Achille Lauro
Achille Lauro, foto di Leandro Manuel Emede (2022)

In “Che sarà” il citazionismo di Achille Lauro si (ri)pensa vascorossiano

L'ennesimo progetto dell'ex trapper lo rivede inseguire l'anthem generazionale, ma vendere l'anima al rocker di Zocca un inevitabile prezzo da pagare l'ha

Trasformazione dopo trasformazione, citazione su citazione, è finita che qualche tempo fa l’Osservatore Romano lo ha trovato prevedibile e, in definitiva, non necessario. Ché Bowie era un grande artista e Lauro «niente di nuovo», e la storia si ripete ora che all’ennesimo cambio d’abito a essere riproposta è una prosa e un arrangiamento puramente vascorossiani. Lo si capisce dal titolo, Che sarà, e da un testo che vorrebbe parlare alla Gen Z proprio come il Blasco parlava alla sua con anthem della serie «siamo solo noi».

Non è una novità manco per lui: è il carico di riferimenti espliciti al rocker di Zocca semmai a essere inedito per la sua produzione, dal «na na na» intonato all’inizio, alle chitarre e alla batteria con il proverbiale trattamento anni ’80, fino al ritornello urlato al vento, a calcare un «no, non è mai stato qui, non è questo il posto per noi».

Prodotta da Gow Tribe e Gregorio Calculli per Elektra / Warner, Che sarà è una ballad che si muove all’interno della coscienza collettiva nazionale. Ma vendere l’anima al Vasco nazionale, un prezzo da pagare l’ha: riduce ogni filosofata a qualcosa di posticcio, pretestuoso, poco autentico, proprio come il virgolettato sul quale insiste la nota stampa.

Immagina com’è essere soli al mondo. E a noi sta notte ci fa ridere. E moriremo un giorno. Noi

La confezione glamour con il chiodo e la benda sugli occhi stile Lazarus di Bowie chiude il cerchio: per quanto minimale e in bianco e nero, per l’ennesima volta, sotto il vestito (Gucci) di Lauro non c’è nulla. Non c’era in 16 marzo, non c’era in Solo Noi e non c’è manco oggi. La citazione compulsiva, anche incrociata (ripetere Che sarà lo sappiamo tutti cosa ci ricorda…), mescolata alla progettualità estetica, al gioco delle maschere e degli abiti, portano tutte al medesimo capolinea: al “nulla di nuovo”.

Sentire per l’ennesima volta la copia della copia di qualcosa che ha già fatto mille volte il giro delle radio e delle generazioni non ha molto senso, se non all’interno dell’ascolto passivo e orizzontale delle piattaforme di streaming. O a mera appendice (o colonna sonora) di un personaggio che si autoalimenta sul circuito mediatico nazionale, tolto via via dal piedistallo da altri fenomeni e novità che stanno tenendo banco anche molto più di quanto lo poteva tenere lui altezza primo Sanremo.

La lettera di Achille Lauro alla stampa

Carissimi giornalisti,
È sempre un piacere scrivervi
Spero di trovarvi bene.
Non ci sentiamo da un po’ di tempo.
Sono stati mesi impegnativi con il tour e con infinite session creative delle quali non posso fare a meno.
Oggi vorrei farvi qualche domanda.
Come vi chiamate?
Qual è la vostra data di nascita, dove siete nati?
Di che gruppo sanguigno siete? Vi siete mai sentiti felici, amati?
Vi siete mai chiesti per quanto tempo saremo qui o perché siamo qui?
Avete paura di morire?
Avete mai pensato di voler vivere per sempre?
A cosa vi aggrappate per non cadere giù?
Vi siete mai chiesti che sarà?
Ecco, questo è quello che mi sono chiesto quando ho scritto questo brano.
So che voi conoscete la nostalgia per qualcosa che non tornerà.
L’adolescenza e la piena maturità.
La consapevolezza di quello che il passato e il futuro hanno già scritto per noi.
Ed è per questo che so che mi capite.
Vi affido questa carta straccia.
Abbiatene cura.
Ne rideremo un giorno

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