The Smell. Il profumo degli angeli

Los Angeles ha un nuovo covo: The Smell. E, stando a quanto ne disse il New Yorker, è la tana di una fresca generazione di punk californiani. Fra i suoi frequentatori più assidui, il locale conta anche promesse 'a latere' della scena indie nella Città Degli Angeli. No Age, HEALTH, Mika Miko, Silver Daggers, BlackBlack, The Mae Shi, Cause Co-Motion!, Vivian Girls, Crystal Stilts e Abe Vigoda si contano fra queste. Non tutte provenienti dall'assolata California. Non necessariamente affini per sonorità proposte. Spesso, però, vincolate da legami d'amicizia favoriti dalla gavetta condivisa e da condivise passioni musicofile. Abbiamo citato questo pugno di nuove e nuovissime band – lasciando fuori la marea d'altre che transitano il club – proprio perché, divergenze o affinità stilistiche messe al bando, son quelle che fanno maggiormente 'corpo unico' con l'etica, ed estetica, del The Smell; quelle che, ad oggi, ne animano il cartellone d'eventi live, provando quanto la scena californiana (Los Angeles e San Francisco soprattutto) stia al momento sfornando, in continuo, sorprese sospese fra passato e presente. Forse non innovative in assoluto, ma importanti per più aspetti.

Nato dieci anni fa, intimo e contiguo con i fermenti locali da sempre palpitanti attraverso il profondo cuore rock dell'assolata L.A., il The Smell (il cui autoassegnatosi motto parrebbe essere: "Helping keep kids off the streets since 1998… by leading them into a dark") è piccolo e misterioso, intimo e seducente, un locale che è un covo. La cui prima significativa figliolanza, legandola 'a posteriori' rispetto alla scena colà poi sviluppatasi, sembra musicalmente essere quella dei No Age, sospesi fra post-punk e shoegaze. Ma vano sarebbe cercare di associare alla band di Dean Spunt e Randy Randal il suono della miriade di band che sono nate suonando e provando nel Nostro localino. Cosa infatti possa unire, nel modo d'approcciare la materia rock, la band di Weirdo Rippers (2007) e Nouns al “tropical punk” dei figli più chiacchierati, oggi come oggi, dello Smell, ossia i giovanissimi Abe Vigoda, rimane da scoprire. Mentre ben chiaro è che la Post Present Medium, label del No Age Dean Spunt, ha molto apprezzato il sound composito del giovanissimo quartetto. Tanto da pubblicarne il fresco di stampa Skeleton e dare sfoggio di quel “tropical punk", come alcuni l'hanno denominato, creato dai Vigoda. L'altro volto dello smell sound è, di contro, affine a quella genia di nuovi eroi musicali (Eat Skull, Sic Alps, Psychedelic Horseshit, Blank Dogs, Times New Viking, Thee Oh Sees, Nothing People ecc.) che è stata definita da più parti come “shit-pop revolution generation". Quella che ha portato il noise a reinventarsi e a imbastardirsi nuovamente, da un lato con i maestri del suono cingolato di sempre (Royal Trux, Chrome, Helios Creed, Crash Worship), dall'altro con le istanze rock and roll brade e 60s-oriented (Cramps, Stooges, il garage-rock, certo punk settantasettino). Ed ecco comparire così, negli annali del club, il nome dei Silver Daggers, il cui range stilistico spazia dalle band Dischord ai Pere Ubu, dalla no-wave a certo free-jazz fai-da-te.

O ancora – ennesime sfaccettature di un (non)suono odoroso – il groove ricercato e tribale degli HEALTH, il quartetto losangelino incline a virare in forma dancey istanze noise, wave e art-rock come dimostra appieno il progetto laterale HEALTH//DISCO. O gli spiriti affini Clip’d Beaks e Mahjongg, ospiti fissi sul semipalco dello Smell, pronti ad agitare cuori e chiappe a forza di poliritmi urban. Il succo vero di Kontpab (K, 2008), esordio lungo dei chicagoani Mahjongg, giace, straziato ma vivissimo, in quella 'terra di nessuno' denominata, fra 70's e 80's, mutant disco.  O l’aggressività punk d.i.y. delle agitatrici padrone di casa Mika Miko, i bozzetti weird-pop-folk dei BlackBlack, il garage pop-cavernoso dei caUSE co-MOTION! (valgano due loro uscite per tutte: il 7", datato 2005, Baby Don't Do It e quello, sul mercato discografico da pochissimo, intitolato I Lie Awake, Slumberland, 2008, prodotto da Tim Barnes (Roger Sisters, Sonic Youth). O, per concludere nella rapida carrellata, quei Crystal Stilts che, fa gli idoli citati cui si ispirano, inseriscono i maestri neozelandesi The Clean ed il cui lp omonimo, appena uscito su Woodsist sublima il suono mid-80s sull'asse Cure/Jesus & Mary Chain/Spacemen 3 in caramelle garage-pop formalmente compitissime.Se proprio dovessimo, semplificate le cronache, trovare un punto di partenza per questi nuovi rumorosi assetti della geografia musicale negli States, allora dovremmo tirare in ballo etichette quali In The Red e Load, fra il 2003 e il 2005, e gruppi come Hospitals e Piranhas. Ed anche molti figli di questa nidiata (vedi Sic Alps e Thee Oh Sees) amano bazzicare su questi palchi. Così come non disdegnano ospitalità alcune delle più chiacchierate band, a livello underground, che al The Smell finiscono per far tappa spesso e, pensiamo, anche volentieri…

Maggio 2008. Il 23, per il diario di bordo. Le Vivian Girls sbarcano a Los Angeles per un tour de force anfetaminico: suonare presso la KXLU (stazione radio fm che trasmette dalla Loyola Marymount University), alle 5 di pomeriggio, e poi, senza neanche tanto aver tirato il fiato da quel palco, scaraventarsi su quello che è oggi considerato uno dei locali più fondamentali, per molte nuove band californiane…il The Smell. Hanno appena pubblicato un lp. A prendersi carico della pubblicazione, la label newyorkese Mauled By Tigers. E, infatti, le Nostre provengono da Brooklyn. La band è in attività solo dalla fine dell'anno scorso. Saranno proprio esibizioni come quella accennata (entusiasmante) o quella presso la SXSW a far sì che, appena stampato, il disco delle Vivian Girls vada immediatamente sold-out. In una sola settimana era praticamente impossibile trovarlo presso tutti i più importanti independent music shops della Grande Mela. Other Music e Kim's Underground inclusi! Il caso ha montato talmente tanto che il prossimo autunno il disco verrà ristampato dalla californiana In The Red. Blackblack, Cause Co-Motion!, Crystal Stilts son band amiche per la pelle (e concittadine) delle Vivian Girls. E tutte affezionatissime al The Smell. Adesso non ci resta che approfondire, per quanto ci è in tale sede concesso, tre delle band che hanno fatto, e stanno ancor facendo, la gloria d'un periferico club losangelino (il cui unico concorrente sembrerebbe essere l'Hemlock Tavern di San Francisco….ma questa è un'altra storia…). (MP)

Abe Vigoda

The best band in California at the best venue in California: questo il grido virtuale di un anonimo utente del web in merito all’ennesimo live al The Smell. E come dargli torto, visti i protagonisti.

