Una voce in assenza di gravità: intervista a Serena Altavilla
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Elena Raugei
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Stefano Solventi
- 10 Maggio 2021
Al suo esordio da solista con Morsa (recensione), Serena Altavilla ha lasciato a terra gli ormeggi rock, senza rinnegarli, anzi mantenendosi in salda direzione ostinata e contraria, e si è librata nello spazio di una forma-canzone art-pop fatta di anima e aria. La dissonanza, che ha in prevalenza illuminato la sua strada nel passato, lascia adesso campo alla passione per la melodia e alla naturale attrazione verso la sperimentazione. Mentre la voce è lì che ci guida, in assenza di gravità perché inafferrabile nella sua volontà di andare ovunque, per straordinaria duttilità – come ben sa chi ha incrociato Altavilla sui palcoscenici nel corso degli anni – ma anche per piglio sempre e comunque ribelle, vale a dire inquieto persino nella più elegante, cinematografica delle introspezioni.
Nella Morsa di Altavilla, passiamo dal gorgo risucchiante di Nenia all’upbeat di Distarsi, dall’obliquità di Rasente alla classicità di pura classe di Epidermide, dallo spirito fuori da ogni dimensione temporale di Tentativo per l’anima alla delicata concretezza di Sotto le ossa, dall’onirismo srotolato in La trascrizione dei sogni all’impronta gotica di Quaggiù. Tante canzoni, dieci per la precisione, come tante presenze fantasmatiche con cui danzare, avvinti e in abito da sera, nella casa degli spiriti di Altavilla. Abbiamo parlato con la musicista toscana delle band in cui milita e ha militato, dei collaboratori oggi al suo fianco, dell’avvio di questa importante avventura in proprio e del passaggio alla lingua italiana che ci auguriamo la traghetti, finalmente e con tutti i meriti, a un più ampio pubblico.
Sei attiva da quasi vent’anni nel panorama alternativo italiano, prima come frontwoman dei Baby Blue/Blue Willa e successivamente dei Solki, ma anche come collaboratrice per Mariposa, Calibro 35 e vari altri. Da magnete all’interno di una struttura-band a protagonista assoluta, la personalità resta fortissima, ma cosa cambia per te?
Forse la cosa che più è cambiata è l’assenza di gravità. Ho sempre voluto fare la cantante e ho guardato e alla fine accettato questo desiderio. Mi sento parte di tutto, ma allo stesso tempo tutto fluttua continuamente e posso afferrare le mie visioni galleggiando e, subito dopo, lasciarle andare. Volevo fare un disco e svilupparlo in studio. Mi sono sentita davvero molto libera e liberata da questo lavoro durato quasi due anni.
In qualche modo, però, hai preservato una dimensione collettiva chiamando a partecipare al tuo disco alcuni dei migliori musicisti in circolazione, da Enrico Gabrielli a Valeria Sturba, da Fabio Rondanini ad Adele degli Any Other, sino a Marco Giudici, anche produttore artistico. Come hai scelto chi coinvolgere e come hai mantenuto tutti i contributi perfettamente in equilibrio?
C’erano strumenti e persone che mi tornavano continuamente in mente per queste canzoni, come sussurri all’orecchio. Nel parlare con Marco Giudici, partendo dalle necessità di ogni traccia, fantasticavamo ed eravamo d’accordo sul navigare corde grosse, quindi contrabbasso e basso, sinusoidi sintetiche, fiati sinuosi, voci… Da lì abbiamo unito le forze e tutti i musicisti a cui ci siamo rivolti hanno abbracciato e voluto bene al progetto, per cui è stato un vero sogno! Abbiamo organizzato il lavoro raccogliendo i loro contributi separatamente: i musicisti venivano a Milano in studio o andavamo noi a registrare da loro, oppure mandavano le tracce in questione a distanza; nessuno ha suonato insieme. Marco ha raccolto tutto il materiale e con grande sensibilità, istinto e concentrazione ha guidato e filato queste trame, tutte molto personali e che, insieme, hanno vestito i pezzi in maniera unica. Ogni brano schiera una line-up diversa, per cui la pasta sonora è in continuo mutamento. Non avevo mai vissuto un’esperienza simile, è stato bellissimo vedere il disco svelarsi lentamente come fosse un affresco.
