“The Piper at the Gates of Dawn” 50th anniversary: intervista a Marco Fasolo (Jennifer Gentle)
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Tommaso Bonaiuti
- 22 Dicembre 2017
Le cerimonie, queste inflazionate: è usanza pressoché diffusa, ad oggi, nell’ambiente musicale, ricamare concerti, eventi a tema, cofanetti, se non addirittura interi tour, attorno a una ricorrenza tonda, che cade chessò, ogni due lustri, se non dopo mezzo secolo. E come non affidarsi a questi rituali d’ordinanza, quando cinquant’anni fa gli almanacchi ci consegnavano una delle annate più importanti (se non LA più importante) per la storia del rock – almeno per come lo conosciamo adesso? Il 5 agosto del 1967 siamo in piena Summer of Love, che è l’estate dei ritrovi attorno all’incrocio che segna il passaggio di Haight e Ashbury, due snodi principali che attraversano i giardini pensili e i numerosi dislivelli della solare San Francisco, invasa da orde di giovani coi fiori tra i capelli e in testa le fanfarine della Lonely Hearts Club Band. Ebbene, quel giorno forse è un po’ più caldo degli altri, guardando oltreoceano tra i tetti grigi della Swinging London, le cui abitazioni iniziano ad assumere delle architetture gommose, distorte. Il cielo si apre e diventa di un viola acceso, quasi in technicolor; dai tombini, dagli stipiti delle porte, dalle fessure nelle finestre di dieci, cento, mille villette a schiera delle suburbs londinesi si spande un fumo rossastro, che odora di patchouli e di chissà quale altra conciliante fragranza. Ma sono i suoni, al solito, a stupire di più: il grande blob liquido in quadricromia (e fonìa) che risponde al nome di Pink Floyd si allarga come una macchia allucinante sulla skyline del capoluogo albionico, e via sorvolando tutta Europa, come uno squadrone della Luftwaffe che droppa acidi ed alterazioni mentali, piuttosto che raffiche dinamitarde e ordigni mortali.
The Piper at the Gates of Dawn vede la luce, e ad oggi è tanto inutile stare a disquisire della sua importanza quanto sono evidenti le tracce che questo ha lasciato nel DNA del rock e della musica tutta, generando un sound epicentrico e mai così vorticosamente extrasensoriale prima di allora, costruendo un ponte verso dimensioni altre e ponendo le basi per un modo di pensare la musica, più che di esercitarla e metterla a rapporto su di un nastro magnetico. Raggiungerà l’oltreoceano nell’ottobre successivo, inserendosi come misterioso fluido nelle fitte trame della controcultura americana. Il suo potere tentacolare ed ipnotico rivela scenari carrolliani, in cui l’eterno bambino Barrett si perdeva spesso e volentieri, tra orologi, gnomi e boschi fatati, ma alla lunga riporta ad un concetto di atavica forza pulsante coltivato nel culto lovercraftiano. Che sia un disco fantasy o un disco horror, questo non sta a noi deciderlo, eppur pare un quesito sciocco. Ma credetemi, quando si parla del buon vecchio pifferaio, niente appare sciocco e tutto acquisisce una propria dimensione, anche a cinquant’anni di distanza e con un mondo di esperienze fuori-di-testa che sono occorse durante e dopo i Floyd.