In tempi di sovraffollamento uditivo come quelli del 2.0, si corre il rischio di gridare al miracolo con troppa facilità perdendo di vista l’eventuale (e sempre più probabile) standardizzazione della proposta. Qui però si va sul sicuro, anche se a prima vista, senza averli visti o sentiti, basandosi solo su background, provenienza, amicizie e influenze dichiarate si sarebbe tentati dal confonderli nel calderone delle uscite wave o art-punk come ne arrivano a secchiate da quell’estremo trancio occidentale di America. E invece, senza neanche ascoltarli, basterebbe guardarli in faccia o conoscerne i nomi per capire che c’è qualcosa se non di più, per lo meno di altro rispetto al canone.

Fuori i nomi allora: Juan Velasquez (chitarra), David Reichardt (basso), Michael Vidal (chitarra, voce), Reggie Guerrero (batteria), amici dalle superiori e ignari di cosa fosse uno strumento fino alla formazione del gruppo. E poi la provenienza: Chino, hinterland losangelino a forti tinte ispaniche in cui tacos e spanglish sono la consuetudine. Così come gli echi di quelle tinte da mezcla socio-culturale rimbombano prepotentemente nelle musiche di questi quattro imberbi poco-più-che-adolescenti.

Il quartetto – che deve il nome all’attore famoso più per le paradossali circostanze della presunta morte che per l’interpretazione di Salvatore “Sal” Tessio in Il Padrino – ha infatti coniato l’esotica (auto)definizione di “tropical punk” per evidenziare quella fusione di input disparati da melting pot globale che, specie negli States, stanno ridisegnando i confini della società del terzo millennio.

Ma cos’è, in concreto, il tropical punk degli Abe Vigoda? Una forma di punk etimologicamente tropicale, torrido, sfibrante, ma anche colorato, spensierato, folle. Un devastante mix di new wave e punk-pop, influssi ritmici caraibici e smazzate tex-mex, no wave giocosa e world music sui generis che trova nel diamante grezzo che è il nuovo Skeleton (PPM per l’edizione americana e Bella Union per quella europea) una perfetta sintesi. Immaginate un caleidoscopico ibrido pop ad alta gradazione ritmica delimitato in un perimetro tra le extravaganze dell’Animal Collective meno astruso e la follia orchestrale di Arcade Fire, pronto ad esplodere in una serie di schegge impazzite e coloratissime che straripano in ogni direzione. Tutto ovviamente frullato attraverso la genuina lente di 4 giovani ispanici ed iconoclasti devoti all’attitudine punk.

Prima di giungere a questo (temporaneo o definitivo, solo il tempo lo dirà) punto d’approdo – a dirla tutta il loro capolavoro – i 4 hanno attraversato altre tappe; nello specifico una miriade di pezzi piccoli come d’ordinanza in tempi di elefantiasi della (auto)produzione e due full length – l’esordio Sky Route/Star Roof (PPM, 2006) e Kid City (OlFactory, 2007).
Ambedue produzioni in famiglia, visto che Dean Spunt (PPM) e Jim Smith (OlFactory) sono ambedue presenze ingombranti dello Smell. I 12 pezzi dell’esordio Sky Route/Star Roof, seppur lasciando intravedere gli sviluppi futuri, sono ancora legati ad un art-punk schizoide di diretta emanazione no-wave. Si ascoltino Casual Knights o Chivalry per fugare gli eventuali dubbi. Non c’è furia fine a se stessa, ma musica cerebrale. Non c’è cacofonia gratuita, ma dissonanza funzionale. Sperimentalismo ed elucubrazioni strumentali non sono parole buttate al vento ma condensano il senso di un esordio come se ne sentono pochi. Dopotutto, una delle migliori definizioni online è "dei DNA capitanati da un Tom Verlaine ubriaco".

L’anno successivo è la volta di Kid City, che ripropone l’energia del quartetto introducendo una virata pop più intelligibile e che fa da battistrada per l’esplosione di Skeleton. Sempre di brevi bozzetti di abrasivo noise-pop stiamo parlando. Mai superiori ai 2 minuti, i pezzi del comeback sono delle gemme pop incastonate in carta vetrata: la voce non è più urlata ma comprensibile; le ritmiche variano sul canovaccio “calypso-punk” che sarà di lì a poco (Infinity Face è una tempesta caraibica totale); gli interplay tra le corde assumono maggior consapevolezza nel loro essere asimmetrici (Homonomy vive di continui scambi/scontri tra basso e chitarre) sfiorando territori da tapping (Boxes) impensabili solo l’anno precedente.

I ragazzi insomma crescono; e in maniera vertiginosa, tanto che i full-length possono esser visti come una sorta di mappatura in divenire di un suono che si va formando letteralmente travasando l’iconoclastia no-wave verso un ibrido pop-punk dai contorni geniali ed inattesi. Che lasciano ancora – come sempre – a bocca aperta di fronte alle infinite pieghe che un suono, sempre quello ma mai lo stesso, può prendere in quella fetta d’America dove batte sempre il sole. (SP)

Mika Miko

Le femministe? Il passato remoto. Le riot grrrls? Il passato prossimo. E l’attualità? L’attualità è una serie di band al femminile che tutto sono tranne che identificabili come femminili. Tanto meno come poseurs o gente alla ricerca dell’hype. Tra queste Mika Miko, 5 sbarbine nemmeno ventenni che sono il vero centro nevralgico per il suono The Smell. Intorno a loro è fiorita la scena/non scena del locale losangelino; anzi, ad essere precisi è con loro, dentro di loro che si è sviluppata una serie di bands affini non solo stilisticamente.

Sono infatti tanti legami tra i gruppi che gironzolano per lo Smell: musicali innanzitutto, col locale della downtown che si rivela sin da subito il grembo materno nel quale cozzano, si scontrano e si confrontano, mescolandosi e travasandosi le une nelle altre, le aspettative e le esperienze di un gruppo eterogeneo di giovani in fissa con la musica, il divertimento e anche l’impegno sociale.

