È andata. La quattro giorni napoletana di Bono, iniziata con lo sbarco all’aeroporto di Capodichino di mercoledì, si è conclusa al Teatro San Carlo con l’annunciato spettacolo teatrale ricadente nello Stories Of Surrender, il tour in solitaria del frontman degli U2 a supporto dell’autobiografia Surrender: 40 songs, one story. Nel giorno della visita a Roma del presidente ucraino Zelensky, alla cui causa il cantante irlandese ha dato pubblico supporto l’anno scorso, ma anche alla vigilia dell’esibizione – sempre capitolina – del figlio Elijah con i suoi Inhaler (in concerto all’Orion di Ciampino domenica 14), Bono ha scelto la via personale. How to dismantle an atomic bomb, ma ancora una volta in senso individuale, con riferimento alle sue, intime, di bombe atomiche. Una sorta di seduta di autoanalisi, a partire dalla difficile riconciliazione con il defunto papà Bo(m)b Hewson, grande amante dell’opera e «che era un bel tenore», a detta del figlio.
Rocker che si mette a nudo nell’ultima replica del suo show già andato in scena nei teatri statunitensi ed europei lo scorso autunno, presentato in Italia con un breve estratto da Fabio Fazio e riproposto a New York nelle scorse settimane. L’idea alla base è quella di proporre le canzoni storiche degli U2 in veste inedita, scarna, svestendo quei classici del loro afflato rock e rivestendoli con violoncello, arpa e percussioni minimaliste, il tutto con sottofondo di tastiere ed elementi elettronici. Un concerto-reading per cui il leader della più famosa band irlandese di tutti i tempi ha anche suggerito agli spettatori uno speciale dress code per rendere ancora più indimenticabili le riprese in vista della realizzazione di un documento video che presto potremmo trovare sugli scaffali dei negozi.
Sul palco, Bono non è da meno. Oltre che cantare parla, e tra le altre cose omaggia la città gridando «Campioni!», evocando la vittoria del terzo scudetto, paragona papa Wojtyla a Osimhen (nientemeno) e definisce Luciano Pavarotti come il Vesuvio della musica (in sala è presente anche la vedova del tenore, Nicoletta Mantovani). Lo show è attraversato dal dialogo teatralizzato con il padre a un tavolino del Finnegan’s, il loro pub preferito, davanti a un bicchiere di Guinness nella Sorrento Lounge (tutto torna, anche il nome della sala del pub). E racconta a dad Bob, scettico, che Big Luciano lo cercò per un evento benefico per il genocidio della guerra in Bosnia. Nacque così Miss Sarajevo. Nel racconto trovano però spazio anche l’amore per i Ramones, Bob Dylan, Bob Marley, Patti Smith e i Beatles; il ricordo del Live Aid nel 1985; e le parole di pace, prorompenti in tempo di guerra come l’attuale, perché poi dimensione personale e politica possono coincidere.
La scaletta segue perlopiù l’ordine cronologico di pubblicazione dei brani scelti, con qualche concessione a stravolgimenti temporali tipo l’apertura con City Of Blinding Lights e Vertigo (a proposito del succitato album del 2004 intitolato alla Bomba Atomica che ne contiene le versioni originali), seguiti da With Or Without You. Poi carrellata di pezzi dall’opera prima Boy: Out Of Control, Stories For Boys e I Will Follow, con Iris, brano dedicato alla madre del vocalist scomparsa quando questi era in età adolescenziale, a chiudere idealmente il capitolo dedicato all’Innocenza, prima delle bombe (non atomiche ma parimenti tragiche) di Sunday Bloody Sunday, dell’ecumenismo di Pride e dell’ascesi di Where The Streets Have No Name, a precedere la più prosaica Desire. Infine, chiusura con Torna a Surriento (e con i presenti che in risposta intonano ‘O Surdato ‘Nnmmurato), e quale posto migliore di Napoli, e del suo tempio dell’opera, per cantarla e chiudere così un cerchio.
A proposito di cerchi, o per meglio dire “globi”, ricordiamo che un nuovo inizio attende gli U2 in autunno: la band dublinese si trasferirà infatti alla nuovissima e avveniristica Sphere di Las Vegas per una residency che si annuncia come l’alba di una nuova era per i concerti rock, affidata all’auspicata ri-nascita del Baby in quella che – ci dicono – sarà molto di più di una semplice celebrazione del loro seminale disco del 1991. Staremo a vedere.