Così, in un’Italia sonnecchiante che ciondola da una futile sensazione dell’ultimo secondo ad un contentino cantautorale che puzza di copiacarbone (e ritorno), cinque teste coronate decidono di rievocare gli spiriti buffi ed i vortici sonori di quella splendida fiaba: abbiamo così un dream team composto dal bassista Roberto dell’Era (Afterhours), il batterista Lino Gitto (UFO) e il polistrumentista Enrico Gabrielli (Calibro 35, Mariposa, PJ Harvey tra gli altri) – qui nei panni rispettivamente di Rob Winston, Linnon Winston ed Enro Winston, ovverosia i The Winstons – che uniscono le forze con il frontman dei Verdena Alberto Ferrari e il sodale di lungo corso e mente creativa dietro ai Jennifer Gentle (band che in Italia ha forse meglio riproposto e raffigurato gli affreschi psych dei primi Floyd), Marco Fasolo, che abbiamo raggiunto telefonicamente per farci raccontare quando e come è nata l’idea di riproporre l’intero album in varie date per tutto lo stivale. Gli chiediamo quindi se questo sodalizio sia casuale o meditato da tempo, e lui, prontamente, risponde: «No, in realtà non è un progetto nato per mano mia, sono stati i Winstons a coinvolgere sia me che Alberto. Ovviamente, non ho esitato ad accettare, dato che per me quell’album vale molto, ma anche per il fatto che mi sembrava interessante e stimolante poterlo riproporre sul palco con degli amici, tutto sommato. Quando ami un disco, e qui parlo anche per loro, viene piuttosto naturale l’idea e lo stimolo di volerlo suonare, e perché non farlo dal vivo con una “rete” di musicisti fidati; quindi ecco, oltre alla semplice ricorrenza, credo che dipenda anche e soprattutto da questo, dalla voglia di conoscersi meglio, musicalmente parlando».
In un impeto di amarcord felliniano, ci guardiamo indietro e cerchiamo di recuperare le sensazioni, i suoni, gli odori, insomma tutte le coordinate sensoriali che possano rendere spessore e densità ad un ricordo indelebile, seppur remoto: il fatidico primo bacio, il giorno di laurea, la prima caduta in bicicletta, la cresima e la prima comunione. O la prima volta che il pifferaio srotola le sue storie allucinate nel moto circolare di un piatto nero; Fasolo: «Ero alla festa di compleanno di un mio amico, non ricordo se alle medie o alle elementari – ero piccolo comunque, tra i dieci e i dodici anni. Comunque, lui mi diede una cassetta, probabilmente di suo padre, ma non sapevo cosa contenesse; decisi quindi di farla suonare, sicché mi avvicinai al vecchio stereo e la inserì nel “mangiacassette”. Premetto che già conoscevo i Pink Floyd all’epoca, perché sin da piccolo ho avuto fortunatamente accesso a molta buona musica, e quando ho sentito il contenuto di quella cassetta mi son detto “ma che roba assurda facevano i Pink Floyd!”. Per dire, a me piaceva da matti Atom Heart Mother, e tuttora lo adoro, ma già percepivo la differenza rispetto a quei Pink Floyd, più rigorosi, quasi accademici, cui però mancava quell’ingrediente magico, quello spirito incantato e infantile dell’esordio. Mi ricordo anche che subito dopo chiamai a casa, perché volevo tornare nella mia cameretta e non so, perdermi nell’ascolto, o provare subito a suonarci sopra. Mi ha fatto scattare qualcosa dentro, su quello non c’è alcun dubbio… ha generato in me quel tipo di curiosità che cerco sempre nella musica, quell’interesse scaturito da un qualcosa che ti lascia magari interdetto, sulle prime battute, poi però ti avvolge totalmente. Ad esempio, la coda rumoristica di Bike: a parte il potenziale onirico di quel segmento, ero proprio interessato a capire come avessero fatto a confezionare quel minuto scarso di puro delirio. Chi erano, anzi, cos’erano i Pink Floyd, e soprattutto chi era quel Barrett, che a me appariva come un cappellaio matto dei racconti di Carroll. Insomma, aggiungeva un’aura di mistero attorno alla band, ma iniziava pure ad intrigarmi il modo in cui certe tecniche venivano impiegate all’epoca, per produrre suoni del genere – una cosa che ritrovavo anche in altre band dell’epoca, come i Beatles, ma non così forte e tangibile. La componente atmosferica, l’ambiente che generavano, le tecniche in studio, erano tutti fattori che, uniti insieme, parevano quasi un membro aggiunto al quartetto».