I legami tra le bands sono però anche amicali e artistici. Se a testimoniare i primi ci sono le innumerevoli date condivise, a comprovarne le affinità stilistiche non c’è solo lo stesso approccio diretto e iconoclasta alla musica ma anche un fitto scambio di esperienze e di travasi extra-musicali: il video di Skeleton degli Abe Vigoda, ad esempio, in cui a prestare il proprio piacente visino troviamo Jenna Thornhill che con lo pseudonimo di Jet Blanca è voce, sax e tastiere delle Mika Miko. Oppure la partecipazione al rockumentary 40 Bands, 80 Minutes! di Sean Carnage, una fotografia sull’underground punk della città degli angeli.

I più semplici potrebbero obiettare che, dopotutto, è il do it yourself, baby. Ma qui la faccenda è più complessa. Prendete High School Record, un film indipendente di Ben Wolfinshon che si propone di indagare le frustrazioni dei giovani americani, rimanendo equidistante sia dalle stupidità puttanesca alla American Pie, sia dalla riflessione seriosa e problematica alla Elephant. Beh, guardatevi il cast e ricostruirete facilmente l’albero genealogico della Smell scene: la suddetta Jenna, in compagnia di Jessica Clavin (bassista del gruppo) dividono le scene tra gli altri con Dean Allen Spunt (già Wives e ora mezzo No Age, oltre che titolare della PPM per cui escono la maggior parte delle release dei nomi qui coinvolti), Susan Estrada e Nicholas Gitomer (My Little Red Toe) e – udite! udite! – sua santità Mike Watt. Un fermento inarrestabile; un turbinio di nomi, facce e musiche, che ruotano tutte intorno all’unico punto fermo della costellazione punk losangelina: The Smell.

Proprio come la musica delle 5 signorine che si sono date il nome storpiandolo dal gruppo punk nel quale suonava la defunta zia di Jessica e Jennifer. Un frullatone punk-rock deviante, essiccato e striminzito che cita invariabilmente Germs e Black Flags, così come l’appeal dancey (da prendere con le molle) di Liquid Liquid, ESG e compagnia bella funkeggiante. Ma le cinque (Victor Fandgore a.k.a. Jennifer Clavin – voce, chitarra, tastiere; Jet Blanca a.k.a. Jenna Thornhill – voci, sax, tastiere; Michelle Diane Suarez – chitarra, tastiere; Jessica Clavin – basso; Kate Hall – batteria) hanno bene in mente di essere le nipotine assatanate di X-Ray Spex e Slits e le sorelline minori di gente come le Bikini Kill e Erase Errata, perciò spaccano di brutto nei loro pezzi da 1 minuto e mezzo pur rimanendo ben salde in un ferreo approccio d.i.y. che se ne sbatte di hype e cazzate simili. Dopotutto, We like to say we are pony trash, Jennifer dixit.

Un album (C.Y.S.L.A.B.F. per Kill Rock Stars/Post Present Medium, 2006), un mini (666 sempre PPM, 2007) e un omonimo 7”. Queste le scarse uscite per un minutaggio ancora più striminzito: neanche 1 ora di musica incisa che però è in tono col senso ultimo del proprio (macro)microcosmo. Quello del suono trasversale, spigoloso, riottoso, umorale, discontinuo ma sempre eccitante e ben testimoniato dall’happening per il decennale dello Smell, in cui le 5 ragazzine terribili hanno condiviso il palco a suon di decibel con, guarda caso!, fratelli di sangue come No Age, Silver Daggers e Abe Vigoda, tra gli altri. (SP)

Silver Daggers

Nomen omen, ovviamente. Scelta stilistica e dichiarazione d’intenti fuse insieme sin da quello che – volenti o nolenti – rappresenta il primo scoglio per chi imbraccia gli strumenti: il nome. Che, nel caso specifico del quintetto losangelino, lascia ben poco all’immaginazione: stiletti argentati.

Stilettate. Fitte e dolore. Sangue. E ovviamente The Smell. Sì, perché nell’infinito diramarsi di questa scena-non-scena le affinità musicali sono nulla se non ci sono legami personali. Abbiamo avuto modo di vederlo parlando di Mika Miko e Abe Vigoda. E infatti è proprio una vecchia conoscenza di questo articolo ad imbracciare il sax deturpato col quale i Silver Daggers martoriano la propria musica, quella Jenna Thornhill usa ad urlare con le Mika Miko e, apparentemente, epicentro del (non)suono dello Smell. Al riguardo da tenere d’occhio è il trio “soul-violence” Small Breed con alla voce, guarda caso, proprio la Thornhill.

Perdersi lungo i sempreverdi rami dell’albero genealogico della Smell scene sarebbe facile a questo punto, ergo facciamo un passo indietro e torniamo ai Silver Daggers. Più contorti rispetto ai compagni di palco citati in questo articolo, meno lineari e più umorali, i SD rubano il nome ad un pezzo della Baez per rinverdire i fasti funk-no-wave tipicamente newyorchesi innervandoli però di scazzo punk losangelino. Il contraltare west coast dei disciolti Black Eyes, per esser brevi, e il finora unico full-length ufficiale, New High & Ord (Load, 2007) sembra dimostrarlo; quando le voci si incastrano l’una sull’altra in un semifalsetto devastante e schizoide che copre il range che va indietro nel tempo fino ai Pere Ubu, ad esempio. Oppure quando a dettare legge è il fratturato interplay strumentale in cui fondamentale è l’apporto dei fiati: la tromba di WKSM e il sax violato della Thornhill legano e slegano la massa sonora bignamizzando i suoni out dell’ultimo trentennio e sfottendo tutto il p-fu(ffa)nk odierno. In aggiunta un basso grasso e tondo memore dei NoMeansNo, una batteria asciutta ma ritmatissima, la chitarra tagliente del figliol prodigo Jackson Baugh (cercare sul web per le vicissitudini dell’ex membro fondatore) ed ecco che New High & Ord si presenta per quello che è: uno dei migliori “esordi” dell’anno passato.

As usual in tempi di frantumazione del mercato discografico – e soprattutto in scene etimologicamente do-it-yourself come questa dello Smell – è però nella sterminata produzione minore che i SD danno il peggio di se stessi. Una pletora di uscite. Una costellazione di cd-r autoprodotti, cassette, vinili piccoli in modalità split che brillano offrendo un suono ancor più frastagliato rispetto all’album. Nell’autoprodotto cd-r live Art School. No Bleed (2005), per esempio, quando i fiati disegnano fughe mediorientali (Glacier/Elephant Stomp); oppure nelle dilatazioni free (-rock, -noise, -funk, -jazz, -everything) della cassetta Pasado De Verga (Not Not Fun, 2006 con coltello come gadget!), il cui lato b è occupato interamente da una suite in 15 minuti che è esattamente quello che il titolo prefigura: 26 Animals Using Regular Rock Instruments.

