Da quando il Festival ha aperto le porte a band e progetti provenienti dal mondo (para)indie italiano, si è assistito a un progressivo assottigliamento di confini ritenuti una volta invalicabili. La “sanremizzazione” è, in realtà, un processo di cui hanno saputo beneficiare in molti: Colapesce e DiMartino in primis, ma anche i Pinguini Tattici Nucleari e, certo, La Rappresentante di Lista. Se l’idea era quella di utilizzare il palco dell’Ariston e il prime time televisivo come cavallo di Troia per aprirsi a un pubblico e a un grande gioco in cui la distinzione tra underground e mainstream si confonde fino ad annullarsi del tutto nel nome dell’ecumenismo pop, le varie Ringo Starr, Musica Leggerissima e Ciao Ciao hanno avuto non solo un’ indubbia utilità per i loro autori, ma anche un senso di esistere a prescindere da essi per come sono diventate di pubblico dominio, come Sanremo impone.
Tutto questo per dire che in sé non ci sarebbe niente di male in Cuoricini, riconoscibile già dal primo ritornello come il tormentone indiscusso e implacabile dell’edizione 2025, e che c’è una certa coerenza di fondo nel percorso che ha portato qui i Coma_Cose attraverso le precedenti Fiamme negli occhi (2019) e L’addio (2023). In linea con la svolta iper-radiofonica dei precedenti singoli Malavita e Posti vuoti, la coppia formata da Fausto Lama e California si presenta con una canzoncina ultrapop facile facile che risponde a una precisa idea di Sanremo: quello nazional popolare dei Ricchi e Poveri.
Con un look curatissimo e massimalista che omaggia i personaggi di Tim Burton, i due mettono ancora una volta in scena la loro sit-com personale tenendosi (ovviamente) per mano, cantando stavolta di un amore in crisi al tempo dei social (“un divano e due telefoni è la tomba dell’amore”), tra già sentiti richiami all’”ansia” (tema ormai super abusato dai summenzionati tormentoni “indie” precedenti), versi che puntano al meme (“almeno un kiss, please”) e autocitazioni (“quegli occhi sono due fucili”; ma non erano fiamme?).
I richiami agli anni ’80 di Moroder e Rettore così come a certi Baustelle (via Pulp, certo – ma in effetti Disco 2000 non omaggiava la Gloria dell’Umbertone nazionale?) sono palesi, passando per il Vasco tamarro di Replay e la Nannini; al netto di una costruzione armonicamente difettosa e macchinosa (il bridge che porta al chorus in anticlimax discendente), quello che resta alla fine è un ritornello appiccicosamente insopportabile – che nel pop sarebbe anche un bene, eh – da cui non uscirà nessuno vivo. Nemmeno i Coma_Cose, la cui sanremizzazione fagocitante è, come non è stato per altri, l’evoluzione/involuzione di un progetto che ai suoi esordi, pur nella sua esilità, suscitava almeno un po’ di tenera simpatia. Adesso sono solo “cuoricini” da mettere sotto le loro canzoni (anche troppo) leggerissime.