Trentemøller: quando la musica è caos ordinato

“Alla gente pare piaccia particolarmente infilare la musica in categorie. Buttarla lì, nel senso che è come se sbattessero un panno sporco nel cesto del bianco o del rosso per la lavatrice. A me non piace per niente, la trovo una cosa così noiosa. La lavatrice mi annoia già abbastanza farla a casa.”

Sarà che nel suo caso il rischio di uscirne con molto di più del classico calzino spaiato sarebbe pressoché scontato, ma Anders Trentemøller ha le idee (volutamente) con-fuse quando si parla di musica. D’altronde, basta guardare al suo personale percorso compositivo per comprenderne le ragioni alla base: passare dal distaccato minimalismo elettronico di The Last Resort alle sperimentazioni indie-analogiche di Into The Great Wide Yonder, fino alla colorata sublimazione melodica e filo-rock dell’ultimo album, Lost, che ne segna la definitiva consacrazione come musicista, non è cosa da poco. E non si può ricondurre tutto solo al frutto di un naturale svolgimento cronologico, qui il divario tra i famigerati generi va ben oltre l’implicita evoluzione della scena, ed il rischio “centrifuga impazzita” è dietro l’angolo. Eppure, la centrifuga di Trentemøller ha un che di incredibilmente ordinato. L’essenza selvaggia del puro e semplice punk rock, come lo definisce lui da buon figlio/amatore dei Suicide, unita all’industriosità impeccabile, evidente nei featuring e negli arrangiamenti, della scuola elettronica nordica.

Così, alle porte delle imminenti date italiane che lo vedranno esibirsi con la band al completo a Bologna e Roma (all’Estragon il 24 e all’Atlantico 25 febbraio, link ai contest cliccando sulle rispettive città), lo abbiamo incontrato per due chiacchiere veloci, parlando nello specifico di quell’unico genere che, per fortuna, sembra davvero continuare a non stancarlo mai: la GQM, Good Quality Music. Ipse dixit.

“Lost serve non solo come logica continuazione della sua opera, ma anche come l’ennesimo vaffanculo a qualunque genere in cui si pensava di averlo inscatolato“, è scritto sulla tua discografia. So che spesso ti sei lamentato dell’abitudine cara a molti giornalisti musicali di voler a tutti costi comprimere la musica in sempre più piccole scatole da catalogare. Sembra essere arrivato il momento di celebrare i suoni, non i generi, stando a ciò che pensi. Allora qual è, secondo te, il futuro della buona musica? Abbattere tutte le barriere?

Perché no?! Non passo molto tempo a pensare a questo. Mi piace un sacco di musica diversa, ma quando compongo la mia non penso tanto a che stile debba avere. Mi concentro sul tentativo di scrivere qualcosa che rifletta il mio stato d’animo, che è fondamentalmente questo, nient’altro. Non importano tanto i generi, quello che fuoriesce da dentro di te è tutto ciò che davvero conta. Questo non vuol dire che non mi interessino gli stili musicali: amo il krautrock , il noise pop, il garage rock, i gruppi anni Sessanta formati da ragazze, ecc, e quando lavoro alla mie di cose, naturalmente, vengo ispirato da tutto questo, ma per fortuna riesco sempre anche ad incorporare tutte quelle idee insieme; ed il risultato dovrebbe essere ancora un altro pezzo di Trentemøller, non solo una copia dei miei artisti preferiti.

Pensi di essere riuscito a farti rappresentare da Lost? E’ proprio così che ti sentivi, “perso” nel processo creativo durante la scrittura? In un modo positivo, intendo…

Ogni studio-album è estremamente importante, riflette il punto in cui mi trovo in quel momento specifico della mia vita. E sì, essere persi è per me anche e soprattutto una cosa positiva. Essere persi nell’amore o persi nella musica… Mi piace quando tutto è aperto. E per arrivare a questo stato d’animo ci si deve perdere nella musica, nel processo creativo, dimenticare la routine quotidiana e tutto il resto. Ecco perché mi rinchiudo nel mio studio per quattordici mesi ogni volta che lavoro ad un nuovo album, mi piace l’isolamento. Ma dopo questi mesi è davvero rinfrescante incontrarsi con la band e tutti insieme trasferire i brani dall’album alla fase live. E poi, naturalmente, andare in giro e suonare la musica dal vivo per le persone. Adoro farlo!

L’album vanta nomi e featuring illustri: Sune Rose Wagner, i Low, Jana Hunter, Jonny Pierce, Kazu Makino. Che tipo di valore aggiungono così tante collaborazioni al processo compositivo in termini di qualità? Non è stato difficile riuscire a mantenere una certa coerenza di fondo?

Ho scritto tutte le canzoni e le ho prodotte al 90% circa prima ancora di aver contattato i vocalist per cui le ho scritte. Così ho avuto la fortuna che tutti abbiano accettato di cantare nell’album. Quindi non è stato tanto un lavoro che procedeva in avanti e indietro, avevo le canzoni quasi finite e già scritte appositamente per ogni cantante. E dal momento che loro sono tutti “eroi”, per me, sapevo con precisione di cosa fossero capaci. Ma naturalmente hanno contribuito lo stesso al processo creativo, scrivendo le linee melodiche aggiuntive e tutti i testi. Dico sempre ai cantanti di scrivere i propri testi. In questo modo tutto diventa molto più onesto e personale, oltre al fatto che io mi ritengo abbastanza scarso a scriverli. La musica e i suoni sono il mio campo.

photo by Foorst bruges
photo by Foorst bruges

Così è come se avessi già avuto le loro voci in mente prima di andare in produzione…quindi durante il processo non vi siete in alcun modo spinti a vicenda nel tentare di esplorare nuovi beat o stili vocali? Ci sono state sorprese in fase di registrazione dovute a questo eterogeneo lavoro di squadra?

