Bono Burattini
Vittoria Burattini e Francesca Bono, foto per la stampa di Dalia Mauri (2023)

Suonare in un tempo trasfigurato (nonostante tutto). Intervista a Francesca Bono e Vittoria Burattini

È facile oggi avere la sensazione di vivere in una civiltà che ha forse cominciato solo negli ultimi anni a fare seriamente i conti con le proprie contraddizioni. Giocoforza, la pandemia è stata il detonatore di sconvolgimenti politici, sociali ed esistenziali che covavano da tempo sotto – e sopra – la cenere della quotidianità come un male insinuante, ma che solo un evento devastante a livello planetario ha permesso di mettere realmente a fuoco. Una situazione che ha rimescolato definizioni del presente, valori esistenziali e percezioni della società, facendo emergere derive psicotizzanti e relativismi posticci, a partire proprio da quelli linguistici già concettualizzati da Lyotard alla fine degli anni ’70. Un tempo indefinito e indefinibile che Francesca Bono, voce e musicista del gruppo indie rock Ofeliadorme, e Vittoria burattini, percussionista e batterista dei Massimo Volume, indicano come “trasfigurato”. Viverlo significa provare a confrontarcisi mettendo sul piatto la propria esistenza umana e cercando un linguaggio appropriato per studiarlo, e questo è uno dei cardini dell’incontro tra le due musiciste: riuscire a porre un punto di vista, interrogarsi sul presente pescando dal passato, dell’esperienza condivisa, ma con la capacità di proiettare il ragionamento oltre gli orizzonti del già detto.

Il duo nasce quando la Fondazione Home Movies commissiona a Bono la sonorizzazione di tre film di Maya Deren, cineasta sperimentale ucraina attiva negli Stati Uniti nella prima metà del secolo scorso. Il coinvolgimento di Burattini ha portato alla creazione di un vero e proprio progetto musicale e alla stesura dei brani che compongono il primo album del duo. In uscita il prossimo 24 febbraio 2023 via Maple Death Records (qui il pre-order), Suono In Un tempo Trasfigurato è stato registrato e prodotto da Stefano Pilia, che ha inoltre contribuito in alcuni brani con chitarra e synth modulari. Un debutto maturo che mette in luce non solo una notevole sintonia artistica ma anche quella capacità di confrontarsi con quel presente confusionale che dicevamo all’inizio. Un album che con naturalezza distilla in un’omologia coerente e carica di senso un insieme di concetti per nulla scontati: dall’impegno politico riletto attraverso le opere di Deren al recupero di sonorità d’avanguardia gestite con visione riattualizzante.

Nel suono di Bono e Burattini si possono riconoscere influenze contemporanee come anche traiettorie del passato oggi poco battute: dallo sperimentalismo del Gruppo Di Improvvisazione Nuova Consonanza a opere figlie della library music come Società Malata di Daniela Casa, passando per uno dei massimi compositori di colonne sonore – e non solo – come Ennio Morricone, e fino alla ricerca di Suzanne Ciani, Laurie Spiegel e Laurie Anderson. Musica strumentale che parte programmaticamente dal limite di un set ristretto – synth, batteria e voce utilizzata come strumento musicale – per riversare concetti d’avanguardia in una forma canzone “altra”. Un perimento dai confini osmotici e capace di utilizzare jazz, improvvisazione, math rock, kraut, shoegaze per condensare attorno ad alcuni punti luce un climax che rende partecipe l’ascoltatore delle istanze prese in carico dal suono. Un fiume emozionale e riflessivo al tempo stesso.

Abbiamo colto l’occasione di parlare con le due autrici dell’album come anche dei concetti che lo animano, alcuni giorni prima della loro performance a Solido 2023, festival tenutosi il 3 e il 4 febbraio 2023 all’Habitat di Soliera in provincia di Modena.

Bono Burattini
Vittoria Burattini e Francesca Bono, foto per la stampa di Dalia Mauri (2023)

Quando si parla di debutto discografico, la prima cosa interessante da conoscere è come sia nato il progetto. Sembra di percepire la volontà di andare oltre le vostre precedenti esperienze artistiche e fare qualcosa di diverso…

Vittoria: io e Francesca siamo amiche da un sacco di tempo. Home Movies, una realtà molto conosciuta, attiva e stimata qui in città, ha commissionato a Francesca la sonorizzazione di tre cortometraggi di Maya Deren, e a Francesca è venuto in mente di coinvolgermi. Così abbiamo debuttato nel settembre 2021 con la sonorizzazione dei tre film e ci è sembrato subito che la cosa potesse funzionare: quella sera abbiamo avuto un buon successo, e la cosa ci ha spronate ad andare avanti col progetto.

