Dopo aver chiuso la nostra classifica ufficiale del 2016 e pubblicato l’editoriale di fine anno, vi presentiamo quelle dei singoli collaboratori, ognuna accompagnata da un testo di riflessioni e pensieri riguardo all’annata appena trascorsa. Di seguito quella di Andrea Macrì.
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Una classifica dell’anno sembra ormai obbligata a seguire alcuni cliché, soprattutto nell’incipit: l’analisi su come sia cambiata la fruizione, l’influenza dei social media, l’iper-produttività del contesto musicale odierno (legata alla democratizzazione), la lotta tra retromania e nuovismo. Quest’anno poi abbiamo avuto la grande livellatrice a fare parecchi danni, e a rattristarci. Tutto ok, tutto giusto. Ma sapete che c’è? La morte esiste, quindi grazie a tutti voi, vi abbiamo voluto bene e continueremo ad ascoltare i vostri dischi, ma facciamo spazio anche a chi ora ha qualcosa da dire: piuttosto che guardarsi l’ombelico necrofilo, meglio gustarci ciò che è vivo. Non è un giudizio sulla bontà o meno degli album degli scomparsi (alcuni davvero notevoli, vedi Bowie o Cohen). Ovviamente, dopo tutti i giusti tributi. Semplicemente, occorre andare avanti e, anche se forse meno rispetto al 2015, anche questo 2016 ha offerto materiale interessante, per chi ha voluto trovarlo. Poi, è vero che anche a questo giro siamo qui a raccontarci di quanto siamo stati subissati da informazioni, ma per chi gravita attorno al mondo della musica ci sarebbe da ammettere una cosa: qualcosa sfugge sempre. Che sia un disco, un nuovo artista o il ritorno in grande stile di una vecchia gloria poco pubblicizzata. Come se dovessi tenere tra le mani un gigante d’acqua: qualcosa scivolerà via, come anche la capacità di storicizzarlo.
Quindi, niente sensi di colpa: se qualcosa non siete riusciti ad ascoltarlo o a giudicarlo subito, non siete i soli. E non siete dei disgraziati. La mia posizione è questa: diamo dignità ai dischi, facciamoli vivere come si deve (oppure, alcuni ammazziamoli dopo esserci accertati che sono robaccia). Accettiamo il caos discografico, senza però farcene travolgere. Un esempio è Frank Ocean: solo io so quanto ho aspettato questo benedettissimo Blonde, dopo che il disco precedente mi aveva incendiato il cuore. Appena uscito, la Rete si è riempita del pulsare della critica, dei giudizi più o meno approfonditi. A me questa roba non piace più: un artista ci mette anni per tirare fuori un disco, noi lo mastichiamo in due ore. Così, per entrare davvero dentro a quell’album ho rimandato e rimandato: volevo dargli il giusto peso e il giusto spazio. Se Ocean aveva lavorato tutto questo tempo ai brani, che difficoltà avevo io a dover trovare un ritaglio di tempo per farmi parlare. E infatti ha parlato. Ma anche se Blonde non fosse stato un disco all’altezza delle aspettative (ecco, l’altra grande rovina che viene con l’hype), almeno sarei stato in pace come ascoltatore: gli ho dedicato il giusto tempo, come dovrebbe sempre essere. E invece pare che il masticare veloce, il fast food delle note e della metafisica attorno ad esse sia il nuovo ecosistema. Preferisco, allora, un cauto isolamento.
Vari vettori hanno guidato la mia analisi per forza di cose parziale su questi dodici mesi: se un disco mi pareva avesse un tiro, se resisteva agli ascolti, se messo in sottofondo riusciva a tirarmi via dalle secche della distrazione perenne, se riusciva ad avere qualcosa di nuovo (pochi), se – scusate l’arroganza – sentivo che poteva superare la prova del tempo. Ma più di tutto, mi son lasciato guidare da una lenta irrazionalità (con molta calma capivo se l’ascolto dava fuoco alla miccia emozionale), che ad esempio mi ha fatto ascoltare Nikes quattrocento volte un pomeriggio di fine estate. Meglio forse le chitarre del sintetico, per me, quest’anno. Meglio le cose grintose rispetto alle cose cupe, e infatti questo spiega perché non sono riuscito a mandare giù mostri sacri come Radiohead o Nick Cave o autori di prima mano come James Blake o ANOHNI (tre su quattro con copertine tendenti al grigio): all’ennesimo dramma privato o sociale sull’Occidente consumistico di oggi che erode le nostre esistenze o sulla morte che tutto divora, ho preferito l’assalto, lo sberleffo, la grinta o la fuga drogata, il soul, l’amore o altro. C’era già la realtà a pesare: terroristi, politici rissosi, la guerra in Siria, le crisi economiche e geopolitiche. Il 2016 non è magari stato – nella visione bad news is a good news narrata dai media – un grande anno, quindi nella musica ho cercato inconsciamente altro.
E questo è ciò che ho trovato: gente che mi ha fatto rivivere per un attimo la bellezza dei Pavement (i Parquet Courts o il fenomeno Car Seat Headrest), i viaggi oscuri tra elettronica (Elysia Crampton) e musiche “altre” (il già citato Bowie, Nicolas Jaar e i miei preferiti, i Suuns), la black music (oltre a Ocean, anche le sorelle Knowles) e l’hip hop, ma non quello da grandi numeri, bensì ritorni (A Tribe Called Quest) o scoperte (Kate Tempest). Ma più di tutto, ho sentito che ancora hanno avuto un peso le scelte spiazzanti, come il suono del mio disco dell’anno, quello dei Deerhoof. Gente che con forza, idee, grinta e conoscenza dei propri mezzi ti porta da un’altra parte, senza per questo farti allontanare o disimpegnare. Ti fa solo guardare la realtà da un’altra feritoia. Un piccolo foro che pulsa e vive, nonostante tutta la morte di questo 2016. Questo disco è una sorta di auspicio: gli album oscuri e tristi ci sono e sono sempre validi (Jenny Hval e i Money sono qui a dimostrarlo) ma, diamine, la vita a volte è anche qualcosa di più frastagliato e sfumato ed energico. Soprattutto in questi tempi incasinati.
- Deerhoof – The Magic
- Jenny Hval – Blood Bitch
- Frank Ocean – Blonde
- Suuns – Hold/Still
- Nicolas Jaar – Sirens
- David Bowie – Blackstar
- Elysia Crampton – Demon City
- A Tribe Called Quest – We Got It From Here… Thank You 4 Service
- Car Seat Headrest – Teens of Denial
- Money – Suicide Songs
- Kevin Morby – Singing Saw
- His Clancyness – Isolation Culture
- American Wrestlers – Goodbye Terrible Youth
- Roy Montgomery – R M H Q: Headquarters
- Beyoncé – Lemonade
- Romare – Love Songs: Part Two
- Thee Oh Sees – An Odd Entrances
- Kate Tempest – Let Them Eat Chaos
- Solange – A Seat At The Table
- Parquet Courts – Human Performance