La follia dei 5 si sarà compresa a questo punto. La padronanza degli strumenti pure, così come la attitudine a demistificare un passato (musicale) mai così presente. Quello che interessa in questa sede, però, è la centralità dello Smell. Che poi significa la centralità di un suono che non è un suono, bensì una attitudine – alla collaborazione, ai travasi, agli innesti – che riunisce tutte le tessere in un disegno più grande. In un mosaico sonico nel quale i Silver Daggers entrano di diritto come l’ombra deviante, il fratello schizzato, il lato oscuro speculare all’immediatezza delle Mikas e alla solare aggressività degli Abes, solo per rimanere ai nomi citati qui. (SP)

Mae Shi + Gowns

I Mae Shi hanno fatto una finaccia. Succede ed è successo. Però prima di sprofondare nel baratro di un college-rock non invasivo né tagliente, di cuori ne hanno spaccati tanti. Sia chiaro, non che l’ultimo album a nome Mae Shi sia brutto, anzi. Il problema risiede purtroppo nel nome del gruppo: HLLYH semplicemente non è un album dei Mae Shi che conoscevamo. Quelli che si dedicavano ad un experimental-punk che flirtava in egual misura con post-punk incazzato e mutante, funk bianco imbizzarrito e destrutturazioni quasi hc sporcate di synth ed elettronica a basso costo. HLLYH è un disco di moderno noise-pop privo di eccessivi spigoli e senza quasi alcuna asperità, piuttosto melodico e ricercato nei suoni ma senza quella fiamma che bruciava nelle prove precedenti lo scisma in casa Mae Shi.

Sì, perché – anche se è roba che sta al confine tra gossip e cronaca musicale – non si può non parlare dello scisma in casa MS. In primis perché arrivò inaspettato – amichevole a sentire i protagonisti – proprio al momento in cui il quartetto sembrava poter spiccare il volo verso l’olimpo della musica rumorosa; in secondo luogo perché diede i natali ad un’altra sensazione destinata a infrangere cuori, seppur su altri versanti: i Gowns verso cui transitarono Ezra Buchla e Corey Fogel.

Senza perdersi in questioni extra-musicali, rifocalizziamo l’attenzione sullo Smell di cui entrambe le formazioni sono state e sono tuttora parte integrante. I primi, con la miscela di incendiario dopo-punk riottoso e devastante – vedasi a proposito un qualsiasi spezzone live su YouTube; i secondi con una combinazione di avantgarde fortemente wavey e umorale che ipnotizza e strugge.

Facciamo però un passo indietro e ripercorriamo la storia di questo combo losangelino. I Mae Shi – formati da Buchla e Tim Byron con il fratello di quest’ultimo Jeff, e Brad Breeck, in seguito sostituito da Corey Fogel – in pochi anni hanno dato alle stampe un paio di mini (To Hit Armor Class Zero, 2003 e Heartbeeps, 2005), uno split coi Rapider Than Horsepower (Do Not Ignore The Potential, 2006), un album (Terrorbird, 2005) e un dvd (Lock The Skull, Load The Gun, 2006) che mischia 32 videoclips con live footage, per non parlare dei vari cd-r editi in proprio per celebrare tour o per mostrare i progressi di un suono multiforme. Tutte releases che hanno una caratteristica in comune; essere cioè all’insegna dell’insania mentale trasposta su pentagramma. Puro furore indie-punk-wave; angoli aguzzi e asperità soniche; discese a rotta di collo in 20 anni abbondanti di dissennate esagerazioni rock. In poche parole un maelstrom sonoro che modula su coordinate hc – la brevità e l’urgenza dei pezzi – disparati input colti apparentemente a caso dal background angolare del San Diego sound, dalle contorsioni spastiche di certa no-wave newyorchese, da certe disarticolazioni post-punk d’oltremanica liofilizzate attraverso la lente del guitar-sound stars&stripes, dall’atteggiamento caustico e sarcasticamente clownesco di certi Devo. Come a dire, la geografia intera dell’America rumorosa dell’ultimo quarto di secolo con l’aggiunta di un certo fascino nei confronti dell’elettronica più spastica.

Una parabola anarcoide e destrutturata, destinata giocoforza a esplodere o implodere. Purtroppo è la seconda delle ipotesi ad essersi verificata, lasciandoci tutti con un po’ di amaro in bocca, accentuato poi dalla nuova incarnazione del gruppo cui accennavamo in apertura. Un amaro che però si addolcisce all’ascolto del nuovo progetto dei due transfughi.

Le lande occupate dall’esordio omonimo dei Gowns sono difatti molto diverse ed eccitanti rispetto alla deriva intrapresa dai nuovi (vecchi?) Mae Shi. Buchla e Fogel, in combutta con l’altra fuoriuscita Erika Anderson – proveniente da un’altra combriccola di svitati chiamata Amps For Christ – toccano territori da weird folk ectoplasmico lambendo atmosfere simili a quelle evocate da Carla Bozulich nelle sue recenti prove. Non un nome citato a caso quello della Bozulich, dati i legami con Buchla, sodale e spirito affine all’autrice dello splendido Evangelista. E tanto quanto il nuovo corso della strega americana, la musica del trio è umorale e disastrata, intima e deforme. Roba che punta al cuore dell’ascoltatore e che si fa quasi esercizio di esorcismo dei propri demoni, sfruttando una ampia tavolozza  di colori: eterodossa psichedelia d’impianto folk e noise in lo-fi, oscurità dronata e melmosi impasti di elettronica.

New weird america, in definitiva, per quello che la definizione può significare. Ma c’è dell’altro, soprattutto per via di una sensibilità musicale fuori dal comune. Drammatica e struggente, gloomy e isolazionista. A giocare un ruolo non indifferente in questo triangolo musicale è Ezra, anzi l’eredità paterna, in quanto figlio di quel Don Buchla pioniere nella costruzione di synth e chincaglierie elettroniche analogiche. Sono infatti gli oggetti elettronici manipolati da Buchla ad intromettersi sul tessuto sommesso delle composizioni sporcandole e deviandole verso un lontano orizzonte fatto di nenie elegiache e brumose. White Like Heaven ne è perfetto esempio in questo senso. L’elettronica di Ezra dipinge una caligine fumosa e sfocata sulla quale emerge dapprima la delicatamente ipnotica voce di Erika, poi un crescendo strumentale che si avviluppa verso una sorta di rumorismo mai cacofonico, per poi planare di nuovo verso una calma post-orgasmica.

