Anna von Hausswolff, 2016

Migliori album del 2018. La classifica di Valerio Di Marco

Parallelamente alle analisi delle classifiche musicali di alcune delle più importanti testate musicali procediamo con le considerazioni e le classifiche dei nostri collaboratori. Valerio Di Marco ragiona sul rock & chitarre, la trap e Corinaldo e oltre. Tra le sue preferenze dell'anno anche Dead Can Dance e Tim Hecker

Su SA trovate le classifiche personali di Marco Boscolo, Tommaso Bonaiuti, Marco Braggion, Beatrice Pagni, Davide Cantire, Fernando Rennis, Elena Raugei, Riccardo Zagaglia e Stefano Solventi, e un’analisi di quelle pubblicate da altre testate come The Line Of Best Fit, Pitchfork, FACT, Billboard USA, COS, Quietus e NPR.

Un amante del pop/rock che abbia una pur leggerissima predilezione per la seconda voce della combo è portato quasi per inerzia a valutare un disco, una band, un’intera annata sulla base di un indice che segnala le chitarre rilevate. Ma mai come quest’anno la lancetta ha indicato riserva. Cercavamo le chitarre, ma le chitarre è da quel dì che se ne sono andate. Qualcuno diceva che nel mondo ci sarà sempre un ragazzino che nel buio e umido di qualche scantinato ne imbraccerà una, ma ormai sembra che non solo le chitarre ma anche gli scantinati stiano passando di moda: meglio il tepore di una cameretta per sbizzarrirsi con preset e autotune vari. Dove ti giri trovi infatti rapper, trapper, imberbi avventurieri del bedroom pop, nuove leve del contemporary R&B e smanettoni vari in età adolescenziale che fanno e disfano coi suoni digitali con la facilità con cui un giocatore navigato di poker si gingilla mischiando le carte prima di iniziare una partita. Del resto, basta leggere le classifiche di Spotify appena pubblicate sulla musica più ascoltata in Italia nel 2018.

Neanche le tragedie accadono più ai concerti rock, ma ai raduni trap o al limite agli show delle stelline neo-soul. Quanto successo a Corinaldo poco prima dell’esibizione di Sfera Ebbasta è terribile, e sarà la magistratura a stabilire colpevoli e negligenze – se ce ne sono state. Certo però sarebbe a): patetico; b): poco leale da parte nostra sfruttare l’accadimento per criminalizzare un intero genere musicale – la trap, appunto – che la maggior parte di noi, per ovvie ragioni anagrafiche, non può comprendere o da cui non si sente rappresentata. Di certo alcune letture del fenomeno che molti ne stanno dando adesso che c’è scappata la strage peccano di superficialità nel momento in cui lo additano come un filone iper-individualista, specchio dei tempi senza valori, senza etica, senza politica e senza solidarietà sociale in cui viviamo. Non è che i grandi del passato fossero tutti De Andrè o i Jefferson Airplane. Volevano forse cambiare il mondo i Sex Pistols? O i Led Zeppelin? E poi attenti a parlare di mancanza di valori, di isolamento esistenziale degli adolescenti di oggi amanti di Gue Pequeno e Dark Polo Gang. Tra le tante testimonianze dalla tragedia abbiamo letto anche bellissime storie di ragazzi che tornavano indietro ad aiutare i loro amici invece di pensare unicamente a salvare il proprio sedere. E le periferie delle grandi città italiane sono piene di comitive di 14/15enni che – insieme – ascoltano musica, si muovono per le strade, scoprono il mondo. Non è vero che non esistono più gli spazi – piazze, parchi, giardini, ecc. – di condivisione, e non è vero che questi ragazzini vivano ormai solo sui social, che non vi sia tra loro incontro, condivisione, comunanza, solidarietà, senso d’appartenenza.