No, volevo davvero che tutti loro cantassero come sanno fare, dovrebbe essere naturale. Li ho scelti proprio perché mi piace esattamente il modo in cui cantano, il loro atteggiamento, ecc, non era mia intenzione snaturarli. Ma è stato comunque divertente inserire vocalist come Sune Wagner dei The Raveonettes o come Jonathan Pierce dei The Drums in un universo molto più elettronico. Ho anche dovuto adattare un po’ le loro voci, nonostante ami il suono sporco delle chitarre dei Raveonettes e quello indie/pop/surf dei The Drums. E’ stato bello vedere che le loro voci potevano funzionare anche con altre sonorità così diverse dalle loro.

Insomma sembra proprio che tu abbia trovato una nuova casa: il palco con l’intera band, compresa, tra gli altri, Marie Fisker, la cantante di uno dei tuoi ultimi singoli. Che tipo di assetto ha lo spettacolo dal vivo? Quello di un concerto rock o di un set elettronico?

Sembra più un concerto rock, perché non ci sono computer portatili sul palco e suoniamo tutti degli strumenti. Odierei giocherellare solo con alcuni controller midi e un computer portatile sul palco. Mi piace suonare strumenti musicali, questo è il solo modo in cui suono la mia musica. Quindi sul palco abbiamo due chitarristi, un bassista, un batterista e Marie Fisker alla voce e chitarra. Quindi in realtà ci sono tre chitarristi, tutto sommato [ride, ndSA]. E poi ci sono io che uso sequencer e tastiere, naturalmente. Ci sono ancora alcuni elementi elettronici nello show, ma anche un sacco di altri elementi… E’ davvero difficile da descrivere, bisogna vederlo!

Il video del nuovo singolo, Gravity, è interpretato da Oscar Isaac, il protagonista del nuovo film dei fratelli Coen, Inside Llewyn Davis. Parlando di audio-visivo, registi come Oliver Stone, Pedro Almodovar e Jacques Audiard, hanno tutti scelto molti dei tuoi pezzi per i loro film. Cosa si prova quando la propria musica arriva fino al punto di completare un racconto sul grande schermo? Non è la prima volta per te. Che mi dici della colonna sonora del film danese che hai scritto tre anni fa?

Eh eh, sì, in realtà ho fatto quella colonna sonora cinque anni fa. E’ stato divertente, ma anche molto impegnativo, quindi non credo che lo rifarei. Ma è ovviamente una grande cosa che questi fantastici registi utilizzino la mia musica nei loro film, è un vero onore! Soprattutto con Almodovar, che mi ha chiesto tutte le diverse parti dei pezzi separatamente, in modo da poter mixare le chitarre, i synth, la batteria, ecc, ciascuno nello specifico. Ed è stato bello vedere che ha usato la mia musica per due minuti nel film, solo musica senza dialogo! L’ha usata, tra l’altro, anche per il trailer ufficiale. Mi sono sentito davvero molto onorato, perché sono sempre stato un grande fan di Almodovar ed ho visto tutti i suoi film.

Avete recentemente chiuso una serie di date nei festival europei. Quali sono state le reazioni della gente al nuovo materiale? Siamo abbastanza pronti per la tua evoluzione/rivoluzione musicale?

Ovviamente non credo affatto che sia una rivoluzione. Cerco solo di fare musica di buona qualità, questo è tutto. Non sono certo qui per educare le persone, rompere le barriere o quant’altro. Non penso alla musica in questo modo. Ma sì, la gente ha reagito veramente bene al nuovo materiale. E’ sempre bello vedere che le persone vogliono non solo ascoltare il vecchio materiale, ma anche le cose degli ultimi album. Spero che sia così anche in Italia. Abbiamo già suonato in precedenza in Italia e devo ammettere che lì, in particolare, ci è sembrato che la maggior parte delle persone, quando è venuta ai nostri concerti, si aspettasse di assistere a un dj-set techno, e in realtà molti hanno pensato che avrei suonato come un dj! Alcuni sono rimasti un po’ delusi quando siamo venuti con la band, davvero strano… Questo è accaduto forse perché in Italia ho fatto un bel po’ di show come dj, nel corso degli ultimi anni. Anche se è davvero raro che lo faccia adesso. L’attenzione ora è puntata esclusivamente sulla mia musica, con la mia band!

E ad oggi cosa ti aspetti dal nostro pubblico, siamo pronti secondo te? Cosa ne pensi della scena musicale elettronica italiana, la conosci?

Spero che siate pronti sì! Non ne so molto della scena elettronica in Italia, raramente nel mio quotidiano ascolto musica elettronica e forse non sono proprio la persona giusta a cui chiedere [ride, ndSA]. Però non vediamo l’ora di suonare in Italia e faremo del nostro meglio per spaccare!

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