Migliori album 2017 (gennaio – luglio/agosto). La classifica di Federico Sardo

Arca, Jlin e Laurel Halo tra gli album consigliati da Federico Sardo per questa prima parte dell'anno

Passata da un po’ la metà dell’anno, mi chiedono di tirare le fila dei miei ascolti fino a questo punto. Il disco che ho probabilmente tenuto di più nel lettore e amato di più è quello di Arca, il suo album pop in cui osa cantare ma non rinuncia a essere il grandissimo produttore che è. Un altro disco che mi piace da impazzire è quello di Jlin, una mezza sorpresa visto che il suo precedente non mi aveva entusiasmato granché, forse unico nel mondo. Un altro disco molto bello è quello di Laurel Halo, sempre bravissima e che forse in questo caso si supera. Sono rimasto folgorato anche dall’uscita su Holidays del supergruppo egiziano-turco-libanese Karkhana, con membri di Konstrukt e Dwarves of East Agouza, e dal loro mix di free jazz, kraut e post-rock. Altro gran disco l’hanno fatto i Group Doueh (storici esponenti del blues sahariano su Sublime Frequencies), in questo caso insieme ai Cheveu, trio post-punk francese.

Non è sorprendente ma anche l’ultimo dei Necks è molto bello, come sempre. Dalle parti dell’ambient ottime uscite per i Visible Cloaks (del resto Rvng Intl. è sempre una garanzia) e Nico Niquo, come del resto ottima è la compilation Mono No Aware della PAN. Forse un po’ troppo denso ma un bell’ascolto, consigliato e molto “classico” in termini di “black”, il disco di Thundercat. In ambito del tutto diverso ma sempre ad altissima densità, mi è piaciuto molto anche Chino Amobi, e pure Mr. Mitch, che però devo ascoltare meglio (Planet Mu si conferma etichetta fondamentale). Sono forse uno dei pochi, l’ultimo non ha avuto molta eco, ma apprezzo moltissimo la svolta free dei Wolf Eyes e anche l’ultimo disco mi è piaciuto assai. Il ritorno di GAS è di grandissima classe, e quello di Sakamoto è un mezzo capolavoro. Fis fa un po’ sempre la stessa cosa ma la fa bene. In ambito rap ho apprezzato molto l’album di Stormzy, molto più pop del previsto ma riuscito, e ovviamente anche quello di Kendrick Lamar è un ottimo lavoro, anche se non ho molta voglia di tornarci su. Un altro disco che probabilmente non ascolterò spesso ma che è assolutamente importante e da ascoltare, una vera dichiarazione di poetica, quasi una lezione, una conferenza, è quello di Jay-Z.

Ho apprezzato moltissimo, poi, due dischi che potrebbero essere considerati mezze ristampe, o comunque che pubblicano materiale d’archivio, ma li segnaliamo lo stesso: In my arms, many flowers di Daniel Schmidt con il suo gamelan tranquillo e Tropisch Verlangen di Cybe, un fricchettone che nei primi anni ’80 se ne è andato nel sudest asiatico, ha registrato roba e poi tornato a casa ci ha messo sopra le sue sperimentazioni elettroniche. Da ultimo segnalerei il nuovo disco di Cornelius che riesce a essere allo stesso tempo un disco assolutamente nuovo e sperimentale nelle sonorità, ma anche abbastanza pop e per niente disturbante, in controtendenza con quello che si usa di più in questo momento (del resto il mondo in cui ci tocca vivere richiama negli artisti spinte alla fuga o alla violenza).

Anche l’Italia non è rimasta a guardare: uno dei dischi più belli usciti negli ultimi anni è per me quello dei Rainbow Island, ma avendolo pubblicato io non aggiungo una parola per conflitto di interesse, e segnalo invece il potentissimo lavoro degli In Zaire, il pop raffinato e sorprendente degli halfalib, la sperimentazione sempre più estrema e impalpabile di Donato Epiro, la trance alla quale inducono i sintetizzatori di Caterina Barbieri, il bellissimo lavoro di Petit Singe, la classe di Clementi-Nuccini, la freschezza dei Gomma e di Carl Brave X Franco 126, il potente ritorno (e molto diverso dal passato) dei Fine Before You Came, quei pazzi dei Cacao, la certezza che sono gli Squadra Omega, il viaggio astrale di Clap! Clap!, il divertentissimo album di Populous, Izi che sorprende con un disco scurissimo, Gué Pequeno che si conferma il re nel suo genere, Edda che non riesce a sbagliare un disco e gli Zu che pubblicano un album che ha poco a che fare con ciò per cui sono famosi, ma fanno un centro pieno.

Vogliamo parlare anche di dischi brutti? Facciamolo. Per me i dischi brutti, o almeno quelli di cui ha senso parlare, sono quelli per i quali avevo delle aspettative, o dei quali ho letto bene in giro. Lorde e Lana Del Rey mi hanno annoiato a morte, gli Arcade Fire sembrano ispirarsi a robe tipo gli ultimi Coldplay o i Killers, i Broken Social Scene mi sono sembrati di un’inconsistenza totale, e il disco dei Phoenix sembra una barzelletta che però non fa ridere (e non ha nemmeno i pezzi). Chiudiamo con qualche bel concerto: sono stato completamente rapito da Alessandro Cortini, mi sono preso in faccia la botta di Tim Hecker, ho avuto la fortuna di assistere a una performance dei Marginal Consort, sono finalmente riuscito a vedere Arto Lindsay, e ho potuto godere di un tris di festival come Zuma, Saturnalia e Terraforma. Non mi posso lamentare.

Gli editoriali pubblicati finora: Stefano Solventi, Nino Ciglio, Tommaso Bonaiuti, Federico Sardo, Marco Boscolo, Elena Raugei, Francesco Abazia, Luca Roncoroni, Davide Cantire e Fernando Rennis.

Tracklist

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