Un album suggestivo, Red State, per un gruppo forse unico nel panorama musicale odierno e che dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, la pluralità stilistica di quello che continuiamo a definire lo Smell sound. (SP)

Hawnay Troof

Ogni corte che si rispetti ha bisogno del suo buffone. Nella stessa misura, ogni scena degna di questo nome non può fare a meno del suo giullare. L’animo libero, incongruente, gioviale e giocoso. E si sa che allo Smell non si fanno mancare nulla. Così da Oakland, CA ecco arrivare Vice Cooler, nom de plume del 24enne Chris Vincent Richards-Touchstonenon, in arte conosciuto come Hawnay Troof.

Non uno sbarbato di primo pelo il nostro, e neanche uno sprovveduto electro-addicted dell’ultim’ora che smanetta su bottoni e laptop. Giusto qualche dato per introdurlo: chitarrista e poi solo cantante nel collettivo di dissennati che risponde al nome XbXrX (tanto per chiarirsi dal 2005 è Weasel Walter a sedere dietro le pelli); batterista e fondatore dei freak-wavers Kit; collaboratore e guest per molti artisti e album (una su tutte Impeach My Bush di Peaches). Tutto qui? Ovviamente no. Aggiungete a tutto ciò una intensa attività come scrittore (il successo underground The Hungry Truth: Recipes from the Cooler), fotografo (apparizioni su Maximum R’n’R, The Wire, Rolling Stone), regista di videoclips. Ciliegina sulla torta, l’etichetta NFJM (acronimo di Nothing Fancy Just Music) co-diretta con Steve Touchstone e con un catalogo che va da Peaches a Deerhoof e Erase Errata. Non male per un 24enne, vero?

Nell’incarnazione Hawnay Troof, con la quale si diletta da un buon lustro, Cooler mostra il suo lato più ilare e ironico per mezzo di una elettronica caciarona e buffonesca messa al servizio di un hip-hop deforme. Partito come progetto di remix con l’autoprodotto RMX:2003 – deformazioni di pezzi di Bikini Kill, Andrew WK, Gravy Train!!! tra gli altri – e proseguito con un doppio album monstre (Dollar And Deed, Retard Disco 2006), Cooler raggiunge la sua massima espressività con la mezzora dell’ultimo Island Of Ayle. In esso condensa electro bambinesca, remainders ai Beastie Boys più autistici, hip-hop bianco (sporco), deviazioni e devozioni al ghettoblaster, omaggi ubriachi ai Cypress Hill. Insomma, roba che scotta messa su da uno squilibrato che se la gioca e se la ride di brutto, uso a presentarsi on stage in mutande di paillettes e scarpe da ginnastica anni ’80 mentre rappa e canticchia, urla e racconta. Metteteci le comparsate di Randy dei No Age, Carla Bozulich, Jenny delle Erase Errata e gli Xiu Xiu al completo ed avrete una vaga idea di cosa è rintracciabile nelle 13 tracce dell’album.

Insomma, senza tirarla per le lunghe potremmo concludere che Hawnay Troof rappresenta l’ennesima sfaccettatura della costellazione Smell. Anzi, una nuova e differente inclinazione del (non)suono Smell: giocosa, sfrontata, multicolore. Ma la nostra ricognizione – parziale e limitata, lo ripeteremo alla nausea – potrebbe allargarsi ad altri, meno catchy e più pericolosi soggetti musicali, che rappresentano il lato oscuro della demenza di Cooler. (SP)

Esondazioni

Come a dire c’è un mondo oltre No Age e Health; un mondo che gira prevalentemente a elettronica sfatta e noise primitivista di cui Hawnay Troof sembra rappresentare la faccia solare e divertente. I nomi? Beh, difficile farne in un sottobosco che sembra riprodursi ab aeternum quasi fagocitando la propria testa per farsela rispuntare in sempre nuove vesta. Foot Village, Captain Ahab, Tik//Tik, Kevin Shields, le nuove arrivate Caldera Lakes sono solo la punta dell’iceberg cacofonico californiano e vere e proprie teste di ponte con scene brutalmente note per le efferatezze, a volte giocose, a volte crudeli, che si disperdono nell’America attuale: da Providence a Ann Arbor, passando per la Brooklyn targata No Fun.

A noi, però, interessano in funzione Smell, luogo ove spesso e volentieri si ritrovano a suonare; coi loro moniker o sotto mentite e sempre cangianti spoglie, poco importa. E ci interessa come ennesima dimostrazione dell’astrazione del (non)suono dello Smell. Una scena che, ripetiamo, non è una scena, in quanto non focalizzata come successo spesso in passato (il punk per NY, il grunge per Seattle) su un suono, bensì su una attitudine che, evidenziando ed esaltando le differenze tra i gruppi, compatta e cementa quella (non)scena. Procediamo con un esempio chiarificatore: come unire i tribalismi post-coloniali dei Foot Village all’harsh-noise virulento di Kevin Shields (no, non mr. My Bloody Valentine, bensì Eva Aguila)? Semplice. I Gang Wizard. Nella tribù freak-noise californiana trovano infatti rifugio entrambi i summenzionati. Lo stesso identico modus operandi per i nomi citati: Mika Miko, No Age, Abe Vigoda, Hawnay Troof…. Tutti sono amici di tutti e suonano con tutti. Questo è lo Smell sound.

Un movimento costruito su affinità elettive e marcate tendenze all’attitudine d.i.y.; su amicizie personali che esulano dal contesto squisitamente musicale e su travasi verso altri campi artistici (video-art, pittura, libri). Ma anche – e qui stanno le esondazioni del titolo – su rapporti, legami, fratellanze che coinvolgono altre “scene”, altri luoghi, altre geografie. Così, per dovere di cronaca e per reale validità dell’offerta, ci sentiamo (piacevolmente) costretti a traversare gli States ed atterrare in quel della costa east, esattamente NY, la grande mela ripiena da sempre di succulenti frutti rumorosi. Compiendo, così, un percorso che le bands in questione hanno spesso affrontato al reverse per salire sullo sgangherato palco dello Smell. (SP)