Ma torniamo alle chitarre. Ce ne lamentiamo per l’assenza ma non è che siano tutto, in fondo basta che la musica sia buona. Tanto per fare due esempi: il disco più oscuro, misterioso, magnetico degli U2 è stato probabilmente Zooropa, dove le chitarre furono lasciate quasi del tutto fuori dalla porta dello studio, al punto che The Edge poté concentrarsi in larga parte sulla produzione; e i Depeche Mode: fu solo con quel Songs Of Faith And Devotion il quale – ricorderete – si apriva col bluesaccio allucinato di I Feel You, che si rifecero una verginità in ambito synth-rock, ma – appunto – chi nasce tondo non muore quadrato e quindi, nella fattispecie, chi nasce elettronico non potrà mai mettersi a fare musica totalmente hand-played (Zooropa, Songs Of Faith And Devotion….toh, senza volerlo abbiamo citato due dischi del 1993, anno che in questo 2018 abbiamo celebrato con la nostra serie di articoli “25 e non sentirli“. Quando si dice la fedeltà alla linea editoriale…). Quindi, se nel leggere il nostro consueto editoriale del venerdì vi sembra ogni volta che il paragrafetto “band con chitarre” si restringa sempre di più e vi costringa a strizzare gli occhi alla faticosa ricerca di quelle righe che – pensate – vi salveranno la settimana, non disperate: è normale. Basta accettare il fatto di essere fuori dal tempo, come cantavano i Bluvertigo, un po’ alla maniera di Michael J. Fox in Ritorno al futuro II, quando il ragazzino nella sala giochi nostalgica degli 80s, alla vista di lui alle prese col videogame corredato da pistola a raggi infrarossi gli diceva: “Bisogna usare le mani? Allora è un gioco da bambini!”.

Le mani, ecco. Quelle che nel 2018 hanno manipolato in modo credibile le sei-corde sono in gran parte da inscrivere nell’alveo di un revival indie-rock fine anni Ottanta/inizio Novanta parecchio fine a se stesso. Lievi le tracce lasciate dai pur bravini Jo Passed, RVG e Forth Wanderers. Al netto degli Speedy Ortiz, che invece sono stati gli unici a saper declinare la lezione di Pixies e affini in una proposta davvero fresca e originale con il loro Twerp Verse. Quindi ci chiediamo: sono ancora in grado di sorprenderci, le chitarre? È un codice ancora accettato oggi, agli sgoccioli degli anni Duemiladieci? Gli appassionati dei Queen che hanno apprezzato Bohemian Rhapsody, il biopic sulla band inglese arrivato nelle sale italiane a fine novembre, diranno sicuramente di sì. Ma, con tutto il rispetto, ci si può affidare alla figura carismatica ma museale di un Freddie Mercury per perorare la causa del rock ai giorni nostri? Il rock rischia l’estinzione anche perché continuamente banalizzato da chi – per calcolo, semplicismo, ignoranza – ricorre sempre più spesso ai suoi cliché. Si muore (anche) di luoghi comuni.