Tra l’altro, fra i numerosi strumenti impiegati, dai fiati a tastiere, vibrafono, ecc., quelle che sembrano meno presenti sono proprio le chitarre che invece erano per te centrali in passato. Per di più, i brani sono nati in origine al pianoforte. Voglia di cambiare suoni? Se pensiamo anche all’assalto elettrico dei tanti live macinati, la raffinatezza di Morsa appare come un nuovo capitolo. Per quanto, se ci liberiamo dai generi di riferimento, un brano synthpop come Distrarsi, per dirne uno, non è in fondo così lontano nella scrittura dal dream punk dei Solki. C’è comunque sia una comune essenzialità, viscerale e dall’andamento a tratti surreale. Ricollegandosi al pianoforte di cui sopra, come è stato comporre questi dieci nuovi brani? Al di là dello strumento di innesco, hai seguito lo stesso metodo (o anti-metodo) di sempre o ne hai provati di nuovi?
Queste canzoni cercavano terra, camminavano sui trampoli, sul vuoto. Molte di esse sono nate al piano: ero ispirata da quello strumento in quel periodo, proprio ipnotizzata, mi portava lontanissima e, pur non sapendolo in realtà suonare, mi ha fatto entrare dentro me stessa in una modalità diversa, roboante, avvolgente. È pur sempre un gioco! Distrarsi e Rasente, invece, sono venute fuori come qualunque canzone dei Solki, cioè con corda di Mi e voce. Solo che la corda doveva essere spessa e profonda, ma soprattutto questa volta non cercavo la dimensione della band, non riuscivo a ragionare per formazione, strumenti o prospettiva in chiave live. È stato infatti un processo completamente diverso, guidato dalle immagini, dai colori, dagli spazi, da suoni come fossero déjà-vu. Per di più io sono lentissima in tutto, cosa che spesso è un limite, ma in questo caso mi ha permesso di osservare e porre tante domande direttamente alle canzoni. Volevo chiudermi in studio con la persona giusta e perdermi nelle mie canzoni. Marco era la persona giusta e di questo devo ringraziare Enrico Gabrielli, perché è stato lui a farmelo conoscere e a immaginare che insieme avremmo potuto lavorare bene.
A proposito del lavoro con Giudici, come siete arrivati a elaborare arrangiamenti così peculiari, in grado di rendere sperimentale e il più delle volte spiazzante il DNA melodico delle canzoni?
Volevamo creare equivoci percettivi e usare strumenti classici come vibrafoni, percussioni, fiati e archi come fossero tante Fate Morgana disseminate tra i brani. Marco aveva le idee molto chiare su come attraversare i vicoli del disco.

Tu che nel corso degli anni hai dimostrato di possedere molteplici voci, quando più aggressive quando più virtuose a collegarsi con le grandi interpreti del passato, come hai trovato la voce “adatta” per questo disco?
Mi ero scritta un promemoria grosso come una casa sul quaderno degli appunti: canta con la tua voce! La vergogna e il senso di inadeguatezza sono sempre lì a fare capolino ma a ben vedere non esistono davvero, perché esisti soltanto tu e la tua storia, che va sempre bene. E devo ringraziare ancora una volta Marco Giudici, molto attento nella fase di registrazione delle voci.
Come hai affrontato il famigerato passaggio dall’indie rock in inglese alla forma-canzone – per quanto irregolare – in lingua italiana? È stato del tutto spontaneo oppure hai riflettuto su che tipo di approccio avresti voluto adottare o di contro evitare?
Non so come sia andata di preciso, ma gli stimoli erano forti attorno a me. Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di cantare i brani di Alessandro Fiori con i Mariposa, di interpretare dei capisaldi della musica italiana degli anni 60 e 70 con i Calibro 35. Poi, durante un tour in Francia con i Solki, avevamo messo in scaletta Riturnella, un brano popolare della tradizione calabrese e quel momento era qualcosa di diverso, di profondamente universale. In più, masticare e assecondare l’italiano nelle sue forme geometriche era diventato un piacere quasi fisico. Da lì mi sono chiesta che effetto avrebbe fatto cantare le mie melodie in italiano e quindi mi ci sono dedicata perché la curiosità era troppo impellente. E questa curiosità mi ha portato per la prima volta a lavorare con Patrizio Gioffredi ai testi. Gli ho raccontato queste canzoni, come fossero piccoli pezzi di film, dei quadri; volevo che i testi rappresentassero quelle immagini.
Ecco, com’è andata la stesura dei testi con l’aiuto di Patrizio Gioffredi, anche autore con il Collettivo John Snellinberg a cui appartiene del videoclip di Epidermide? Testi che rivelano flash di immagini a illuminare di inquietudine temi spesso classici come fragilità, amore, scontro tra desiderio e mancanza.