L’influenza esercitata da un album come The Piper, a cinquant’anni dall’uscita, è ancora tangibile e forte: ha evidentemente ispirato l’esperienza musicale di personaggi come Fasolo, così come quella di molti altri, ed ha lasciato una traccia di sé nell’immaginario collettivo, magari non quanto altri album a lui coevi, come Sgt. Pepper, ma ad un livello più obliquo, subliminale, come se quella bambinesca euforia e quelle volte stellari si fossero sedimentate nella coscienza di milioni di ascoltatori: «Il disco ha un immaginario molto forte, molto personale», dice Fasolo, «quindi arriva subito, senza compromessi. T’investe, e può piacerti o meno, ma di sicuro è straripante… a titolo personale, questo è valso pure per album come il primo dei Velvet Underground, diametralmente all’opposto rispetto all’immaginario barrettiano – da una parte il bimbo sognatore, dall’altra il junkie dilaniato dai vizi della metropoli – ma allo stesso modo mi hanno iniziato, e mi hanno spinto più che all’imitazione di quei suoni, o ad una reinterpretazione dei suddetti, a pormi delle domande e a cercarne le risposte». Non che la musica sia chissà quale mistero, per il buon Fasolo: «Nessun mistero, affatto. Anzi, man mano che andavo avanti nella mia “ricerca”, o semplicemente suonando, avevo sempre più ben chiaro quale fosse il mio vestito. Piuttosto, mi fa più pensare a quando tu t’imbatti in una persona che reputi interessante e la vuoi conoscere, ma non è che tu proprio perché vuoi stabilire un rapporto, un dialogo, con quella persona, ti mostri come non sei, anzi, tendi a svelare i tuoi tratti, a far capire chi realmente sei: non si tratta di un fattore stilistico, ma mentale».
Non si quindi tratta di imitare, tantomeno di mimare, ma di riversare quell’esperienza e quel retaggio in un’ottica personalissima, cosa che ci riporta alle numerose tracce che The Piper e altri dischi della sua generazione hanno lasciato più o meno ovunque sul proprio cammino, andando a contaminare le più disparate istanze della musica contemporanea, dall’elettronica al noise, dal folk al metal. La così definita “psichedelia” è quindi uno status quo, una scuola di pensiero, un filtro, più che una mera etichetta? «Premetto che seguo molto poco (se non per niente) ciò che accade attorno a me, relativamente alla psichedelia e non. Poi sai, psichedelia è un termine che si può riferire a varie cose, e nella sua accezione di genere può far sorridere – non so come e dove possa persistere una subcultura psichedelia, di questi tempi: la gente si fa di roba sintetica, non si viaggia quasi più con l’LSD. Ma a monte di un discorso prettamente legato ai costumi, il fatto curioso della psichedelia (intesa in senso un po’ più vasto e non strettamente legata ad un discorso di genere musicale) è qualcosa che va ad approfondire degli stati differenti di coscienza, stati alterati che normalmente non vengono esperiti in una condizione psicofisica neutra, naturale, quindi sottende ad un intero immaginario scaturito da visioni e dalla capacità di viaggiare un attimo fuori dal solito binario, dalle consuete coordinate, magari con l’aiuto di qualche additivo chimico (ma anche no). Questa può essere una polaroid piuttosto fedele di ciò che per me è la psichedelia, e ridurla a un’etichetta per definire un segmento della musica contemporanea può privarla dei suoi lati interessanti, della sua autenticità. Per questo dico sempre che qualcuno potrebbe pure fare un disco black metal, pur tentando di evocare quello spirito, o che trovo molto spesso più psichedelia in Mozart o nella musica pagana di secoli e secoli fa, che in qualsiasi band contemporanea che si impegna a rievocare quel periodo e quell’estetica e quella determinata tendenza con le camicie a fiori ed i pantaloni a zampa. Non si tratta di moda, o di apparenza, per come la vedo io, ma di uno stato d’animo che è difficile da catturare. Ciò che percepisco maggiormente oggi è un appiattimento generale, che si manifesta sotto forma di una preoccupante mancanza di curiosità; questo meccanismo investe anche me, perché malvolentieri mi ritrovo a dover ricercare qualcosa che mi stuzzichi realmente, al contrario attendo che qualcosa mi arrivi all’orecchio. Se arriva vuol dire che merita, se non arriva molto probabilmente significa che non è efficace, almeno per me».
