Pare che il John R. Cash Revocable Trust, l’ente che tutela eredità ed immagine di Johnny Cash, abbia citato in giudizio la Coca-Cola per aver utilizzato in uno spot pubblicitario un cantante tributo scelto appositamente per imitare la voce del Man in Black.
L’invocazione dell’Elvis Act
La causa è stata depositata questa settimana a Nashville, facendo leva sull’ELVIS Act, la norma entrata in vigore lo scorso anno pensata per proteggere gli artisti e i loro eredi da tutte le imitazioni non autorizzate della voce in caso di voluta somiglianza, in particolare quelle generate da intelligenza artificiale. In questo caso, però, al centro della controversia ci sarebbe una voce reale.
Tim Warnock dallo studio Loeb & Loeb che cura gli interessi del John R. Cash Revocable Trust scrive così:
Rubare la voce di un artista è un furto. È un furto della sua integrità, identità e umanità. La causa serve anche ad inviare un messaggio che protegga la voce di tutti gli artisti.
Il trust avrebbe chiesto di impedire alla multinazionale di mandare in onda lo spot, oltre ad un risarcimento economico non specificato.
Lo spot incriminato
La campagna pubblicitaria è andata in onda nel mese di agosto, durante le partite del college football, sfruttando le interpretazioni vocali di Shawn Barker, l’imitatore professionista da anni impegnato nel tributo The Man in Black: A Tribute to Johnny Cash e attirando subito l’attenzione del trust.
Da Coca-Cola ancora nessun commento
Il manager del cantante coinvolto, Joey Waterman, ha nel frattempo difeso l’operazione, ricordando la carriera di Barker come tributo a Johnny Cash e sostenendo in un’intervista a Billboard che l’artista in questione e il suo team sono stati entusiasti di partecipare al progetto.
La battaglia per tutelare la voce: altri casi precedenti
Non è di certo la prima volta che un imitatore viene scelto per una campagna pubblicitaria. Nel 1988 la cantante e attrice Bette Midler vinse una causa contro Ford Motor Co. per lo stesso motivo: la casa automobilistica aveva infatti scelto di imitare la sua voce per uno spot, senza chiedere permesso.
Nel 1990 invece toccò a Tom Waits, che portò in tribunale Doritos Chips e l’agenzia pubblicitaria Tracy-Locke per falsa sponsorizzazione in una campagna che utilizzava una voce ruvida stile Waits: al cantautore vennero riconosciuti 2,5 milioni di dollari in danni punitivi.
Quella di Cash sarebbe tuttavia la prima grande causa dell’era digitale a tirare in ballo una legge ad hoc per il deepfake, ma che paradossalmente è stata applicata alla voce reale di un’artista.