Con Patrizio ci siamo trovati e specchiati, avevo poche frasi sparse ma non riuscivo ad andarci a fondo, mi stavo arrovellando tra urgenza espressiva e distruzione, mi ci stavo abradendo. A quel punto ho chiesto letteralmente aiuto a Patrizio, il quale ha accolto queste frasi affermando che i testi erano lì sotto, che li vedeva. Abbiamo parlato tanto delle immagini, dei colori, di tutte le sensazioni che abitavano le canzoni, gli ho fatto leggere tutti gli appunti che avevo raccolto e lui con una sensibilità che auguro a tutti un giorno di incontrare ha contribuito a tirare giù questi testi, come dice lui “con molte O e pochissime A”.
Hai elaborato i tuoi retaggi rock senza produrre musica per nostalgici del rock. Resta l’impronta, una certa attitudine alla frattura, all’insolito, ma il tuo potenziale pubblico va ben oltre gli appassionati di stressa osservanza rock. Al netto dei rigurgiti “chitarrosi” alla Shame, IDLES o Fontaines D.C., credi che il rock possa tornare a rappresentare una forma espressiva di primo piano e, soprattutto, interessante?
La nostalgia mi fa paura in tutte le cose, così come i copia-e-incolla. Il rock non ha bisogno di decaloghi secondo me, è un linguaggio che ha a che fare con l’incontro, con il confronto, lo scontro, la sala prove, non si può costruire a tavolino, non può assecondare le necessità dell’orecchiabilità, delle radio, non deve! Quindi, sì, è ancora una forma interessante, penso agli Wand, ai Tropical Fuck Storm, a Shilpa Ray e agli artisti che David Lynch ha messo alla fine di ogni puntata dell’ultimo Twin Peaks. Il primo piano non è tutto, il campo lungo è un’inquadratura altrettanto interessante e ricca, un campo lungo mette in crisi ed è una bella opportunità.
Ci sono state delle ispirazioni, dei punti di riferimento tra ascolti, visioni o letture, che hai tenuto a mente mentre lavoravi all’album?
Quattro libri importanti sono stati Stoner di John Edward Williams, Il Cantico dei cantici, La porta di Magda Szabò e La terra del rimorso di Ernesto de Martino. Ascolti: Angelo Badalamenti, Julee Cruise, Charlotte Gainsbourg, Chet Baker, Golem degli Wand. Visioni: la serie degli anni 60 de La famiglia Addams, un capolavoro pop di dark freak e inclusione.
I music provider e le (web)radio dettano caratteristiche ben precise alla canzone, che le tracce di Morsa possono permettersi di ignorare. Eppure alcuni pezzi – Nenia, Epidermide e Distrarsi, per esempio – hanno i numeri per difendersi bene in una qualsiasi programmazione radiofonica. Ti sei posta degli obiettivi in questo senso durante la realizzazione del disco?
La melodia è sempre stata un grosso traino per me, in qualunque nuvola fosse incastonata, e cantare insieme è qualcosa in cui credo molto come evento catartico, per cui ben venga la diffusione a 360 gradi, mi sono immaginata da subito che il disco dovesse avere dei momenti in cui l’ascoltatore potesse lasciarsi andare a danze liberatorie e piacevoli, ma anche altri momenti di vicinanza silenziosa. Per quanto io sia solitaria, questo è un disco che vuole stare con le persone, che si pianga o si rida va bene purché sia insieme.
In conferenza stampa hai dichiarato il tuo apprezzamento per Madame. Il suo talento è indiscutibile. A sedici anni ha firmato con Sugar e ha collaborato da subito con produttori di alto livello. A diciotto si è presentata a Sanremo e ha pubblicato l’album d’esordio prodotto da nomi quali Crookers, Dardust e Shablo, solo per citarne alcuni. Non credi che ci sia una tendenza eccessiva a “confezionare” il talento oggi? Col rischio, quindi, di racchiudere in un bozzolo conformista anche voci potenzialmente singolari? Il tuo disco, in un certo senso, è l’esatto opposto: interpretazioni e suoni sono chiaramente il compimento di un percorso che ha consentito di mettere a punto una calligrafia peculiare.
Morsa è un’autoproduzione e di necessità virtù, nonostante le difficolta e i sacrifici sapersi arrangiare è una cosa molto positiva e poi anche per carattere vivrei malissimo se un’etichetta discografica mi indirizzasse nelle mie scelte. Però, secondo me, Madame ha una bellissima opportunità di crescita e penso che sappia cosa sta facendo. Mi fa ben sperare il fatto che, così giovane, stia già lavorando. Madame ha talento e sarà interessante vedere come lo svilupperà con i grandi mezzi che ha a disposizione, ha tutte le carte in regola per esprimere ciò che sente. Per una forma di mio voyeurismo per i provini, sicuramente sarei però curiosa di ascoltare i suoi.
La tua top 5 di dischi italiani in italiano preferiti di sempre e brevemente perché.