Vivian Girls

L'anima nivea dello Smell! Nelle loro composizioni, tutte di gusto e semplicità esemplari, si raccolgono tanti e tanti umori musicali. Del passato, soprattutto. O di quel che il passato ha permesso fosse riletto, con un pizzico di grano salis, nella contemporaneità. Da più parti il suono di Cassie Ramone (chitarra, voce), Kickball Katy (basso, voce, batteria) e Frankie Rose (idem) viene definito shoegaze. Nessuna delle loro composizioni riprende, in verità, quelle di Ride, My Bloody Valentine o Chapterhouse. Sono piuttosto le melodie twee pop, quelle che furono di seminali band quali gli statunitensi Black Tambourine, a ispirare le tre di Brooklyn. Furono essi uno dei primissimi gruppi a pubblicare, agli albori dei '90, su Slumberland. Uno dei primissimi ad 'americanizzare' quel taglio da 'rimiratori di scarpe' nato, a metà Eighties, nella perfida Albione. Adattandolo, in modo lungimirante, ma ahimè del tutto passato sotto silenzio all'epoca, ad un wall of sound fatto di Jesus & Mary Chain, Orange Juice, Creation Records sound, Phil Spector, Pastels, Vaselines, Shop Assistants e Ramones. Un balsamo armonico, quello perfezionato dalla band di Pam Berry, Brian Nelson, Archie Moore and Mike Schulman, che ha sotterraneamente fatto scuola. Centrando appieno il bersaglio con le scolarette Vivian Girls. Le quali, alla ricetta shoegazing testè evocata – voci sognanti, qui corali, accordi sfilacciati e indolenti di chitarra (a tratti solamente), strati di basso ovattati ma incalzanti – uniscono una precisa attitudine al garage lo-fi.

Esistono da pochissimo, le Vivian Girls. Un paio di stagioni in tutto. Il nome – loro che si stanno facendo strada a colpi di spartano protocollo sonoro, di girl-group sound, Shangri-Las, Frightwig, Salem 66, Donnas e Luv'd Ones – lo arraffano dall'opera del più grafomane autore fantasy mai al mondo esistito. Quel Henry Joseph Darger, nato nel 1892 e venuto a mancare nel 1973, autore del lunghissimo romanzo manoscritto The Story Of The Vivian Girls, In What Is Known As The Realms Of The Unreal, Of The Glandeco-Angelinnian War Storm, Caused By The Child Slave Rebellion. Titolo chilometrico e durata infinita. Ben 15.145 pagine da leggere. Non tutte di un fiato, si spera! Oltre che essere frequentatrici, in quel di Los Angeles, dello Smell, spesso con gli amici Crystal Stilts, le ragazzotte hanno anche una base in patria. Si chiama Cake Shop il loro nido newyorkese. "Writers, filmmakers, whomever: get in touch for special events, readings, screenings, whatever, for special events & early evening & late night bookings!". La frase, ripresa pari pari dal sito internet del localino, testimonia di una vocazione del medesimo al melting pot fra media espressivi diversi. Quello musicale, nella sua accezione popular, non vi fa difetto.

E basterebbe solo vagliare (vi evito la trafila dei nomi) in quanti e quante volte a settimana si esibiscano lì, in quello che è anche uno dei negozi di dischi più minuscoli nella Grande Mela, per capirne l'importanza intrinseca. Ma torniano alle Vivians. Autrici di almeno un terzetto di singoli, fino ad oggi. I Can't Stay (In The Red, 2008), l'ultimo in ordine di tempo, Wild Eyes (Plays With Dolls, loro etichetta personale, 2008), la prima uscita ufficiale, e l'intermedio Orphanage (Woodsist, 2008). Wild Eyes ha per lato b My Baby Wants Me Dead. Ed è già una perfetta introduzione all'universo Vivian Girls. Con le voci che cantano in coro, l'effetto eco che sottilmente riempie gli spazi d'immersione e d'ascolto, la povertà d'accordi intesa come massima resa melodica. In questo il gruppo è decisamente figlio di Ramones e compagnia punkeggiante, quindi dei Sixties pre-sessantasettini. Perlomeno a livello d'attitudine generica. My Baby Wants Me Dead, dal pari suo, sonda il versante psichedelico del terzetto, mediante una partitura stringata di due minuti appena, dei quali almeno un terzo son costituiti dall'intro strumentale. Orphanage, il 7", aggiunge Tell The World, Damaged e I Believe In Nothing al repertorio maggiore (finiranno, in una nuova versione, con Wild Eyes sul vinile 33 giri stampato dalla Mauled By Tigers e ora ristampato dalla In The Red). Alti numeri da girl group straccione e moderno. Ultimo in ordine di stampa, il 7" I Can't Stay, contenente la song Blind Spot, votato fra i pezzi più angelici e “shoegaze-tinged” delle nostre. L'album omonimo, però, rimane il pezzo forte delle tre grazie. Quello sul quale si son surriscaldate tante serate sul palco dello Smell. 10 canzoni che riassumono tutte le influenze citate, fra le cui più belle si conta senza dubbio Tell The World, sferragliante e gioviale, per una volta almeno non cantata “coralmente”. O ancora Never See Me Again, che ribadisce la predilezione delle Vivians ad incentrare i testi sulle tematiche interpersonali e sulle loro sfighe. Notevoli pure, per calore strumentale e melodismo adamantino, i pezzi “atmosferici” del full lengthWhere Do You Run To e Such A Joke – per il resto completamente dominato da una forma di garage-beat sdrucito, succube, dicevamo, di una miriade di demoni ispirativi diversi. Un disco che profuma di vintage, un disco non nuovo in assoluto (ma odoroso come una rosa ed il poeta che ne rima), un disco che allo Smell ha donato quel tocco femminino, innocente e trasparente, lontano dagli intellettualismi o istrionismi, ancorché facundi, di casa. (MP)

Crystal Stilts+CaUSE Co-MOTION!