Luoghi comuni che Anna von Hausswolff ha invece evitato come la peste col suo estatico quarto album, intitolato Dead Magic. Lì di chitarre ce ne sono eccome, solo che usate come pasta cementizia a tenere insieme i mattoni di un muro di suono molto più ampio e complesso che oscilla tra drone, noise e doom metal, ma è a prova di terremoto. Anzi è lui il terremoto. E allora litri d’inchiostro (vabbè, facciamo chilometri di pixel) spesi a parlare di fine del rock, per quanto indubbiamente fondati, risultano prolissi, discorsi da quarantenni bolsi e nostalgici, tromboni da tastiera per cui – nella migliore delle ipotesi – i Radiohead sono ancora l’avanguardia. La Von Hausswolf dimostra che forse qualche speranza, noi rockettari, ancora ce l’abbiamo. E ci dà anche l’opportunità di guardare al lato femminile della faccenda grazie alla ciurma di cantautrici che in questo 2018 ne hanno combinate di belle: Julia Holter, con il suo biblico, oscuro e cacofonico Aviary, ci ha regalato un’opera “anticiclica” come una manovra di bilancio keynesiana in tempi di austerity. Un disco che dire difficile è usare un eufemismo, un lavoro quasi minaccioso nella sua lunghezza e complessità, da approfondire e apprezzare lentamente (se ne avrà la pazienza?) per via dei suoi rimandi “alti”, dalla musica sacra al teatro alla poesia agli scritti medievali. Un’opera avant-pop che forse mal si sposa con l’epoca attuale fatta di ascolti mordi e fuggi consumati con la velocità di un click ma che forse proprio per questo è destinata a restare; poi abbiamo tUnE-yArDs, al secolo Merril Garbus, un’altra David Byrne (a proposito, deludente il suo American Utopia) al femminile che ha confermato le sue enormi qualità con I Can Feel You Creep Into My Private Life; e ancora, Soap & Skin, con il bel From Gas to Solid / You Are My Friend. Ma la migliore è sempre lei, Eleanor Friedberger, che ai tempi dei Fiery Furnaces non facevamo così brava e che invece da solista tira fuori sempre bei dischi: stavolta magari il suo Rebound non è all’altezza del precedente A New View ma, insomma, da quando «Eleanor put her boots on» – come le suggeriva il suo ex compagno Alex Kapranos nel celebre brano dei Franz Ferdinand – la Nostra non s’è più fermata. Brave anche Anna Calvi in versione dea (della caccia, ovvio), con il suo Hunter, e le U.S. Girls, a cui hanno “scippato” il premio di miglior disco canadese dell’anno – per il loro In A Poem Unlimited – all’ultima edizione del Polaris Prize.

Si chiama invece Girls Names, ma non è una band di ragazze, la formazione post-punk nordirlandese che guida la schiera di band che, seppur affermatesi tra la fine dello scorso e l’inizio del presente decennio, hanno finito per affezionarsi un po’ troppo alla consueta formuletta che ne ha fatto le fortune. Nel loro caso, quella di The New Life, il loro capolavoro risalente a cinque anni fa, ripetuta  – pur con tutte le varianti del caso – in Stains On Silence. Più o meno lo stesso discorso vale per Get Well Soon, con il suo Horror, Beach House (7), A Place To Bury Strangers (Pinned ) e Car Seat Headrest (Twin Fantasy).

Molto meglio i ritorni di alcune pietre angolari targate (principalmente) 90s come Smashing Pumpkins, con il loro Shiny And Oh So Bright, Vol. 1 / LP: No Past. No Future. No Sun, Suede (The Blue Hour), Spiritualized (che hanno chiuso baracca con And Nothing Hurt) e soprattutto Low, che hanno fatto il piccolo miracolo di aggiungere una perla (Double Negative) alla loro discografia pur avendo sul groppone il peso di un quarto di secolo di attività. Molto più di un quarto di secolo hanno invece i riferimenti dei Cavern Of Anti-Matter: straordinario il loro Hormone Lemonade, che pur con il suo poco originale carico di rimandi a Kraftwerk, Neu!, è stato eccelso.

Che poi, se morte del rock dev’essere, che almeno sia dolce. E per morire sereni, niente è meglio dell’abbraccio di Dionysus, l’ultimo disco degli eterni Dead Can Dance, un’opera che è quanto di più prossimo all’apoteosi dello spirito. Sapiente il mix di sonorità mediorientali e aborigene del sud-est Pacifico. Un lavoro anche migliore del pur eccellente Anastasis dato alle stampe sei anni fa. Splendido è stato anche Merrie Land, l’ultimo approdo di The Good, The Bad And The Queen. Perché da più di venticinque anni, in Inghilterra c’è qualcuno che in tutte le sue incarnazioni (gruppo originario, album da solista e side-project vari tra cui anche una fake band “cartonata”) ci regala ogni volta bellezza a profusione, e quel qualcuno è Damon Albarn. Peccato che, in tema di brit-pop e affini, molti si ostinino a esaltarsi per ogni scoreggia dei cinque di Oxford (ancora loro, ma niente di personale eh…) o si gingillino per la milionesima volta coi due dischi in croce davvero validi che i due fratellacci di Manchester hanno dato dato alle stampe prima di separarsi.