Entrambe avete partecipato al progetto Donna Circo, in cui assieme ad altre artiste della scena indipendente avete fornito una nuova veste alle canzoni dell’omonimo album del 1974 di Gianfranca Montedoro e Paola Pallottino, riconosciuto come il primo disco femminista italiano della storia. Quanto Suono In Un Tempo Trasfigurato è frutto di questa precedente esperienza o quanto in generale lo è di una visione impegnata?

Vittoria: innanzitutto aver partecipato al progetto Donna Circo credo sia motivo di grande orgoglio per entrambe. È stato più un lavoro di “collage” che di collaborazione in studio, perché le cantanti erano tantissime. Ma ovviamente dal punto di vista politico aderire al progetto Donna Circo è implicita dichiarazione di essere femministe. E così il progetto Bono/Burattini: siamo innanzitutto musiciste, ma siamo consapevoli del fatto che per le donne c’è da fare ancora tanto lavoro. Siamo in pista anche per questo.

La componente cinematica è forte nel vostro suono e l’album è dichiaratamente ispirato al lavoro della cineasta Maya Deren, pioniera della cinematografia sperimentale ma anche attivista di sinistra che all’inizio del secolo scorso ha contribuito a ridefinire il concetto di donna artista. Quali sono state le motivazioni dietro a questa precisa scelta?

Vittoria: Come dicevo più sopra, devo ad Home Movies in effetti la scoperta del cinema di Maya Deren, proprio grazie alla commissione che abbiamo ricevuto: è stata una scoperta abbastanza incredibile. La regista negli Stati Uniti è amatissima da chi fa cinema, e per ammissione degli stessi registi della generazione successiva alla sua è stata fonte di ispirazione per tutto il cinema venuto dopo. Il fatto che la conoscano in pochi ma che la sua influenza sia stata così forte dimostra come spesso le donne possano essere figure fondamentali, delle vere e proprie pioniere, pietre miliari che però vengono facilmente dimenticate in un mondo dove parlano quasi solo uomini. Quindi, per concludere, non abbiamo direttamente scelto Maya Deren, ma siano molto grate di averla scoperta.

Francesca: Home Movies ci ha visto giusto. Maya Deren era un’anticonformista, una ribelle, e il suo immaginario è stato una fonte di ispirazione incredibile per le nostre invenzioni musicali.

Componete a partire da un limite ben preciso, ovvero utilizzare un set ristretto fatto solamente di synth, batteria e voce, qui utilizzata come terzo strumento. Perché avete scelto questa modalità creativa?

Vittoria: Francesca ha un Juno-60 che è un vero gioiellino, un sintetizzatore meraviglioso che produce un suono profondo e quasi materico, pieno di sfumature, che uno potrebbe ascoltare per ore. La batteria invece è il mio unico strumento e io punto moltissimo a creare un’atmosfera, un colore, a costruire architetture ritmiche che si adattino, a modo mio, al suono che mi sta intorno. Abbiamo pensato che pur limitate nell’apporto strumentale potevamo comunque creare un paesaggio sonoro interessante.

Francesca: mentre leggevo alcuni scritti di Maya Deren e facevo scorrere le immagini, ho capito che dovevamo seguire la sua filosofia, che è poi molto vicina alla mia. Abbiamo deciso di usare esclusivamente la batteria acustica e il Juno-60 suonando tutto in tempo reale; volevamo restituire un senso di immediatezza, sfruttare le potenzialità di 2 soli strumenti, fortemente ispirate da quel che dice Maya Deren quando parla di cinema amatoriale, e cioè che bastano pochi mezzi per creare qualcosa di potente.

Nel vostro suono è evidente l’influenza della musica colta italiana (Gruppo Di Improvvisazione Nuova Consonanza) come delle sonorità figlie della library music (Daniela Casa), ma anche di quelle di pioniere della ricerca sonora (Suzanne Ciani, Laurie Spiegel). Un insieme di elementi che poi cesellate in strutture ben definite. Possiamo chiamarla una una specie di forma canzone “altra”?

Francesca: Sicuramente Suzanne Ciani è un’artista che amiamo, ma la verità è che, ad esempio, mentre scrivevo le parti di synth non avevo intenzione di rifarmi a nessun suono, probabilmente ho semplicemente sublimato ascolti e passioni accumulate negli anni. E lo stesso credo valga per Vittoria. Tuttavia, considerato che sia io che lei abbiamo principalmente scritto “canzoni” in seno alle nostre rispettive esperienze artistiche, direi che quella componente è in qualche modo presente nei nostri brani, in forma “altra”.

