Il cult di John Hughes The Breakfast Club celebra il suo 40° anniversario con un ritorno speciale nei cinema statunitensi il 7 e 10 settembre. Uscito originariamente il 15 febbraio 1985, il film racconta un giorno di detenzione condiviso da cinque studenti molto diversi tra loro, che alla fine scoprono affinità inattese. La pellicola lanciò le carriere di Anthony Michael Hall, Emilio Estevez, Molly Ringwald, Ally Sheedy e Judd Nelson, e consacrò Hughes come voce fondamentale delle commedie adolescenziali, con una colonna sonora indimenticabile firmata dai Simple Minds con Don’t You (Forget About Me).
In un’intervista del 2024 al Times, Molly Ringwald ha ammesso che alcune parti del film non sono invecchiate bene, in particolare il comportamento del personaggio di Judd Nelson, John Bender, che oggi appare problematico in un contesto post-#MeToo. «Ci sono molte cose che amo davvero del film, ma ci sono elementi che non sono invecchiati bene», ha dichiarato Ringwald, spiegando di aver rivisto Breakfast Club solo per condividerlo con la figlia.
In precedenza, Ally Sheedy aveva riflettuto su alcune scelte del film, in particolare sul rifacimento finale del look di Allison, che rifletteva i canoni estetici e narrativi imposti dalla Hollywood degli anni Ottanta. Intervistata dall’Independent nel 2020, Sheedy spiegava: «Era la Hollywood di quegli anni. Volevano prendere il brutto anatroccolo e trasformarlo in un cigno. Per quanto mi riguarda, non era quello che stavo facendo con quel personaggio, ma era quello che volevano». L’attrice ha inoltre precisato di aver provato a convincere Hughes a rendere la trasformazione del personaggio meno legata alla bellezza e più alla liberazione personale di Allison, ma alla fine ha dovuto accettare le scelte della produzione.
Al momento, non sono stati resi noti i cinema italiani coinvolti nella riedizione, che per ora riguarda soltanto il pubblico degli Stati Uniti.
Breakfast Club è più di una sequenza di scene – scrivevamo in sede di recensione – è un inno, un rito di passaggio, un messaggio universale che sfida il tempo e lo spazio senza che questi ne affievoliscano il valore. Perciò non è sbagliato paragonare la straordinaria intensità del finale dell’opera d’esordio di Truffaut, quella lunga carrellata sulla spiaggia in cui la macchina da presa coglie lo sguardo di Jean-Pierre Léaud nell’atto di scrutare l’orizzonte, alla marcia trionfale di John Bender sulle ultime battute di questo film.