The Monkey and the Devil
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Antonio Laudazi
- 5 Agosto 2013
Nel 2004, data dello scioglimento dei Beta Band, la vita del quartetto di Fife non si è fermata, deflagrando anzi in molteplici progetti: tentativi più o meno riusciti di portare in qualche modo avanti la riflessione sulla contaminazione dell’indie pop con elementi eterogenei, dal kraut all’hip-pop, dal folk alla psichedelia e via dicendo.
Tra tutti è stato proprio Steve Mason il più prolifico, con ben due progetti diversi a nome King Biscuit Time e Black Affair, prima di intraprendere la propria strada solista lunga due album in una chiave più prettamente autoriale.
Nel frattempo, parliamo del 2007, John Maclean e Robin Jones, rispettivamente tastierista e batterista dei Beta, recuperavano il primissimo frontman del gruppo, Gordon Anderson, (pare, affetto da problemi mentali) dalla cui penna, nacque nientemeno che Dry The Rain, probabilmente il loro singolo più celebre, contenuto nei Three Ep’s, considerati capolavoro insuperato del combo. Il progetto, The Aliens, diede alla luce un buon primo disco di retro-pop dal titolo Astronomy For Dogs, cui fece seguito, un anno dopo, il più psichedelico Luna.
Oggi, il secondo album di Mason, a tre anni dal precedente Boys Outside, si presenta chiaramente e senza mezzi termini come un’album politico, talvolta in modo incendiario, nonostante le forme musicali utilizzate siano prevalentemente distese, tutt’al più eclettiche e pungenti, ma comunque appartenenti a territori pop autoriali dal retrogusto folk.
Abbiamo quindi colto l’occasione per uno scambio di battute con l’autore, il quale, come traspare in maniera evidente dal testo che segue, pare avere ben poco interesse nel parlarci della componente più strettamente musicale della sua opera ultima, spendendosi invece con veemenza in una contestazione sociale e politica, promuovendo la presa di coscienza delle masse su un mondo malato e controllato dai poteri forti.
Interessante anche il rapporto con il passato, tutt’altro che nostalgico, ma anzi predisposto a smitizzare i fasti dei primi Beta in favore del presente da solista: “Monkey Minds è un capolavoro, The Three Eps è un buon disco. Non ho idea del perché la gente pensi che sia un disco speciale”.
Per cominciare, puoi dirci qualcosa del titolo e della copertina del tuo ultimo album? Il primo ha origini buddiste, la seconda è una rappresentazione dell’inferno.
“The Monkey Mind” è un termine buddista che indica una mente inquieta, incapace di concentrarsi e continuamente distratta. “In The Devils Time”, invece, allude al fatto che mentre ci lasciamo distrarre dalla celebrità, dall’accumulo di ricchezze materiali, da guerre perpetue e illegittime e fratture sociali, i poteri forti vendono qualunque cosa ci circonda al migliore offerente, inclusi noi stessi. L’establishment è il diavolo, e per me l’establishment sono le banche, l’industria militare e le compagnie energetiche. I quali sono tutti aiutati e sostenuti dai governi, mentre la polizia mantiene lo status quo, con la forza.
Sono passati 3 anni dal tuo esordio solista, Boys Outside; ci sono degli accadimenti particolari che hanno portato a Monkey Minds?
Tutto ciò che è accaduto nel mondo da quando Tony Blair è salito al potere in UK.
Nel disco ci sono alcuni interludi bizzarri, come la cronaca di una gara automobilistica in portoghese, integrata con la musica. Che significato hanno e qual’è il loro ruolo?
Per me non sono bizzarri. Hanno lo scopo di contribuire a raccontare una narrazione complessiva che l’album nel suo insieme sta cercando di trasmettere. Ma a questo punto suona come se avessi fallito!
Rispetto al passato sembri aver cercato sonorità più calde, con molto pianoforte e arrangiamenti pop e rock dal respiro classico. É così?
Beh, anche il mio album precedente, Boys Outside, aveva molto piano e delle sonorità calde. La differenza con questo è che le canzoni principali sono state registrate in presa diretta con una piccola band di tre elementi. Questo ha aiutato molto ad ottenere il suono coeso di persone che suonano insieme, sul quale abbiamo costruito il resto della musica. È stato davvero divertente suonare ancora una volta con una band.
Le atmosfere del disco suggeriscono una scrittura notturna, non oltre il primo mattino. Ho indovinato? In quali momenti della giornata sono nate le idee del disco e quanto influisce nel processo creativo?
Sì, principalmente di notte. Tutte le cose migliori accadono dopo mezzanotte. È più tranquillo e puoi pensare. Il tuo cervello è più lucido e meno distratto.
Monkey Minds sembra percorrere un doppio binario: il primo, più notturno e malinconico, probabilmente dentro te stesso, concentrato prevalentemente nella prima metà del disco; il secondo, più sperimentale, eclettico e politico. Ce ne parli? Dov’è che si incontrano i due binari?