Anche i Crystal Stilts, come le amiche per la pelle Vivian Girls, contribuiscono a fare della succursale East Coast dello Smell qualcosa di prezioso e raffinato. Un pop, il loro, che smaccatamente omaggia terre lontane. Dunedin, Nuova Zelanda, vi dice niente? Il nome dei Clean anche meno? Furono fra i primissimi gruppi, in quei paraggi, ad adottare, nel lontano 1978, l'etica-estetica del do it yourself punk,per convertirla al melodismo pop più spartano. Qualcosa che afferrasse le progressioni d'accordi (3 accordi 3) dei Ramones e le rendesse cantilene melodiche sottili, diafane, maliose. Qualcosa che rubasse un poco anche ai Velvet Underground del primo album, ubicandoli melodicamente in ben più pop-oriented reami, e facendone risaltare la bella linearità cantabile con frasi d'organo robuste e fuzz rocciosi. Musica a contrasto. I Crystal Stilts devono amarla molto, visto che fra le (non) poche influenze esplicite e riconosciute citano proprio la band che fu dei fratelli Hamish e David Kilgour. Detto ciò, conviene parlare di questi compari di uscite losangeline delle Vivians. Partendo dalla fine. Da quel Alight Of Night (Slumberland, 2008) appena uscito, e che porta la maturità espressiva della band di JB Townsend, Brad Hargett, Andy Adler, Miss Frankie Rose e Kyle Forester, a livelli davvero inauspicabili agli esordi! Anche qui la formula sonora, non innovativa di per sé (ma ispirata e freschissima), chiama in causa nomi di antiche glorie neozelandesi, e del loro far pop casalingo melodicamente impeccabile (The Verlaines, Sneaky Feelings, The Bats…). Quel che conta, nell'opener The Dazzled, è la profondità del suono, la sua fisicità luminosa, misteriosa, torvamente profonda. Un'ampolla d'acque lucenti –  dove il sole e i suoi raggi sperdono la vis vitale – che provvede il sing-along dei Crystal Stilts d'una carismaticità unica. Naturalmente, anche nelle 11 canzoni del platter, le influenze scozzesi (e non) delle cuginette Vivians si ripropongono: Pastels, Vaselines, Orange Juice, Shop Assistants, Jesus & Mary Chain. Ma a fare la differenza (date un ascolto al pezzo eponimo) è il cantato catatonico, qui su giri rockabilly di chitarra. Brad Hargett, un trapiantato nella Grande Mela dall'assolata Florida, ha dalla sua uno stile vocale di espressività e slackness uniche. E le mette al servizio di tre note messe in croce. Graveyard Orbit, poi, le vampirizza, tutta imperniata com'è su giri d'elettrica western epici ed una scossa Casio ben assestata. Puro surfy 60s organ sound! che la band newyorkese idolatra in Sinking o Shattered Shine.

L'ultimo componimento citato sa quasi d'un Sonny&Cher degli esordi coverizzati da Ian Curtis. Andando a ritroso nel tempo, prendendo le distanze da questo loro freschissimo e bel debutto lungo, ci imbattiamo in quello che fu il singolo di d'esordio. La band si era appena formata (era il 2003) e Brad Hargett e JB Townsend si affidarono alle sapienti mani di Sean Mafucci (Gang Gang Dance, Kid Congo Powers) in sede di produzione. Le cose progredirono, e il gruppo suonò fianco a fianco, nel biennio 2005-2006, un po' con tutte le glorie in ascesa nella scena indie metropolitana (Blood On The Wall, caUSE co-MOTION!, The Long Blondes, 1990s). L'organico, per intanto, si era allargato all'organista Kyle Forrester (Ladybug Transistor). Giusto in tempo per un nuovo disco. Un ep, di sole 4 canzoni. Crystal Stilts (Woodsist, 2008), compila il 7" di debutto Shattered Shine e l'omonimo ep successivo, quello di cui si parlava. Tutti e due editi, in origine, pubblicati dalla personale etichetta della band (la Feathery Tongue). L'album contiene la maliosa Crystal Stilts, e song quali Crippled Corn (puro Jesus & Mary Chain sound “acustici”) o la velvettiana Shattered Shine, con bell'inserto di armonica a bocca. La band è acerba, certo. Ma si intravedono le possibilità poi fiorite nel debut cd. Il biennio più recente, oltre a molte visite sul palco del losangelino The Smell, ha visto i nostri allargare ulteriormente la line-up (Andy Adler (The Ninjas) al basso, Frankie Rose delle Vivian Girls quale estemporanea batterista) ed aprire per i concerti di alcuni loro eroi (The Clean e The Vaselines).

Breve ma speriamo utile menzione anche per i validi caUSE co-MOTION!, formati da Arno (voce, chitarra), Liam (basso elettrico), Jock (batteria) e Alex (chitarra). Della miriade di 7" ep disseminati dalla band di Brooklyn nei più recenti anni – Only Fades Away, split 7" con Jowe Head & the NoMen (Cape Shok), Who's Gonna Care (Can't Cope), Which Way Is Up (What's Your Rapture?), per citarne solo alcuni – ci sentiamo di menzionarne e consigliarne almeno un paio: Baby Don't Do It (What's Your Rupture?, 2005) e il nuovissimo I Lie Awake (Slumberland, 2008), prodotto da Tim Barnes (Roger Sisters, Sonic Youth). Ricordando che la What's Your Rapture è l'etichetta gestita dai tipi del Cake Shop, diciamo che il primo singolo ci offre della band, nata nel 2002, il pezzo eponimo, prova delle commistioni stilistiche armate dai nostri: qualcosa fra Pastels e Comet Gain, le compilation della Messthetics e il Rough Trade sound dei tempi d'oro, con un piglio basico-energetico garage a fare da collante. Il secondo, invece, definito dalla casa discografica "Velvets go to Dunedin by way of Manchester", è un bell'esempio di quello che i caUSE co-MOTION! posso donare dal vivo, oggigiorno. E, in senso lato, offre il suo contributo english-oriented al sound composito, fomentato ad ovest, nella comune dello Smell! (MP)

High Places

Fra le influenze citate, Mary Pearson e Robert Barber ci schiaffano dentro anche “potassio, vitamina C, B1, B6, B12, le fibre, il ferro, il calcio”. E così siamo sicuri che la dose di minerali e vitamine, nelle musiche di questo duo di Brooklyn, ne ha rese solide le ossa strumentali. La coppia è di quelle strane. Lui un hardcore kid, cresciuto ascoltando a tutto volume punk e datosi ad una precoce carriera di pasticcione electro; lei, invece, con seri studi al “bassoon” alle spalle. L'incontro, per i due, è fortuito. E fortunato. I primi esperimenti in sala prove, spiazzanti!:

"We actually met through the band The DeathSet. Mary met one of them when he was passing through Kalamazoo in December 2005, where she lived at the time. A couple weeks later, she was in NY for a bassoon lesson, and we met through that (mutual) friend at one of their shows. She did a solo show for me a couple weeks after that in Kalamazoo, and by that point we were talking on the phone every day, and dreaming of doing a band together. She moved to NY a couple months later, that May. We played our first show on May 28th, 2006 in North Adams, MA. We started the band about three days prior to that. So, needless to say, it was a slightly more "experimental" set, complete with an "interpretation" of "Autobahn" by Kraftwerk. The main melody was played on bassoon, and glockenspiel. We bailed on it about a minute and a half into it. I remember people saying things like "awwww," after certain songs, like in a "this is adorable, but tragic," kind of way" (Robert Barber).

