American New Romantic

Omaha. Una tranquilla cittadina sul Missouri con un nome che rimanda direttamente ai nativi, una lunga tradizione di centro agricolo, un recente sviluppo urbanistico che ne ha alterato i tratti rurali, la classica squadra di football, l’università. È il centro più grande del Nebraska, un enorme centro commerciale in mezzo a quella sconfinata provincia che è il Midwest nordamericano, e si sa che all’ombra dei megastore l’alienazione e il disagio giovanili allignano, affluendo in quello spleensecco, insapore, tenero e feroce raccontato da Gus Van Sant nei suoi film. L’indie-rock è l’espressione più limpida di questi scenari senza prospettiva, schiacciati in una sola dimensione, teatri di domestiche tragedie e annoiati passatempi. Indie-rock che in questi luoghi significa musica fatta per i propri amici, tutta giocata su una meccanica e ovvia empatia che alle volte, più o meno casualmente, s’innesta nel circuito worldwide, alla luce del fatto che i megastore e i McDonald colonizzano sempre più provincie pianeggianti in giro per il mondo.

Qui a Omaha l’indie-rock è una seria ipotesi di lavoro ed è sulla base di questo intento che un paio di amici hanno messo su una cooperativa prima nota come Lumberjack Records e poi Saddle Creek. Unica risorsa l’emotività, prima ancora del talento, che da queste parti si esprime in tre tonalità base – anche se spesso mischiate nel classico gioco delle tre carte (vdi repertorio Bright Eyes): rabbia che sta per emocore, tristezza che sta per folk-rock e voglia di diverstirsi che sta per dance-wave. Se i Cursive primeggiano nel primo colore e i Lullabies For The Working Class nel secondo, i Faint hanno deciso – dopo un lungo apprendistato – di appostarsi dalle parti dell’ultima tinta disponibile. Così a partire da Blank Wave Arcade (1999) si sono resi responsabili del ritorno di sonorità legate alla wave più sintetica e al cosiddetto new romantic. Non è il caso di parlare di revival, almeno stavolta: la loro è stata piuttosto una scelta estetica, tanto naturale e naif nelle intenzioni (nelle parole dello stesso leader Todd Baechle: “ per rendere i pezzi più allegri e adatti ad un’atmosfera tipo nebbia e luci strobo”) quanto rivoluzionaria, almeno nel suo contesto. Come tanti altri musicisti della loro generazione, avrebbero benissimo potuto ricalcare i sentieri della scuola lo-fi pop-rock anni ’90, mantenendosi nei confini dell’estetica “classica” della tipica guitar band (cosa che, in effetti, hanno cercato di fare nel loro primo – e mediocroccio – Media). E invece i Nostri hanno deciso di cambiare le chitarre elettriche coi synth e diventare una versione nerd di Duran Duran, Spandau Ballet, Howard Jones, Soft Cell, Human League e compagnia bella. Alla faccia del rock and roll. Anche se un bel gioco… (a.p.)

Intervista a Jacob Thiele

In occasione dell’uscita di Wet From Birth, SA ha intervistato via e- mail Jacob Thiele, il tasterista dei Faint. Presente, passato e futuro della band di Omaha in quindici tappe.

– Se Blank Wave Arcade era quasi totalmente incentrato sul sesso, Danse Macabre era letteralmente ballabile in senso macabro, qual è il tema di Wet From Birth… erezione (cf. la canzone Erection, ndr.)?

Senza troppi giri di parole, l’idea dietro Wet from birth è il ritornare all’idea che non devi per forza avere un’idea dietro ogni album che realizzi.

– Cosa puoi dirci dell’arrangiamento di Southern Belles in London? Da dove sono usciti fuori quegli archi?

Alcune melodie sono state rubate da una canzone dei B-Movie (una synth-wave band inglese di inizi anni ’80 gravitante intorno alla Some Bizzarre, etichetta di Depeche Mode e Soft Cell, ndr.). Gli arrangiamenti sono usciti fuori dal cervello di Nate Walcott (compositore e arrangiatore della Saddle Creek, già presente in Fulfilled Complete dei Broken Spindles, ndr.), con qualche indicazione motivazionale da parte della band, specialmente Todd (Baechle, il cantante ndr.).

– Per quanto riguarda le liriche, cosa è cambiato in questo nuovo album?

Poiché l’80% di noi si è ritrovato coinvolto in relazioni amorose, ci siamo aperti all’idea di scrivere canzoni che parlano di quelle cose. C’è ancora il commento sociale, che viene da una prospettiva personale, ma non così tanto.

– Chi sono i “ragazzi disperati” della canzone (Desperate Guys, appunto ndr.)? Vi interessa la critica sociale?

I Desperate Guyssono quelli che non ci riusciranno mai con una ragazza come quella di cui parla la canzone. Ragazzi che non rientrano in un certo standard perché si interessano delle cose sbagliate. O forse non rientrano in alcun standard… Si, la critica sociale ci interessa, ma tendiamo maggiormente a scavare nell’osservazione sociale, cercando spesso di presentare i fatti in modo oggettivo piuttosto che indirizzare l’ascoltatore verso una particolare opinione, lasciandolo libero di farsene una propria.

– E… posso sentire una certa malinconia e tristezza in Phone Call ma… non eravate forse famosi per essere allegri e in un certo senso.. uhm… sarcastici?

