I nuovi anni 20 vanno avanti – oppure indietro? – e nella frammentazione di proposte, nella velocità ormai a serrata cadenza settimanale con la quale si succedono (tanto che any given Friday sembra annientare il precedente), qualsiasi classifica se presa singolarmente non può che essere una semplice serie di segnalazioni personali. QUESTA È UNA CLASSIFICA PERSONALE, disclaimer per chi passando al volo sui social la dovesse sbagliare per la classifica ufficiale di SENTIREASCOLTARE – è già successo ad altri collaboratori, a conferma che la confusione di cui sopra impera, nella fruizione dei dischi e nella fruizione degli scritti di chi ancora scrive di musica, e viene così amplificata in un’esplosione di caos nel caos nel caos. Non ci può essere a prescindere pretesa di rilevanza nel recap di una ventina di titoli, quindi tanto vale ricordare quelli più apprezzati e amen, né avrebbe senso parlare di ordini di gerarchia, vista l’eterogeneità dei dischi ascoltati nell’arco degli ultimi mesi e l’impossibilità di metterli tra loro a paragone (in tale accezione, i voti hanno un peso reale? Forse no). Per dare però dei numeri, mi sono piaciuti davvero almeno un centinaio di dischi, circa due quinti di questi sono finiti spesso in loop di play. Molti altri potremmo persino (ri)scoprirli negli anni a venire, e negarlo sarebbe barare, perché è ormai utopico seguire le uscite in maniera esaustiva e in presa diretta, anche per quanti lo facessero full time. Tutto qui e ora, in questo flusso continuo di dischi e stimoli, dal quale è probabilmente più arduo che mai riuscire a spiccare. Lynch direbbe di scendere in acque profonde per pescare quanto di più forte e puro.
Il segno sull’attualità per me lo ha lasciato subito, a gennaio, il doom metal strumentale e afro-futurista del duo Divide And Dissolve, formato da musiciste di origini cherokee e maori, schierate contro la supremazia del colonialismo bianco e a favore della preservazione della natura. Splendido paradosso, esprimere simili concetti senza fare (quasi) mai uso delle voci. Takiaya Reed e Sylvie Nehill si affidano infatti a chitarra, batteria e sassofono e ribollono influenze classiche e avant-jazz. Tutto ciò avviene nel loro terzo ed esplosivo album Gas Lit, prodotto da Ruban Neilson (Unknown Mortal Orchestra) e sottoposto successivamente ai remix di Chelsea Wolfe e Moor Mother. Se Divide And Dissolve parlano, anzi urlano, senza fare ricorso alle parole, Pauline Anna Strom – pioniera del sintetizzatore, scomparsa alla fine del 2020 – guardava attraverso la musica sebbene non vedente sin dalla nascita, in sospensione fra la riconnessione ai propri avi e scenari futuristici. Il postumo Angel Tears In Sunlight, il suo primo lavoro di materiale inedito da un trentennio a questa parte, composto nel suo appartamento, in compagnia delle sue iguane, proietta in note le visioni lussureggianti della sua mente, tra fantascienza e new age, ambient e psichedelia. Da efficace comunicato stampa, «un osservatorio celeste di mosaici fonici terrestri».