L’album è un racconto della mia vita, una presa di coscienza politica così come la storia di chiunque sia cresciuto a cavallo tra il ventesimo e il ventunesimo secolo. È un’epoca strana e pericolosa che influenzerà i prossimi cinquecento anni. Molte persone non se ne rendono conto. Il disco passa dall’innocenza alla presa di coscienza che siamo nell’occhio di un ciclone e dobbiamo agire in fretta o potremmo perdere tutto ciò che ci rende umani. Le nostre libertà, amore, empatia, compassione, fiducia e rapporto con gli altri.
Come ti è venuto in mente di inserire in scaletta un pezzo come More Money, More Fire? È come se tutto ciò che lo precede acquistasse un significato illusorio, come svegliare l’ascoltatore di soprassalto, con l’hip hop a rappresentare uno squarcio sulla realtà.
Volevo fare un pezzo sui disordini di Londra accaduti un paio di anni fa. Ero lì e ho visto come sono andate le cose e la copertura mediatica. Non avrebbero potuto essere più ostili. Niente di nuovo ovviamente, i media sono i servi del potere, ma ho realizzato che un’intera generazione di giovani era stata condannata. E questi giovani sono il futuro. Dobbiamo prenderci cura di loro, ascoltarli e aiutarli. Comunque hai ragione, questo pezzo doveva essere una linea di demarcazione per l’album.
L’inizio e la fine di un disco, come in un racconto, spesso racchiudono il senso del percorso che si è voluto tracciare. Escludendo l’intro The Old Problem, Lie Awake e Come To Me hanno molti tratti in comune, come se tu non avessi voluto concedere la speranza del cambiamento.
No, è esattamente il contrario. Se non avessi una speranza di cambiamento non avrei scritto questo album. Avrei provato a scrivere un album pop e a vendere quante più copie possibile per fare più soldi possibile e fottere chiunque tranne me stesso. Per me ciò che conta è rendere le persone consapevoli della storia di ciò che sta accadendo oggi nel mondo e di come li riguarda direttamente e indirettamente. Il capitalismo è un sistema cattivo che promuove una mancanza di empatia nel perseguimento del profitto. Forse tra 1000 anni gli esseri umani troveranno inimmaginabile che abbiamo vissuto nel modo in cui viviamo oggi. È malato. Ma ci viene insegnato dalla nascita che è il migliore dei modi.
L’uguaglianza sociale è la chiave. Le società più felici sono le più equilibrate. Sto promuovendo il cambiamento! Voglio che la gente faccia domande! E agisca!
Tra i tuoi progetti, questo è probabilmente il capitolo più vicino all’esperienza Beta Band. Quanto ti senti ancora legato artisticamente ed emotivamente a quella parte del tuo passato? Sei d’accordo con la critica che identifica Three Ep’s come il vostro capolavoro insuperato? Cosa lo ha reso tale?
Non guardo mai indietro. Lo farò un giorno. Quando sarò vecchio. Ma ora bisogna continuare a muoversi. Monkey Minds è un capolavoro, The 3 Eps è un buon disco. Non ho idea del perché la gente pensi che sia un disco speciale.
Cosa credi dovrebbe essere fatto dalla gente per cambiare questo stato di cose? Credi che gli artisti abbiano ancora il potere di toccare le coscienza politica e sociale delle masse come negli sessanta e settanta?
Un uomo più saggio di me ha detto che siamo ancora al punto di porre domande. Il tempo dell’azione vera deve ancora arrivare. Sono d’accordo. Il mio consiglio a tutti coloro che vogliono fare qualcoa è, come dico nel mio album, little victories and open conversation. Parlare alla gente. Amici, vicini, colleghi. Scoprire le loro vite e i loro problemi. Mostrare loro cosa accade nel mondo. Non lasciare che il potere riempa la tua mente con bugie e discriminazioni meschine.
La violenza è lo strumento dello stato per sopprimere la protesta e la libertà di parola. Usa il metodo opposto. Rimmarrai sorpreso di quanto può essere efficace. Non perdere la speranza, non mollare mai e non dimenticare: hanno paura di noi perché abbiamo tutto il potere. Ci è stato insegnato che siamo impotenti. Non è vero!
Qual’è invece il ruolo dei media? Cosa guardi in tv?
Guardo solo Formula1 e MotoGP. Vale46 forever! Dimentica i canali meinstream. Sono lo strumento dell’establishment. Intrattenimento. Nient’altro. Trova fonti alternative di nostizie, ma metti TUTTO in discussione.
Ascolti molta musica? Cosa consiglieresti a un amico?
G.O.A.T
Passerai in tour dall’Italia?
Spero di farlo presto: ti amo Italia. Spero di essere invitato quanto prima!