Non tanto sarcastici… gli altri solitamente quando si riferiscono a noi amano usare l’espressione “tongue-in-cheek” (idioma che indica un atteggiamento scherzoso, ndr.), e credo di essere d’accordo. Phone Callesprime onestamente qualcosa che è capitato nella vita di Clark (Baechle, ndr.). Anche in passato abbiamo avuto canzoni tristi, come Ballad of a Paralysed Citizen, o anche Violent (entrambe da Danse Macabre, ndr), che era abbastanza deprimente.

– In How I could forgetc’è un refrain interessante che mi ricorda tantissimo una canzone che ho ascoltato un po’ di tempo fa, ma non riesco a ricordarne il nome né l’autore. Potresti aiutarmi? Ok, la vera domanda è: quando ascoltate i vostri dischi, vi capita di sentirci dentro qualcosa di inaspettato? Una melodia che avete sentito quando eravate ragazzi, per esempio.

La melodia di How I could forget è rubata da una canzone di Petula Clark, There goes my love, there goes my life. Nel momento in cui la nostra musica viene messa su disco, l’abbiamo già ascoltata così tante volte che solitamente non ci troviamo niente di nuovo. A volte capita che le nostre canzoni ci piacciano tanto quanto quelle di altri musicisti, che è una cosa che di solito non ti aspetti.

– Ho riscontrato nel vostro sound alcune nuove influenze: gli Orbital in Disappear, i Depeche Mode in Erection (mi riferisco particolarmente a Personal Jesus), i Daft Punk in Symptom Finger… Avete ascoltato un sacco di musica o le influenze che ho indicato sono solo accidentali?

In verità, hai citato artisti che ci piacciono, ma che comunque non hanno influenzato direttamente le canzoni. Jimi Tenor è stato una grande influenza per Erection. Disappearè venuta quasi dal nulla, ma il testo è stato ispirato da alcuni rituali voodoo a cui Todd ha assistito ad Haiti. Possibilmente, Symptom Fingerè stata influenzata dai Daft Punk, riesco sicuramente a sentire la somiglianza. A dire il vero penso che la canzone originariamente fosse molto hard rock e suonasse di più come Marylin Manson.

– Che tipo di synth utilizzate al momento? Fate anche uso di software di emulazione per ricreare un particolare suono analogico?

Abbiamo alcuni software, ma finora li abbiamo usati solo per qualche canzone… Dal vivo io suono sempre un Nord Lead e un An1x della Yamaha. Abbiamo anche un Korg ms20, un Omega2, qualcosa della Doepfler, un Novation Supernova 2. Per il disco abbiamo usato un Arp Odissey, un po’ di Evolver e, non so, altra roba di questo tipo.

– Trovo che gli Human League siano il modello principale per i vostri arrangiamenti di synth… Ho anche letto un’intervista in cui spiegavate che il vostro suono è simile a quello delle synth band degli ’80 a causa del vostro approccio amatoriale verso quegli strumenti… La pensate ancora così? O è cambiato qualcosa nel vostro approccio?

Beh, gli Human League sono molto diversi dai Faint perché non hanno mai fatto uso di sequencing, o almeno non l’hanno fatto in tutti i loro dischi. Agli inizi avevamo lo stesso approccio, usando soltanto un’occasionale drum machine o un arpeggiatore. Adesso abbiamo fatto un po’ di progressi, e ci sentiamo influenzati dagli anni ’80 più nella mentalità e nell’attitudine che nei suoni. Hai fatto bene a menzionare gli arrangiamenti, ma adesso sappiamo che stiamo facendo qualcosina in più. Credo che questo processo ci porterà più verso la techno, o qualcosa del genere.

– Dicci qualcosa a proposito dei vostri metodi di composizione… cosa viene prima: le parole, la melodia principale o i riff?

Potrebbe essere qualunque di queste cose. Ogni cosa che ispira una canzone, che per noi si riduce fondamentalmente alla melodia e alle parole.

– Il vostro primo album, Media, era molto indie rock. Considerando il notevole cambio del vostro sound da Blank wave Arcade in poi, credete forse che l’indie rock sia morto o comunque non abbia più niente da dire?

Niente di tutto ciò, semplicemente eravamo stanchi del modo in cui suonavamo le chitarre, e volevamo uno spettacolo dal vivo più eccitante.

– Comunque usate ancora le chitarre, ma in modo molto diverso dal classico stile indie. E’ stata una scelta naturale o rientrava nei vostri progetti?

No, non era previsto neanche questo. Questa cosa si deve soprattutto all’entrata di Dapose nella band, che avrebbe dovuto essere il nostro coordinatore visuale, occupandosi per esempio dei video e delle luci. Ha un background death metal e suona la chitarra in modo davvero inusuale. Per i Faint, è stata una sorta di rinascita chitarristica.

– So che siete anche coinvolti nella realizzazione grafica delle copertine dei vostri dischi. Chi si occupa di questo aspetto?

Tutti noi, con Dapose al timone.Per la copertina di Wet From Birth, ci ha aiutato il nostro amico Seth Johnson. Ha contribuito con un collage, dal quale abbiamo preso l’immagine della ragazza e quella del bambino con il feto.

– Oltre ai Faint, quali sono le più eccitanti band new wave degli anni ’80? E quelle dei nostri giorni?

Potrei dirtelo, ma non mi crederesti.

– Verrete in tour in Italia?

Molto probabilmente saremo lì a Dicembre.

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