La scorsa settimana, una donna – firmatasi con le sole iniziali J.C. – ha citato in giudizio Bob Dylan per molteplici episodi di abusi sessuali che sarebbero avvenuti in un periodo di sei settimane, tra aprile e maggio del 1965, quando era appena 12enne. Come riportato dal New York Daily News, nella causa intentata lo scorso 13 agosto, presso la Corte Suprema di Manhattan, si sostiene che l’allora ventenne musicista abbia fornito alla ragazzina droga e alcol, per poi abusarne sessualmente presso il Chelsea Hotel di New York. Nella lista dei potenziali capi d’imputazione ci sarebbero, quindi, anche quelli di aggressione, percosse, sequestro di persona e inflizione intenzionale di sofferenza emotiva. Accuse che un portavoce del cantautore ha categoricamente respinto promettendosi di “contrastarle vigorosamente”.
Ad avvalorare la difesa del Menestrello di Duluth arrivano ora le parole dello scrittore britannico Clinton Heylin, biografo di Dylan e autore di Dylan: Behind the Shades (1991), che ha espresso forti dubbi sulla ricostruzione temporale della vicenda indicata dalla vittima. L’ultimo libro dell’autore, The Double Life of Bob Dylan: A Restless, Hungry Feeling, 1941-1966, ripercorre proprio i primi anni di vita del songwriter, compreso il periodo in cui sarebbero avvenute le molestie.
In una recente intervista per l’Huffington Post, Heylin afferma che in quel periodo Dylan era in tour in Inghilterra e da lì sarebbe volato due settimane a Los Angeles per trascorrere un giorno o due a Woodstock.
Il tour era di 10 giorni, ma Bob volò a Londra il 26 aprile e tornò a New York il 3 giugno. Se Dylan si fosse trovato a New York a metà aprile, ci sarebbe stato per non più di un giorno o due. Quando non era in tour, trascorreva la maggior parte del suo tempo a Woodstock
Clinton Heylin
Lo scrittore ha inoltre aggiunto che nelle occasioni in cui Dylan si trovava New York, normalmente alloggiava nell’appartamento del suo manager, a Gramercy, e non al Chelsea. Tra le altre cose, ha dichiarato che proprio in quel periodo il regista DA Pennebaker stava girando il documentario sulla vita del musicista, Don’t Look Back, e, visto che quest’ultimo era molto spesso seguito da una troupe, difficilmente i fatti per i quali è accusato si sarebbero potuti verificare. Ad ogni modo, Peter Gleason, avvocato dell’accusatrice di Dylan, continuerà a sostenere la versioni dei fatti depositata, riporta l’Huffington Post (che lo ha intervistato).
Lo scorso 18 luglio, Dylan ha tenuto il suo primo concerto in live streaming globale, Shadow Kingdom. Nel 2022 aprirà i battenti un museo a lui dedicato che ne ripercorrerà la storia e le opere; inoltre, il menestrello ha ceduto alla fine dello scorso anno il suo intero catalogo a Universal per 300 milioni di dollari.
Going Electric, il biopic sul songwriter in lavorazione e con Timothée Chalamet come protagonista, è stato momentaneamente accantonato. Trovate altro su Dylan nella pagina dedicata all’artista, tra cui la recensione del classico Bringing It All Back Home, firmata da Stefano Solventi, nonché l’esaustivo approfondimento sul documentario sul cantautore di Duluth, Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese, a cura dello stesso Solventi e di Samuele Conficoni, e, non ultimo, l’articolo sul suo ultimo lavoro, Rough And Rowdy Ways.