Sempre sul fronte strumentale, sempre parlando di sintetizzatori, John Carpenter – ormai in compagnia fissa del figlio Cody e del figlio acquisito Daniel Davis – prosegue con Lost Themes III: Alive After Death a sonorizzare immaginarie pellicole horror (per quanto in questo 2021, più attivo che mai, abbia realizzato persino una colonna sonora vera e propria, quella per Halloween Kills di David Gordon Greene). Elettronica creepy e chitarre filo-metal, oltre a divagazioni kraut e un tocco di prog sinfonico, ed ecco servita l’irresistibile parata di morti viventi, spettri piangenti, vampiri, scheletri e via discorrendo. Marchio di fabbrica di se stesso marchia a fuoco anche noi, pronti per l’Inferno in Terra. Horror sono anche gli scenari evocati da La Morte Viene Dallo Spazio, quintetto gravitante attorno al nucleo dei Giöbia, nel secondo album Trivial Visions: un ruspante b-movie free form a suon di heavy metal, space rock e dark ambient, la cui trama prevede in teoria tanto misticismi primordiali quanto piogge incandescenti di oggetti volanti non identificati. I Godspeed You! Black Emperor di G_d’s Pee AT STATE’S END!), settima tappa del post-rock più epico in circolazione da quasi un trentennio, guardano dritti-dritti nell’orrore, quello che viviamo giorno dopo giorno nell’apocalisse sociopolitica. Il collettivo canadese è alle prese strumentali con suite in più atti e brani più concisi, quando noise quando avant, per regalarci una “soundtrack of our times” e porgerci un fiore mentre gli stati crollano, l’umanità per come l’abbiamo conosciuta è fallita e non resta che la speranza post-distruzione. Obiettivo: «Cessare le guerre eterne e tutte le altre forme d’imperialismo».
Improvvisazione, OK, ma anche forma-canzone. Allora, voto in assoluto CARNAGE di Nick Cave & Warren Ellis, al primo album assieme, al di là del comune lavoro nei Bad Seeds e nel campo delle colonne sonore (l’ultima delle quali, la recente La Panthère Des Neiges). Quarto capolavoro di fila per Cave, carneficina di disco per questa carneficina che è il mondo attuale, dopo la bruciante spiritualità del più etereo Ghosteen. Cave ha parlato di «un disco brutale annidato in una catastrofe comune», scritto durante il lockdown. Sperimentale e comunque sia materico nel sound, che si nutre di elettricità, archi e pulsazioni digitali, con deviazioni schizoidi nel post-punk, nell’hip hop, nel gospel. Visionario in testi che si perdono romanticamente tra strade, boschi e corsi d’acqua, ma portano l’inquietante peso di minacciose mani di dio, dell’immobilità e di un passato perduto, del razzismo degli Stati Uniti e della pazzia – anche meravigliosa ed elevante verso la bellezza – appostata dietro l’angolo.
Parlando di songwriting, mi è piaciuto Change di Anika, secondo album da solista in parallelo all’avventura con gli Exploded View. Lei, novella Nico dell’indie contemporaneo, algida e confessionale, sempre misteriosa, volteggia tra spoken e cantati, post-punk che più nero non si può e influenze trip hop, in controllo, anche troppo, e forse per questo ancora più statuaria e magnetica. Insistendo su territori perlopiù cupi, gli esordi di MØAA (all’anagrafe Jancy Rae) e KOKO (Costanza Delle Rose dei Be Forest on her own) sono due gioielli di new wave e dream pop: Euphoric Recall, nato nella foresta di Seattle e portato a termine a Venezia, è un risveglio sulle tonalità del notturno, enigmatico, neo-gotico, onirico (e il nuovissimo singolo Jaw fa ben sperare per i prossimi sviluppi); Shedding Skin è un cambio di pelle folkie da incantesimo, minimale con coraggio, fantasmaticamente intimista. Ecco, rimanendo in Italia, se geo-localizzarsi ha ancora un senso, non posso nominare tutti/e quelli che vorrei. Ci sono due musiciste che hanno finalmente pubblicato il loro primo album solistico dopo anni e anni di esperienza in rilevanti contesti di gruppo: Serena Altavilla (Baby Blue/Blue Willa, Mariposa, Solki) ha srotolato la sua incredibile voce una canzone via l’altra nel noir pop di Morsa, dove condensa eleganza e nevrosi, art punk, tradizione melodica e sperimentazione con il supporto in fase di produzione artistica di Marco Giudici, mentre Rachele Bastreghi (Baustelle) ha fatto esplodere tutto il suo mondo espressivo in Psychodonna, composto durante serate di visionaria insonnia nel proprio studio casalingo e prodotto con Mario Conte, in un tributo alla confusione da intendersi come creatività lasciata libera di spaziare dal pop barocco all’electroclash. E poi ci sono i Bachi da Pietra, divenuti nel frattempo trio, che con Reset scavano soluzioni inedite, nel loro disco più accessibile nel sound, che dal blues metal sfiora il pop, eppure al solito e più del solito caustico, persino nel rapportarsi alla musica e alla realtà dei musicisti, imperdibile per noi che viviamo in questo Paese nonostante il nazionalpopolare ci abbia sempre fatto cagare (cit.). A dir la verità, alle nostre latitudini l’annata è stata ottima, con l’elettronica applicata al cantautorato di Cristina Donà in deSidera e quella dance oriented di Jolly Mare in Epsilon, oppure con le sperimentazioni concettuali e sonore di Nicola Manzan (La città del disordine) e Martina Bertoni (Music For Empty Flats).
