Trasformazione dopo trasformazione, citazione su citazione, è finita che qualche tempo fa l’Osservatore Romano lo ha trovato prevedibile e, in definitiva, non necessario. Ché Bowie era un grande artista e Lauro «niente di nuovo», e la storia si ripete ora che all’ennesimo cambio d’abito a essere riproposta è una prosa e un arrangiamento puramente vascorossiani. Lo si capisce dal titolo, Che sarà, e da un testo che vorrebbe parlare alla Gen Z proprio come il Blasco parlava alla sua con anthem della serie «siamo solo noi».
Non è una novità manco per lui: è il carico di riferimenti espliciti al rocker di Zocca semmai a essere inedito per la sua produzione, dal «na na na» intonato all’inizio, alle chitarre e alla batteria con il proverbiale trattamento anni ’80, fino al ritornello urlato al vento, a calcare un «no, non è mai stato qui, non è questo il posto per noi».
Prodotta da Gow Tribe e Gregorio Calculli per Elektra / Warner, Che sarà è una ballad che si muove all’interno della coscienza collettiva nazionale. Ma vendere l’anima al Vasco nazionale, un prezzo da pagare l’ha: riduce ogni filosofata a qualcosa di posticcio, pretestuoso, poco autentico, proprio come il virgolettato sul quale insiste la nota stampa.
Immagina com’è essere soli al mondo. E a noi sta notte ci fa ridere. E moriremo un giorno. Noi
La confezione glamour con il chiodo e la benda sugli occhi stile Lazarus di Bowie chiude il cerchio: per quanto minimale e in bianco e nero, per l’ennesima volta, sotto il vestito (Gucci) di Lauro non c’è nulla. Non c’era in 16 marzo, non c’era in Solo Noi e non c’è manco oggi. La citazione compulsiva, anche incrociata (ripetere Che sarà lo sappiamo tutti cosa ci ricorda…), mescolata alla progettualità estetica, al gioco delle maschere e degli abiti, portano tutte al medesimo capolinea: al “nulla di nuovo”.
Sentire per l’ennesima volta la copia della copia di qualcosa che ha già fatto mille volte il giro delle radio e delle generazioni non ha molto senso, se non all’interno dell’ascolto passivo e orizzontale delle piattaforme di streaming. O a mera appendice (o colonna sonora) di un personaggio che si autoalimenta sul circuito mediatico nazionale, tolto via via dal piedistallo da altri fenomeni e novità che stanno tenendo banco anche molto più di quanto lo poteva tenere lui altezza primo Sanremo.
La lettera di Achille Lauro alla stampa
Carissimi giornalisti,
È sempre un piacere scrivervi
Spero di trovarvi bene.
Non ci sentiamo da un po’ di tempo.
Sono stati mesi impegnativi con il tour e con infinite session creative delle quali non posso fare a meno.
Oggi vorrei farvi qualche domanda.
Come vi chiamate?
Qual è la vostra data di nascita, dove siete nati?
Di che gruppo sanguigno siete? Vi siete mai sentiti felici, amati?
Vi siete mai chiesti per quanto tempo saremo qui o perché siamo qui?
Avete paura di morire?
Avete mai pensato di voler vivere per sempre?
A cosa vi aggrappate per non cadere giù?
Vi siete mai chiesti che sarà?
Ecco, questo è quello che mi sono chiesto quando ho scritto questo brano.
So che voi conoscete la nostalgia per qualcosa che non tornerà.
L’adolescenza e la piena maturità.
La consapevolezza di quello che il passato e il futuro hanno già scritto per noi.
Ed è per questo che so che mi capite.
Vi affido questa carta straccia.
Abbiatene cura.
Ne rideremo un giorno