In ordine sparso. Tango dei Matia Bazar perché la voce di Antonella Ruggiero mi fa sentire come uno scogliera sul mare e l’intero disco è una sorpresa dopo l’altra, ha una stortezza punk-barocca unica. Dalla di Lucio Dalla perché mi lascia il sorriso e mi incanta ogni volta: la sua maestria era universale. Profumo di Gianna Nannini perché è una poetessa dalla voce unica e come mi pulisce lei il cuore nessun altro riesce a farlo. Desaparecido dei Litfiba perché ha un pulviscolo costante e racconta immagini fantastiche e terrene allo stesso tempo, con una psichedelia dark: lo associo ai pomeriggi spesi a leggere Dylan Dog. Affinità e divergenze dei CCCP perché lo ascoltavo con il walkman mentre andavo al liceo e mi dava coraggio, perché mi scarica la frenesia, perché ci sono tradizione e punk insieme, è un capolavoro.

Pensando al tuo percorso nella musica, se dovessi indicare le tappe più importanti prima di arrivare alla pubblicazione di Morsa, quelle che ti hanno maggiormente formato, dato soddisfazione o portato dove sei oggi, quali ricorderesti?
Direi in primis il periodo di produzione dell’album omonimo dei Blue Willa con Carla Bozulich, perché è una benedizione stare vicino a una persona così forte e profonda, con un’ironia e una cultura incredibili. Lei mi ha sciolto molti nodi, senza paternalismi, ha un’attitudine punk che fa venire i brividi da quanto è sfacciatamente verace. Il disco, poi, ci fece ottenere la copertina de “Il Mucchio” e anche quella fu un’immensa soddisfazione. A seguire, il concerto “Indagine sul cinema del brivido” con i Calibro 35 al Teatro della Pergola di Firenze, nel 2013, un’emozione indimenticabile: è stata la prima volta che cantavo con loro, ero spaesata e sudavo anche dalle unghie. Fu incredibile e non sono più tornata la stessa di prima, in effetti. Aggiungerei il giorno in cui i Solki hanno portato Sleeper Grele ad Alessandro Fiori e lui fondò immediatamente la sua etichetta Ibexhouse per pubblicarci. Un bellissimo momento di creatività repentina. E poi stare a stretto contatto quotidiano con un poeta come lui è una fortuna vera e molto rara. Infine, tutti i chilometri fatti per andare a suonare, la sciatica, dormire in un letto dove ci hanno dormito in mille prima di te, dormire per terra, sul palco dove hai suonato la sera, in macchina, non perché sia mitico di per sé, anzi a volte i nervi saltano per la stanchezza e il bisogno di una doccia, ma perché è un modo nuovo, diverso, interessante di viaggiare, incontrare persone, impostare la vita. Nel viaggio qualcosa di magico accade sempre, sono sempre tornata a casa arricchita.
La tua indole punk resta ad ogni modo ben rappresentata sin dalla copertina dell’album, dove campeggia una foto del celebre Jacopo Benassi. Ci racconti la storia di questo incontro e di questo scatto?
Jacopo Benassi aveva un locale a La Spezia, il Btomic, e chiamò i Solki a suonare. Basta un secondo per innamorarsi di Benassi e delle sue opere, perché è un uomo gentile e sincero. Ti viene proprio voglia di entrargli negli occhi, lui poi ha degli occhi penetranti che intimidiscono quasi, che invogliano alla reazione. Due anni fa feci un mini-concerto all’alba in una nottata in cui anche lui aveva tenuto una performance, eseguii dal vivo per la prima volta Epidermide e gli piacque moltissimo. Da lì, ci siamo promessi che avremmo fatto la copertina del disco insieme. Mi sembra incredibile tuttora. Ci siamo dati appuntamento in Piazza del Comune a Prato una sera infrasettimanale di autunno del 2020, aveva anche piovuto quindi era tutto lucido e i grigi dei muri erano vividi. Siamo andati sotto dei portici, dopodiché il tempo si è sciolto e ho ricordi stroboscopici. Un’esperienza fortissima.
Il titolo Morsa fa visualizzare qualcosa che stringe allo stomaco e che allo stesso tempo assale chi incontra sul suo cammino. La doppia chiave di lettura rispecchia l’andamento ambivalente del tuo modus espressivo?
Mi piacciono le parole polivalenti, forse perché sono impossibili da afferrare in maniera definitiva, sono un punto di partenza per partire verso un flusso di ogni genere. Questa parola in particolare ha una cascata di significati, era perfetta per raccontare il disco, ha una pronuncia morbida ma la “r” al centro la fa svoltare verso un gesto inesorabile. Per me è stata un’ulteriore e conclusiva chiave di accesso al disco.