Dai Blur ai Pavement il passo è breve (lo sapevate, sì, che gli autori di Parklife hanno sempre avuto un’adorazione per la band californiana che inventò il lo-fi?). Il 2018 è stato l’anno del settimo album di Stephen Malkmus con i Jicks, Sparkle Hard, bello davvero. Per il resto si segnalano, tra i cantautori, l’ennesimo grande disco di Kurt Vile (che se avesse dato una sforbiciata alla durata di qualche brano, parleremmo di Bottle It In come di un capolavoro), Mount Eerie (un disco in studio, Now Only, e un live, (after), entrambi con al centro – ancora una volta – il tema della morte della moglie) e Tim Hecker, che cantautore non è ma che col suo Konoyo ha ridefinito, seppur senza stravolgerli, i canoni ambient/drone. Infine, in ambito psych, gradite le (ennesime) conferme di Brian Jonestown Massacre (Something Else) e Oh Sees (Smote Reverser). E poi – cavolo!, ce lo stavamo quasi dimenticando – come non menzionare quel genietto di Ruban Nielson, che con i suoi Unknown Mortal Orchestra quest’anno ha dato alle stampe non uno ma due album: l’esaltante Sex & Food e il meno vibrante ma comunque ottimo IC​-​01 Hanoi  lavoro interamente strumentale, dal taglio sperimentale e registrato in Vietnam con tanto di strumenti e musicista locali.

Sul fronte italiano, invece, quest’anno la congiuntura ci ha portato Cosmo, che con il suo Cosmotronic ha sfidato le leggi della gravità ridando dignità all’elettropop da pista da ballo. E Calcutta, il “populista” (ma un populista buono) del nuovo cantautorato italiano, che con il suo Evergreen ha sfondato i tetti dei palasport per approdare prima allo stadio della sua Latina e poi all’Arena di Verona con le uniche due date estive del suo tour. Che poi ci si stupisce se la gente lo vot…ehm…lo ascolta: Calcutta parla, anzi canta, alla pancia della gente, usa musica e linguaggio semplici ma efficaci. Riuscireste voi a sintonizzarvi in modo così naturale con le viscere del paese? L’unico che ci ha provato è stato Paletti, che magari non sarà Super come il titolo del suo disco, ma con Socrates in copertina puoi fare quello che vuoi.

Tutto il contrario dei Dead Cat In A Bag (sì, sono italiani, seppur solo di passaporto e non certo per l’estrazione musicale votata, al contrario, all’internazionalismo e alla contaminazione più spinti), band dalle trame complesse, articolate, sopraffine, ma non per questo radical chic. Il loro Sad Dolls And Dirty Flowers, per chi scrive, è il disco italiano dell’anno, non ce ne vogliano i cantautori tutti uguali tra loro. Una spanna sotto, Maledette Rockstar dei Maisie: disco anarchico, irriverente, geniale, ozioso, disordinato, irritante, spassoso, molesto, scanzonato, spudorato, insolente, rétro, indelicato, oltraggioso, prolisso, nazional-popolare. Vi sembrano troppi aggettivi e in contraddizione tra loro? Ascoltate il disco e diteci se ci trovate un filo logico. Ma soprattutto, serve un filo logico quando l’arte fa così bene quello che deve fare, ovvero disturbare (ah ecco, aggiungiamo anche che il disco è disturbante)? Il terzo gradino del podio spetta ai Calibro 35: Decade farebbe pensare a un best-of ma basta spostare un accento e non solo la parola diventa un verbo ma il disco diventa d’inediti, e che inediti! Una band che ingiustamente viene etichetta come revival delle colonne sonore del cinema poliziottesco anni ’70 (un po’ come quanto accade ai romani La Batteria), e invece se li ascoltate bene vi accorgerete che meritavano di stare sì nei Settanta ma per giocarsela alla pari con Banco, Le Orme e PFM.

