown e Whitney Houston. Jayson ha raggiunto i loro capi e ha scoperto che le aziende hanno da subito cercato opportunità per promuovere questo materiale nella speranza che venisse ri-utilizzato. Se ciò avviene, ovviamente, le società guadagnano in diritti d’autore. Le canzoni vendute ovviamente sono quelle che la gente conosce già: un meccanismo che funziona benissimo nel cervello dell’ascoltatore:
È come se così si andasse a colpire un nodo nel nostro cervello di lucertola che identifica qualcosa che già amiamo. E così quella canzone ti sembra più interessante di qualcosa che non hai mai sentito prima. Questo è un bene per gli affari, ma potenzialmente meno vantaggioso per la creatività. Siccome tutti li conoscono già… nessuno deve lavorare per introdurre una nuova entità, una nuova voce
Jayson Greene
Un vero e proprio modo di capitalizzare la retromania attraverso acquisizioni e campagne marketing ad hoc, orchestrate da compagnie più simili a etichette discografiche o agenzie promozionali che a case editrici detentrici di diritti. L’articolo di Greene è apparso su Pitchfork ad aprile di quest’anno.