Tra passato e modernità
-
Fabrizio Zampighi
- 5 Settembre 2013
Che il 2013 sia l’anno del folk? Chi può dirlo. Certo è che negli ultimi mesi sono usciti lavori notevoli riconducibili al genere. Pensiamo all’ultima Laura Marling, ad esempio, licenziataria di un Once I Was An Eagle che stupisce per intensità e trasporto pur non rivoluzionando i parametri dell’immaginario chiamato in causa; al confermato Iron & Wine di Ghost On Ghost; a una Nancy Elizabeth efficace allo stesso modo nel dare trasversalità e lustro a certi suoni arrivando a una sintesi assai interessante: da un lato un patrimonio condiviso che somma Pentangle, Vashti Bunyan, Fairport Convention, dall’altro una definizione piuttosto personale di un linguaggio in cui rientrano anche elementi di elettronica e musica contemporanea.
In realtà sembra quasi che lo stesso termine “folk” ultimamente, per lo meno in qualche sua declinazione, si sia trasformato assumendo i caratteri di una modernità in divenire. Abbandonato per un momento ogni riferimento a un genere specifico fatto di tradizione, strutture riconoscibili, strumentazione caratteristica, parte di ciò che oggi viene identificato come folk è diventato terreno fertile per un’indagine interiore sempre più profonda e musicalmente articolata. Un po’ quello che accadeva a un “rock” che ormai vent’anni fa diventava una questione di attitudine più che uno stile preciso, un sovvertire schemi e forme consolidate più che un idioma “classico” fatto di chitarre elettriche, basso e batteria. Del folk originale, nel nostro caso, rimane il suo essere musica diretta, introspettiva e senza filtri, oltre a qualche riferimento estetico: il resto è personalizzazione di un sentire mai così malleabile e di larghe vedute, mai così ibridato e senza confini certi (nella nostra carrellata vogliamo citare anche la Fiona Apple uscita lo scorso anno con The Idler Wheel Is Wiser Than the Driver of the Screw and Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do: disco, il suo, di blues destrutturato, fascinazioni africane, approccio “folk” lontano dai cliché di genere, che pur non rientra appieno in nessuno di questi stili).
Nel caso della Elizabeth il percorso evolutivo è tangibile, per una curva ascendente partita da quella tradizione di cui si diceva con un disco d’esordio come Battle & Victory (2008, Leaf) tutto chitarre acustiche, harmonium e arpa, passando per un Wrought Iron (2009, Leaf) raccolto attorno al pianoforte e a certe atmosfere scarne e minimali, per arrivare al più recente Dancing (2013, Leaf). Quest’ultimo l’episodio più rotondo e riuscito di tutta la discografia dell’artista, capace di testimoniare una maturazione ormai giunta a compimento che abbandona i modelli genitoriali per dar spazio a un Es sospeso tra passato e futuro, tra tradizione e malinconie oniriche. Un “inner-folk” perfettamente tagliato sulla voce impalpabile e virtuosa della Elizabeth che riesce a dar vita a un lavoro che non invecchia nemmeno a mesi di distanza dalla sua pubblicazione.
Di questo ed altro abbiamo parlato con la musicista di stanza a Manchester, in una chiacchierata che ha rivelato, oltre all’approccio musicale senza barriere della Elizabeth, anche un’indole affabile e per nulla intonata con la musica malinconica e introspettiva che caratterizza la musicista.
Dancing ha un suono molto profondo ed emozionante. E’ folk, ma anche ambient, musica contemporanea, musica elettronica. Che differenze ci sono tra questo disco e Battle And Victory o Wrought Iron?
La strumentazione è diversa. Il primo disco prediligeva il suono dell’arpa. Il mio secondo disco tendeva a guardare indietro. In Dancing ho usato di più la tecnologia, ho incorporato alcuni elementi elettronici. Credo che musicalmente l’ultimo disco sia molto diverso, ma è un risultato che ho ottenuto senza pormi come obiettivo il fatto di farlo suonare diverso dagli altri. Credo che sia stata una progressione naturale.
A leggere i testi, sembra che la tua musica abbia una connessione forte con la tua biografia. E’ davvero così? In che modo la tua biografia influenza la musica che suoni e i testi che scrivi?
Come artista, prendo sempre ispirazione dalla mia vita, cerco di scrivere di cose che conosco, senza pensare molto alla provenienza delle parole. Quello che mi succede, le esperienze che faccio: finisce tutto nelle canzoni.
Che tipo di relazione hai con la musica folk? Penso alla tradizione inglese di band come i Pentangle, Fairpot Convention, Vashti Bunyan, ma anche a musicisti contemporanei come Josephine Foster, PJ Harvey, Joanna Newsom…
Credo che non ci sia un genere di musica che non mi piaccia. Per quanto riguarda il folk, posso dire che ce ne è di ottimo e ce ne è di pessimo (specialmente alcune cose tradizionali inglesi). Lo stesso per gli artisti contemporanei: ci sono cose che mi piacciono e altre che non mi piacciono. Delle tre musiciste che hai citato, amo moltissimo P.J. Harvey e mi piace Joanna Newsom. Con Josephine Foster ho fatto un concerto qualche anno fa a Manchester. Le cose che faceva allora mi piacevano, i suoi lavori più recenti, invece, non li conosco bene. In genere, comunque, sono di mentalità molto aperta, mi piacciono un po’ tutti i tipi di musica.
E questa apertura mentale, in fondo, si sente anche nella tua musica…
Sì, cerco di assorbire più cose possibili, specialmente in un contemporaneità in cui si può entrare in contatto davvero con tutti i tipi di musica. Non ci sono più media che decidono cosa trasmettere. Un minuto prima sei lì che ascolti qualche pazza musica dance africana e il minuto dopo passi al folk irlandese o a un’elettronica che arriva dal Messico. Musicalmente, viviamo in tempi piuttosto eccitanti. Perché non dovremmo sfruttarli?