Per il resto, il 2018 è stato l’anno del ritorno degli One Dimensional Man, con You Don’t Exist, nonché del comeback di Giorgio Canali, con le sue Undici Canzoni Di Merda Con La Pioggia Dentro (e, aggiungiamo, Piove, Finalmente Piove è il brano dell’anno). Ed è stato anche l’anno in cui i Baustelle hanno portato a termine il dittico L’Amore e La Violenza con il vol.2 che se questo è un disco di scarti, ben venga avere «un bidone della spazzatura al posto del cuore» (cit. Buffon). E poi ci sono i sempre granitici e affidabili Zen Circus, con il loro Il Fuoco In Una Stanza, e i ragazzi de Il Muro del Canto, che sono sì portatori sani di romanità, ma con L’Amore Mio Non More sono usciti definitivamente dal perimetro del Grande Raccordo Anulare. Stesso discorso per i Bud Spencer Blues Explosion, che magari più che a Testaccio o alla Magliana hanno sempre guardato al Delta del Mississippi ma il loro Vivi Muori Blues Ripeti è opera più che degna.

Bello anche il disco d’esordio omonimo dei Dunk, supergruppo formato dai fratelli Ettore e Marco Giuradei, Luca Ferrari dei Verdena e Carmelo Pipitone dei Marta sui Tubi, ai quali si è poi aggiunto – ma solo per i live autunnali – Riccardo Tesio dei Marlene Kuntz. E come al solito, splendido il disco dei Giardini di Mirò, Different Times, pubblicato a fine novembre, a sei anni dall’ultimo Good Luck e a quattro da Rapsodia Satanica, sonorizzazione dell’omonimo film muto del 1917 diretto da Nino Oxilia. E ancora, giusto in tempo per essere inserito in classifica, visto che è uscito in coda d’anno, non si può non segnalare Go Go Diva, il terzo lavoro de La Rappresentante Di Lista. Sorprendente, ancora una volta, il mix tra le sonorità eteree dell’ensemble e le abnormi qualità canore/interpretative (vedere il video di Questo Corpo per credere) della vocalist Veronica Lucchesi. Disco top, senz’altro.

Infine, una menzione particolare per Vasco Brondi, che con le sue Luci della Centrale Elettrica quest’anno non ha pubblicato dischi d’inediti ma l’antologia (e live album in studio) 2008/2018 Tra la via Emilia e la Via Lattea con cui ha posto fine al suo progetto ultradecennale (bello anche lo show nei teatri a promozione della raccolta). Forse ne inaugurerà un altro, o magari proseguirà il suo percorso presentandosi semplicemente col suo nome invece che celarsi dietro gli accecanti bagliori di un centro di smistamento di voltaggio. Perché non avremo il controllo su quando nasciamo e quando moriamo, ma abbiamo il controllo sulle varie fasi della nostra vita che possiamo – appunto – accendere e spegnere come con un interruttore. On. Off.

Album internazionali 2018

Album italiani 2018

  • Dead Cat In A Bag – Sad Dolls And Furious Flowers
  • Maisie – Maledette Rockstar
  • Calibro 35 – Decade
  • Cosmo – Cosmotronic
  • Calcutta – Evergreen
  • La Rappresentante di Lista – Go Go Diva
  • Il Muro del Canto – L’Amore Mio Non More
  • Giardini di Mirò – Different Times
  • Giorgio Canali & Rossofuoco – Undici Canzoni di Merda Con La Pioggia Dentro
  • Baustelle – L’Amore e La Violenza vol.2
Tracklist

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