Ancora prima di incidere una sola nota, il duo ha di che gioire. Viene invitato al festival  SXSW, e suscita grandi entusiasmi. Suona nei più sperduti angoli della fredda Alaska. E ne riscalda i gelidi anfratti. Dà bella mostra di sé sulle scene del Midi Festival in Francia. E non scontenta proprio nessuno degli astanti. La formula sonora, già dagli inizi, si compone di diafane divagazioni extrauterine gorgheggiate a mezza voce da Mary, cui Robert riesce a regalare compattezza ed extravanganza musicale.

"I pick up on strange patterns I hear in nature, and I probably inadvertently filter that into my rhythms. Birds, bugs, wind through trees." (Robert Barber)
Senza destare soverchie invidie, un loro 7" ep vede la luce nel 2007. Sono le 4 tracce dei loro primi passi nel music biz globale. Viene tirato in sole 300 copie, e la piccolissima Ancient Almanac di Brooklyn le fa fuori tutte in men che non si dica. Integrate dalla Thrill Jockey con quelle di altre composizioni hard to find (Jump In, una canzone commissionata per le scuole elementari; Freaked Flight, un demo rivisitato; Canary, ripescata da una compilation, ecc.), i 4 vecchi studi vengono riediti col titolo 03.07 – 09.07, conservando la vecchia copertina in rosso. Essi forniscono un primo, molto significativo sguardo sul mondo in note di Robert e Mary. La musica è elettronica, DYS, stravagante. Ingloba fonti che più variegate non si potrebbe! Qualcosa del pop dimesso dei Young Marble Giants, echi di incredible strange music, formicolii elettronici pseudo-ballabili. Cosmonaut, ad esempio, è geniale punto di contatto fra il glitch pop di Oval e primi Matmos con la foma canzone. Una sorta di lullaby, coperta come da nubi ed echi di suono rarefatto, su cui si muove un ritmo zigrinato quasi tropicale! Banana Slug, Sandy Feet e Head Spins scattano di balzi brevissimi, fulminanti. Durano appena una manciata minuti (fra i 2 e i 3).

Ma è come essere ai Caraibi con i Kraftwerk di Ralf Und Florian (1973), come essere capitati nelle decostruzioni micro-elettroniche di un Nuno Canavarro in vena di canzoncine stringate stringate, con la voce di Mary che, bambina, recita, si lascia trasportare, svanisce, ricompare. Dischetto a dir poco eccellente! Il 2008 è anno cruciale per i due. Continuano, loro che dello stormo East Coast dello Smell's Army fanno integralmente parte, la serie di contatti con quella scena. Con i vari Abe Vigoda, Hawnay Troof, No Age (coi quali sono adesso in tour promozionale), Mika Miko. E pubblicano. Soprattutto pubblicano. Un 7" su Upset The Rhythm, sole 1000 copie, carbonaro come i loro primissimissimi; uno split 7" con gli artrocker di Oakland Xiu Xiu. Infine, ed è affare di queste settimane, l'esordio ufficiale sul lungo formato. L'etichetta patrocinante è oramai conclamata, e si chiama sempre Thrill Jockey. Meno conclamato è il virus creativo corrodente le vignette sperimentali contenute nel cd omonimo High Places, edito anche in formato lp, con un “download cupon” incluso.

Il presente di Rob (a tempo pieno anche artista visuale, insegnante di litografia e in una scuola d'arte) emerge nel modo fisico, asciutto ma prepotente, intellettuale, di affidarsi ad un'elettronica minimale, vivacemente quanto sommessamente ritmica (da qualcuno sono definiti pittorescamente "tribal gamelan-clang rhythms"), mimante spesso i pattern del quartomondismo hasselliano! The Storm è la nenia che ingloba tutto, e negli intermezzi strumentali, quando il recitato evanescente della Pearson  scema fra le pieghe del sound, emergono le bizzarrie. I breakbeat spezzati, su sfondi impressionisti e sognanti, a metà fra tardi Coldcut ed Orb. C'è del genio in queste tracce. Che hanno, son 10 in tutto, tante timide frecce al loro arco, da poter impallinare, sul fronte creativo, qualsiasi moderno alfiere del suono dancey electro (vedi la musica hawaiana immaginaria The Tree With The Lights In It). Attraverso loro, lo Smell si trova a fare i conti con la policromia inventiva (e dispersiva) di una band dai tanti volti. Tanti quanti son quelli che affollano le mille scene locali negli odierni States. Tante quante sono le possibilità, oggi, di mescolare cavoli e merenda, divagando (previo i-pod sufficientemente farcito) fra generi e stili lontani anni luce fra loro! (MP)

Conclusioni?

Non esistono conclusioni, per questa nostra passeggiata in terra americana. Non ne esistono semplicemente perché – crediamo sia chiaro, ormai, se siete arrivati fin qui – non ci sono scene da omaggiare o santificare. Non siamo a Seattle e questi non sono gli anni ’90. Siamo nel mezzo del marasma del 2.0, annichiliti dalla devastante velocità con cui si alternano gruppi e dischi, in cui l’hype internettaro la fa apparentemente da padrone per poi tornare buono buono ad essere succube della prova del tempo.

Non esistono conclusioni, tanto meno somme da tirare. Esiste semplicemente – da sempre, tra l’altro – la prova dei fatti. Che nello specifico significa suonare musica eccitante, capace di far rizzare le orecchie a più persone possibili, e farlo in maniera gioiosa, giocosa e coesa. Fra le nuove date più interessanti, nel momento in cui leggerete il pezzo probabilmente già consumate, lo Smell proporrà forse nomi nuovi ad una scena in perenne e costante dilatazione. Il 10 ottobre prossimo calcheranno il palco del locale gli appena citati High Places, giustamente definiti dalla stampa nei modi più anticonvenzionali e bizzarri ("Mary Pearson's cooing and Rob Barber's synths make a combo that sounds like the Books crossed with Panda Bear"). Si erano già esibiti, meno di un mese orsono, presso il Le Poisson Rouge di New York, al fianco dei losangelini Lucky Dragons – altra nuova leva nell'esercito focoso dello Smell sound – e dei promettenti Crystal Stilts. Questo per quanto riguarda le facce nuove di un locale che persegue, con una idea di fondo, comune a molti dei gruppi citati, il fine artistico/comunicativo del travaso, dell’influenza vicendevole. Una idea che ruota intorno a concetti desueti come quello di aggregazione e partecipazione. O ancora come interazione, amicizia, integrità.
Una idea che si scrive The Smell, ma si legge attitudine. (MP e SP)

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