La logica è tutt’altro che disfattista, non fraintendetelo, perché anche adesso, come detto, possiamo beneficiare di autentici melting pot (e qui prendo a prestito un termine sociologico) di suoni e stili differenti, sacrosanta verità e cardine inamovibile del progresso culturale apportato dalla musica. Probabilmente, alcuni generi o determinate sottoculture non possiedono più lo spessore di un tempo, e quindi hanno perso un po’ di fascino ed efficacia, ma la loro essenza rimane immutata e persistente: «Trattasi principalmente, almeno dal mio punto di vista, di un problema di contenuti. Ciò che arriva oggi è il contenitore, diciamo tutto il corredo stilistico, l’immaginario, la forma che racchiudono quel concetto, il cuore pulsante. Il contenitore è arrivato a destinazione, ma il contenuto si è perso, purtroppo, e da qui orde di nuovi fricchettoni con il cappello giusto, la scarpa giusta, la giacca floreale e tutto il resto. Questo significa che non abbiamo capito niente, e dopo cinquant’anni siamo rimasti con una scatola in mano, vuota all’interno, che non riflette in nessun modo e per nessun motivo ciò che il ruolo della musica, ma dell’arte in generale, se vogliamo, si prefigge: ovvero, creare dei ponti verso altre “sfere” della realtà cui sarebbe impossibile accedere. La musica psichedelica ha quel fattore lì, la messa in pratica di un qualcosa di apparentemente impraticabile, e a me interessa molto quell’aspetto, che è forse il fattore principale che mi ha spinto a far musica. Se noto che questa cosa si sta perdendo progressivamente, non posso far altro che rimanere nella mia nicchia e sperare che qualcosa di realmente interessante mi raggiunga e venga a destarmi, un giorno o l’altro. Non credo, almeno lo spero, che questa cosa andrà a morire, chè sarebbe un bel problema… se invece dovesse morire qualche figlio dei fiori, me ne farò una ragione!».
Per dirla con Reynolds, qui metteremmo in campo un neologismo piuttosto funzionale, retromania; per dirla con Fasolo: «trattasi in fondo di trovare animi affini al tuo… è tanto semplice rievocare i sixties vestendosi in quel modo, o fingendo di viverci dentro, quanto lo è ritrovarsi, stabilire che forse quella squadra non è malaccio per riproporre e condividere un’esperienza con il pubblico. Non trovo che vi sia alcun mistero o significato atavico, dietro a quello che in fondo è un rituale».
https://www.youtube.com/watch?v=rDKvV1ly4f8
Non è d’altronde questo lo spirito comunitario che i nostri avi capelloni (e qui mi riferisco ai sapiens così come ai freaks di Haight & Ashbury) hanno cercato di trasmetterci? Molto spesso questo rituale collettivo passa anche per le reminiscenze e le tracce mnemoniche, come detto all’inizio legate a una sensazione specifica. E così Marco ci saluta, con un bel ricordo, una bella immagine che rende bene l’idea di spazio (in senso lato) all’interno dell’album, da una dimensione ridotta (la cameretta di un bimbo) a una molto più vasta, astrale: «Ciò che maggiormente mi evoca l’ascolto dell’album è un odore; molto spesso, quando si tratta di ricordi, mi affido a questa sinestesia, e li lego sempre agli odori. Ebbene, The Piper mi ricorda l’odore dei vecchi libri, in genere quelli che trovi in cima agli scaffali o sopra i mobili. Io da piccolo mi allungavo sempre per scorgerne alcuni, per sfogliarli (molto spesso senza leggerli), ma era proprio l’odore di polvere, di carta vecchia, a inebriarmi per qualche motivo. E lo lego a questa sensazione anche e soprattutto perché l’album è un bellissimo racconto, una narrazione piuttosto fluida e piena di sorprese: se c’è un brano che riassume quello spirito è senza dubbio Chapter 24. Mi rimase da subito impresso per la semplicità con cui è costruito, con tre elementi, che però evocano una sensazione di levitazione, di estasi. Sembra musica che proviene dal Big Bang, non riesco ad afferrarla, pare che sia sempre esistita nell’aria, nello spazio».