Hai chiamato il tuo ultimo disco Dancing: che rapporto hai con la musica elettronica?
In realtà il titolo del disco non ha niente a che vedere con i pochi elementi di elettronica che si trovano al suo interno. “Dancing”, per me, significa “movimento”, e per “movimento” intendo il muoversi del suono nella musica. Spesso le persone associano gli elementi elettronici al mondo della dance music, ma in realtà credo che sia un ragionamento piuttosto moderno, degli ultimi tempi. Il fatto di aver usato elementi elettronici in un disco che poi ho intitolato Dancing immagino che sia stata una semplice coincidenza.
L’immagine di copertina dei tuoi primi EP e del tuo primo disco hanno a che vedere con i pesci e l’acqua. Lo stesso si può dire per il video di Feet Of Courage. E’ tutto legato a un concept o c’è qualcos’altro sotto?
Anche qui si tratta di una coincidenza. Sulla copertina di quei dischi c’è una cascata, con i pesci che nuotano contro corrente. Era una scena piuttosto rappresentativa di come fosse la mia vita in quel periodo, delle difficoltà che si hanno quando sei al primo disco. Il video di Feet Of Courage invece è legato alle parole della canzone, all’immergersi nella vita, nelle situazioni, al cercare di tenere “accesa” la stessa vita. Nel video abbiamo reso questa metafora con il tuffarsi in una piscina. La coincidenza è stata che in quel momento mi è capitato di collaborare con un video producer che voleva filmare nell’acqua, e così lo abbiamo fatto.
Esteticamente sei molto legata a un immaginario inglese vecchio stile, quasi vittoriano. Mi riferisco ai vestiti molto eleganti che indossi quando suoni dal vivo e al video di Simon Says Dance. Cosa puoi dirmi di questo aspetto della tua immagine?
In realtà, come persona, non mi sento molto elegante e non guardo nemmeno troppo a quello che indosso. Ultimamente però ho incontrato una sarta/stilista che ha deciso di farmi un vestito rosso in seta, vestito che ho indossato anche all’ultimo concerto a Manchester e che mi piace molto.
Che tipo di relazione hai con il passato e la modernità? Sembri un po’ un’entità in bilico tra questi due elementi…
Non penso a me stessa come a una persona vintage. Ho amici che sono fissati con gli anni Settanta e hanno arredato tutte le loro case in quello stile, ma io non sono molto interessata, nemmeno ad avere tutta quella roba moderna che le persone posseggono. Mi piaccino le cose carine, di buona qualità. E lo stesso accade con i miei gusti musicali e la musica che faccio
Che mi dici dei tuoi concerti? Ho visto alcuni video in rete: sembrano live-set molto intimi e raccolti. Pochissimi strumenti e la tua voce. Sarà lo stesso per il tour di Dancing? Suonerai anche in Italia?
Mi piacerebbe passare dall’Italia quest’anno perché amo il vostro paese, anche se ancora non c’è nulla di definitivo. Forse verrò in autunno. Per ora sto girando in Uk con una band – si fanno chiamare “The Dancers” [ride, ndr] -, con un batterista, un bassista, qualche cantante (per rendere al meglio le linee vocali dell’ultimo disco). Molto spesso dipende dalla situazione, comunque. Ad esempio in Italia sarebbe difficile, a livello logistico, far suonare tutte queste persone, anche se mi piacerebbe.
In rete c’è un video di te all’Università di Manchester che canti e spieghi come scrivere una canzone. In quel video affermi di ascoltare i suoni che hai attorno, per scrivere musica. Potresti farmi un esempio pratico?
E’ una buona domanda. Per dire, ieri stavo parlando con qualcuno e c’era musica sullo sfondo, che mi impediva di concentrarmi sulla conversazione. E’ come se le mie orecchie cogliessero il rumore che ho attorno. Quando ritorna il silenzio riesco a concentrarmi e a creare musica.
E’ vero che quando componi cerchi di isolarti dalle altre persone?
E’ capitato, sì. Per esempio, Dancing è stato un disco che ho scritto in maniera abbastanza solitaria, nel tempo libero. Per il mio prossimo disco vorrei coinvolgere altre persone nel processo creativo, ma non voglio fare le cose in fretta.
Mi racconti qualcosa della scena musicale inglese? Come è cambiata negli ultimi anni con l’avvento delle nuove tecnologie e di internet?
In Inghilterra ci sono moltissime persone che suonano dal vivo, e questo dipende sicuramente anche dal calo delle vendite di dischi. Anche in Inghilterra, come nel resto del mondo, le persone non comprano più molti CD, come invece facevano in passato, e così i musicisti suonano moltissimo dal vivo perché è l’unico modo per guadagnare denaro. A Manchester, città in cui vivo, ci sono almeno cinque concerti ogni sera; c’è molta scelta ma anche molta energia, dal punto di vista musicale, ed è bello che si suoni dal vivo. Del resto ormai la tecnologia è arrivata al punto in cui ognuno riesce a crearsi un buon suono da solo. Non siamo più ai tempi di Frank Sinatra o Dean Martin, quando si registrava dal vivo e da quella registrazione usciva fuori la personalità dell’artista. Ora grazie alla tecnologia, una volta registrato il materiale, si può tornare su tutto modificando l’intonazione della voce e qualsiasi altra cosa. E così è bello che si torni a suonare molto dal vivo, condizione in cui viene fuori realmente la personalità del musicista. La comunicazione tra le persone è certamente meglio di un suono registrato perfettamente.