Bono Burattini

Da questo punto di vista è molto interessante conoscere il vostro rapporto con l’opera Ennio Morricone, soprattutto per la sua inarrivabile capacità di utilizzare l’avanguardia nella scrittura di temi cinematografici o comunque più popolari. Un elemento che mi sembra molto forte nel vostro approccio…

Vittoria: in realtà non conosco Morricone approfonditamente, però sono stata amica di Mario Bertoncini (compositore e membro fondatore di Nuova Consonanza, NdSA), un musicista incredibile e un umano molto interessante, e costantemente ispirato. Stargli vicino mi faceva venire una voglia pazzesca di filare dritta in sala prove a suonare. A parte questa nota personale, mi fa molto piacere che venga riconosciuto il nostro intento di rendere più “pop”, più accessibile, qualcosa che è sempre appartenuto di più all’avanguardia. Batteristicamente preferisco da sempre cose un po’ più pop a stili e linguaggi più complessi, per mia natura. Bene che questa cosa si senta anche nel disco.

Francesca: Morricone è in loop nel mio cervello, da qualche parte. Lo associo a dei momenti intimi, quando da bambina vedevo i film con mio padre: Sergio Leone ma anche Dario Argento, tanto che per esempio molti anni dopo con gli Ofeliadorme facemmo una cover de L’uccello dalle piume di cristallo. Il suo gusto per la melodia è insuperabile, sapeva essere dolce e terrificante insieme, un aspetto che mi ha sempre molto affascinata.

Ascoltando le vostre composizioni, un altro nome che mi viene in mente è quello di Laurie Anderson, anche lei formidabile nel costruire brani capaci di diffondere concetti avant in un immaginario più ampio, eppure senza cedere nulla dal punto di vista della cerebralità. Cosa mi dite a riguardo?

Vittoria: Che Laurie Anderson è inarrivabile!

Francesca: Big Science è uno dei miei dischi della vita, un pilastro a cui ritorno ciclicamente, e ogni volta mi sbalordisce il fatto che è invecchiato bene, anzi, a dire il vero non è invecchiato per niente. Potrebbe essere uscito oggi! From the air è un brano sconvolgente. Laurie Anderson rappresenta la mia idea di artista.

Riattualizzate influenze del passato rileggendole anche attraverso la lente di sonorità più contemporanee, dal math rock (Le Ossa), passando per il dub (Trick or Chess) e fino allo shoegaze (Dancing Demons). Il tutto veicolato con una metodologia improvvisativa squisitamente kraut. Da questo punto di vista, quali sono stati gli ingredienti fondamentali per la costruzione della vostra visione?

Francesca: La ripetizione, l’attesa, la vertigine, lo spazio, la melodia, lo struggimento e l’estasi. Una ricerca dell’ossessivo. Ma soprattutto, un’innata, incredibile intesa.

I brani vivono inoltre di una componente tensiva molto forte, anche qui pare una scelta per nulla casuale di comporre utilizzando un climax ben preciso come asse portante del discorso. È così?

Francesca: Abbiamo la fortuna di vivere un’idea di musica molto simile, ci capiamo al volo, e la tensione è qualcosa che ricerchiamo, in modo assolutamente istintivo.

Il titolo del disco è molto evocativo e, se da un lato è ispirato al film del 1946 di della sopracitata Maya Deren, Ritual in Transfigured Time, dall’altro pone un vostro punto di vista sull’attualità. Cos’è il tempo trasfigurato?

Francesca: Sono tempi di grandi mutamenti sociali, politici, climatici e tecnologici. Quasi tutto è irriconoscibile, per chi come noi ha già speso qualche decennio su questo pianeta. Noi stesse siamo cambiate molto negli ultimi anni, le nostre vite hanno subito scosse vertiginose che le hanno completamente ribaltate. Ci sono state nascite e lutti; eventi epocali nel microcosmo umano di una persona. Il titolo, secondo me può anche essere letto così: (io) suono in un tempo trasfigurato (nonostante tutto).

L’album è stato prodotto e registrato da Stefano Pilia. Com’è stato lavorare con lui e cosa secondo voi ha apportato a un suono già di per sé definito e personale?

Vittoria: Chiedere a Stefano di registrare e produrre il nostro disco è stato per noi molto naturale. Un po’ per la stima immensa che ho di lui, un po’ perché abbiamo lavorato insieme un milione di volte e ci siamo sempre divertiti (spero anche lui!), e poi perché eravamo convinte che fosse la persona giusta. Le nostre sonorità sono anche nelle sue corde. Poi lui è uno che si butta anima e cuore nelle cose che fa, e nel disco si è totalmente immerso, ci ha lavorato tanto e con molta dedizione. Mi fermo qui ma di Stefano si potrebbe stare a parlare (o scrivere) per ore.

Francesca: Stefano è geniale e lavorare con lui è stata la scelta migliore che potessimo fare: ci ha capite al volo e, tra le altre cose, ci ha anche regalato una chitarra celestiale in un brano.

Bono Burattini
Vittoria Burattini e Francesca Bono, foto per la stampa di Dalia Mauri (2023)
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