Italiani di origine ma internazionali a ogni effetto sono Not Waving (Alessio Natalizia) e Alessandro Cortini, che hanno siglato due intriganti dischi elettronici, How To Leave Your Body e SCURO CHIARO: il primo, con i featuring al microfono tra gli altri di Marie Davidson e Mark Lanegan, ha trasposto la sua techno allo stato della spiritualità con un’ode all’amicizia, un rigenerante balsamo per le perdite della vita che avanza per rifrazioni di dream pop astrale e trance psichedelica; il secondo ha ribaltato le regole del chiaroscuro, soffermandosi a riflettere sui contrasti e sul disorientamento causato dai mutamenti, creando lo strumento su misura Strega per i suoi paesaggi sintetici analogici e fortemente emotivi, ora ombrosi ora talmente luminosi da accecare. Di dimensioni altre, sempre in chiave elettronica, si può parlare anche per il debutto di Domingæ (nuova identità per la leader dei cileni Föllakzoid, che in Æ racconta di rinascita in nuove forme e del «processo di disimparare e disinstallare software creativi precedentemente stabiliti» per mezzo di un’ambient da club minimale e circolare, neopagana ed esoterica) e per il debutto di Koreless (producer gallese già collaboratore di FKA twigs, che in Agor ha spalancato con carisma e precisione chirurgica le sue porte della percezione su cadenze house, synth come onde d’acqua, musica classica contemporanea e retaggi sci-fi mutuati da J. G. Ballard nel pensare alla manipolazione del tempo e al rapporto tra violenza e rallentamento).
A Ballard, oltre che a Mark Fisher, Anna Kavan e vari altri, guardano pure gli inglesi Squid, esordienti con Bright Green Field che, insieme a black midi e Black Country, New Road, pur diversi fra loro, hanno tenuto alta la bandiera del post-punk più colto e cerebrale. Il loro disco, prodotto da Dan Carey, l’ho trovato fra i tre sulla lunga distanza il più fresco e ricco di idee: post-punk, dunque, ma sommato a nevrosi funk, field recording di campane da chiesa rintoccanti, cori distorti, archi e fiati, la partecipazione di Martha Skye Murphy che evade dal punto di vista narrativo imposto dai copioni maschili, il titolo e l’artwork pastorale che si infrangono contro la distopia per creare uno scenario urbano immaginario. Altre band che nomino volentieri sono vecchie certezze come Liars (l’irrequieto Angus Andrew è tornato in gran forma con The Apple Drop, trasportando a sua detta gli ascoltatori «attraverso una cavità spaziotemporale» di pathos art-rock che gode di ricchi, cinematografici dettagli d’arrangiamento) e Low (HEY WHAT, altro lavoro perfetto prodotto ancora una volta con BJ Burton, è calda anima slowcore che viaggia tra levitazioni gospel e disturbanti interferenze digitali). Infine, per la serie “unioni imprevedibili”, opto per Converge & Chelsea Wolfe (al loro ulteriore fianco, Ben Chisholm e Stephen Brodsky), titolari di un album maestoso che nelle reazioni non ha suscitato mezze misure. Sì, perché Bloodmoon: I fa crossover sui rispettivi background, tra hardcore e melodie vagamente pop, metal, blues e goticismi assortiti che si rispecchiano in testi da incubo guidati, appunto, da satelliti gocciolanti sangue e ascendenti verso paradisi, anzi inferni, di roboante matrice heavy fantasy.
