A 25 anni dal loro esordio, i Gorillaz tornano a raccontarsi con lucidità disarmante. E stavolta lo fanno nella cornice della House of Kong a Los Angeles – l’esperienza immersiva che celebra il loro anniversario – dove qualche giorno fa Zane Lowe ha incontrato Damon Albarn e Jamie Hewlett e li ha intervistati per il suo show su Apple Music.
Al centro della lunga conversazione c’è The Mountain, l’ultimo album della band che si configura come uno dei lavori più coesi della loro carriera, quasi in dialogo diretto con Plastic Beach. Ve ne abbiamo parlato nella nostra recensione a cura di Daniele Rigoli.
Il principio d’avventura
La parola chiave del nuovo disco è forse “unione”, non solo sul piano musicale. Durante l’intervista, Albarn ha sottolineato quanto il nuovo progetto segua ancora la cifra distintiva dei Gorillaz, ovvero “il principio dell’avventura”. Forse, ad emergere di più è il contesto umano in cui nasce il disco: la genesi di The Mountain è infatti attraversata da eventi personali durissimi. Entrambi gli artisti hanno perso i rispettivi padri a pochi giorni di distanza, eventi che hanno segnato inevitabilmente la profondità lavoro.
Nel dialogo trova spazio anche una riflessione sul percorso dal vivo della band. Dopo l’esperienza da headliner al Glastonbury Festival, i Gorillaz hanno spiegato come sia cambiato il concept dei concerti e abbiano progressivamente abbandonato l’idea di restare nell’ombra per diventare una vera live band. Si è trattato di una scelta più che necessaria per portare quel tipo di progetto sui grandi palchi.
Gli inizi goffi e l’anti-celebrità
Non manca nel corso dell’intervista uno sguardo ironico ai tempi degli esordi: interviste surreali, personaggi doppiati al telefono e il tentativo mal riuscito di eliminare la dimensione della celebrità. Damon Albarn ammette:
Eravamo davvero pessimi in questo. La nostra prima intervista in America fu, credo, con Rolling Stone. Eravamo tutti su telefoni diversi a interpretare i personaggi: Remi faceva Russell, io facevo 2D, Jamie faceva Murdoc. Cercavamo di essere brillanti, ma quell’aspetto non siamo mai riusciti davvero a padroneggiarlo fino in fondo
E poi, la tecnologia. I tentativi con gli ologrammi – spettacolari sullo schermo, ma disastrosi nelle performance live – vengono raccontati con ironia dai due. L’idea, sottolineano, era probabilmente troppo avanti rispetto ai mezzi disponibili all’epoca.
Storyboard, narrazione, i personaggi
Il cuore pulsante del progetto Gorillaz, però, resta il processo creativo visivo: Hewlett continua a costruire storyboard estremamente dettagliati, e spesso già montati sulla musica.
Non faccio solo omini stilizzati. Gli storyboard sono diventati sempre più complessi e ho iniziato a montarli direttamente sulla musica, così consegno un animatic e finiamo per avere 350 disegni solo per raccontare un video di quattro minuti. In genere cerco di consegnare l’idea completa senza la necessità dell’intervento di qualcun altro
Di fatto è un metodo che ribalta la logica tradizionale del videoclip, con una narrazione che precede la produzione. Dopo venticinque anni i personaggi non sono solo estetici. Il confine con la realtà è diventato più sottile che mai: spesso i personaggi assorbono esperienze, riflettono i cambiamenti, o addirittura crescono insieme ai loro creatori. “È un esperimento continuo, capace di mantenere la band libera e mutante”, dice Hewlett.
L’esempio più emblematico è quello di Russell, pensato fin dall’inizio come personaggio capace di evocare gli spiriti di artisti scomparsi. Di fatto un’idea che acquista oggi un nuovo peso alla luce delle perdite vissute dalla band. Alcune intuizioni iniziali, suggeriscono Albarn e Hewlett, trovano un senso solo oggi.
La nascita di Cracker Island
Albarn parla anche di un progetto mai realizzato in questi anni: si tratta di un film che i Gorillaz avrebbero dovuto realizzare in collaborazione con Netflix. Nonostante la totale libertà creativa che era stata promessa, il processo si è poi rivelato troppo lento e dispersivo. Cracker Island, dice Albarn, è nato proprio da quella frustrazione, in un periodo che ha permesso alla band di trasformare l’immobilità in creazione.
I Gorillaz torneranno in Italia nel 2026 per il The Mountain Tour, celebrando i 25 anni di carriera e il nuovo album con due date: il 25 luglio 2026 in Piazza Unità d’Italia a Trieste, e il 27 giugno 2026 al festival La Prima Estate a Lido di Camaiore.