Ci sarebbe tanto altro, ovviamente: ho trovato sorprendenti, in modo opposto, sia l’imponente «suite sull’oscurità della morte e sulla luce dall’altra parte» targata The Besnard Lakes sia l’esordio intimo, crudo ed essenziale di Indigo Sparke, per esempio. Mi limito a indicare come bonus almeno una colonna sonora, Spencer (Original Motion Picture Soundtrack) di Jonny Greenwood (non l’unica da lui firmata quest’anno), mix di musica classica e free jazz che rispecchia perfettamente il ritratto interiore dell’omonimo film di Paolo Larraìn, dall’horror delle partiture più formali alla pura, liberatoria trascendenza ottenuta improvvisando a briglie sciolte. A proposito, il film sarebbe anche il mio preferito dell’anno, nell’appendice senza pretese sulle visioni, ma in Italia uscirà ad anno nuovo. Un po’ come accaduto circa dodici mesi fa a Promising Young Woman. Altrimenti, potrei scegliere gli ingegnosi horror Censor o Saint Maud: il primo da noi (ancora) mai giunto, il secondo distribuito all’estero in sala nel 2020 e da noi on demand soltanto a partire dalla primavera 2021. Almeno questo problema, relativo alle uscite in auspicale contemporanea mondiale, nella musica sembrerebbe archiviato, anche grazie alle piattaforme streaming. Piattaforme di streaming che hanno accolto direttamente The Green Knight, per dire. Che si tratti di dischi o film, fatto sta che, per ricollegarsi al discorso iniziale, queste classifiche-liste di fine anno diventano sempre più mappe di esperienze di ricezione del tutto individuali, condizionate dal gusto e persino da variabili esterne. In attesa di una transizione.
Top 20 album
- Serena Altavilla – Morsa
- Anika – Change
- Bachi da Pietra – Reset
- Rachele Bastreghi – Psychodonna
- John Carpenter – Lost Themes III: Alive After Death
- Nick Cave & Warren Ellis – CARNAGE
- Converge & Chelsea Wolfe – Bloodmoon: I
- Alessandro Cortini – SCURO CHIARO
- Divide And Dissolve – Gas Lit
- Domingæ – Æ
- Godspeed You! Black Emperor – G-d’s Pee AT STATE’S END!
- KOKO – Shedding Skin
- Koreless – Agor
- Liars – The Apple Drop
- Low – HEY WHAT
- MØAA – Euphoric Recall
- La Morte Viene Dallo Spazio – Trivial Visions
- Not Waving – How To Leave Your Body
- Squid – Bright Green Field
- Pauline Anna Strom – Angel Tears In Sunlight
Film
- Pablo Larraín– Spencer
- Prano Bailey-Bond – Censor
- Rose Glass – Santa Maud (Saint Maud)
- David Lowery – Sir Gawain e il Cavaliere Verde (The Green Knight)
- Emerald Fennell – Una donna promettente (Promising Young Woman)
- Valdimar Jóhannsson – Lamb (Dýrið)
- Michael Sarnoski – Pig
- Pablo Agüero – Il sabba (Akelarre)
- Paul Verhoeven – Benedetta
- Alexandre Aja – Oxygen (Oxygène)
Serie, miniserie e serie antologiche
(prime stagioni o autoconclusive)
- Mike Flanagan – Midnight Mass
- Niccolò Ammaniti – Anna
- Leigh Janiak – The Fear Street Trilogy
- Nick Antosca & Lenore Zion – Al nuovo gusto di ciliegia (Brand New Cherry Flavor)
- Aaron Guzikowski & Ridley Scott – Raised by Wolves
- Pablo Larraín– La storia di Lisey
- Neill Blomkamp – Oats Studios
- Baltasar Kormákur & Sigurjón Kjartansson – KATLA
