I rumori della Storia. Intervista a Blak Saagan, Deison e Bologna Violenta
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Francesco Locane
- 9 Marzo 2022
Alla fine dello scorso anno sono usciti due dischi legati a vicende del nostro passato prossimo, che il tempo ha ormai fatto scivolare dalla cronaca alla Storia. Sono lavori per certi versi difficili, ambiziosi ma riusciti, che richiedono a chi li ascolta un’attenzione particolare, più che ripagata dalle emozioni e dai pensieri potenzialmente scatenati dalla loro fruizione. Nel primo, pubblicato nello scorso giugno e intitolato Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo, Blak Sagaan (Samuele Gottardello) si occupa del rapimento e dell’uccisione (marzo-maggio 1978) dell’allora presidente DC Aldo Moro. Il secondo, pubblicato a ottobre 2021, si intitola Una notte che non finisce mai, e non è solo un CD, ma anche un libro di illustrazioni, fotografie e racconti. La musica di (Cristiano) Deison e i testi di Sandra Tonizzo “narrano” le vicende legate al Mostro di Firenze, una figura ancora non del tutto chiaramente individuata, responsabile di sette duplici omicidi avvenuti fra il 1974 e il 1985 nei dintorni del capoluogo toscano.
Ascoltandoli viene naturale pensare a un terzo lavoro, Uno bianca di Bologna Violenta (pubblicato da Nicola Manzan nel 2014), perché anche questo si riferisce a episodi chiave degli ultimi decenni (le rapine e gli omicidi perpetrati dalla banda guidata dai fratelli Savi tra Emilia-Romagna e Marche, dal 1987 al 1994). C’è qualcos’altro di molto importante che lega queste tre opere dal punto di vista musicale, sebbene i loro generi e stili non siano così prossimi: si tratta di album strumentali, in cui le voci umane sono assenti, o per meglio dire veicolate da campionamenti e clip. Ho riunito l’autrice e gli autori di questi lavori in una chiacchierata, cercando di scoprire come sia possibile raccontare la Storia senza parole e quale sia, secondo loro, il rumore della Storia.
Come vi siete interessati e appassionati alle vicende legate ai vostri dischi e perché le avete scelte?
BS. Per il tipo di musica che realizzo ho sempre bisogno di crearmi un immaginario e di avere dei riferimenti, per mia natura spesso visuali. Nel disco precedente, A Personal Voyage (Maple Death, 2017), l’argomento era l’esplorazione del cosmo come la intendeva Carl Sagaan, mentre questo ha a che fare con le vicende che riguardano il rapimento dell’onorevole Aldo Moro. I prossimi lavori chissà. Amo analizzare e approfondire i temi che mi interessano: faccio delle vere e proprie full immersion e, quando suono, vengo influenzato dalle visioni che questi studi scatenano in me. Del caso Moro e degli anni di piombo sono venuto a conoscenza studiando la storia e credo siano una sorta di noir, una serie di vicende caratterizzate da intrighi molto più grandi dei protagonisti, dove i protagonisti finiscono male. Durante gli anni di piombo in Italia e nel mondo c’era in gioco qualcosa di molto grosso e chi ha partecipato a quel gioco non è finito bene.

BV. Mi piace questa considerazione, qualcosa di più grande di noi in cui i protagonisti finiscono male: funziona anche per la Uno Bianca, dove sono finiti male proprio tutti. Come Samuele, anche io ho bisogno di un immaginario che mi catturi, di una storia che ho voglia di raccontare in musica, cercando una colonna sonora immaginaria. Per la Uno Bianca tutto è cominciato nella mia seconda sera in assoluto a Bologna, nel 2002, quando sono finito per caso in questo quartiere popolare con i palazzoni immersi nella nebbia. Ho chiesto agli amici che posto fosse, loro mi hanno detto che eravamo al Pilastro e io ho subito pensato alla Uno Bianca. Tornati a casa abbiamo acceso la TV, che trasmetteva l’intervista di Franca Leosini a Fabio Savi: un’incredibile coincidenza. All’epoca il progetto Bologna Violenta non era ancora nella mia testa, ma comunque ho pensato che prima o poi avrei dovuto fare un disco su quella storia, che mi sembrava fosse un po’ dimenticata. Era il 2005 quando ho cominciato a pensarci e nel “brevissimo” tempo di nove anni ho realizzato il disco.
D. Anche noi siamo monomaniaci, quando ci interessa un argomento tendiamo a sviscerarlo: il Mostro di Firenze è una passione e un’ossessione antica. Con Sandra ci conosciamo dai primissimi anni Novanta e già all’epoca un nostro interesse comune erano gli assassini seriali, specialmente americani. Ce ne siamo interessati anche perché suggestionati dai primi riferimenti ai serial killer in ambito musicale: tantissimi gruppi di quel periodo li citano o campionano pezzi di audio, c’erano canzoni o interi dischi dedicati agli assassini seriali. E le informazioni, allora, erano pochissime e più difficili da reperire, mentre adesso puoi trovare, spesso in modo banalizzato, qualsiasi cosa su chiunque. Però ci siamo resi conto che, senza bisogno di andare negli Stati Uniti, anche da noi c’era un assassino seriale: il Mostro di Firenze. La nostra ossessione è cominciata da lì, nei primi anni Novanta, inizialmente seguendo le vicende giudiziarie, dato che le azioni del Mostro si interrompono nell’85, poi studiandole. Ci siamo appassionati a tal punto che una ventina di anni fa siamo andati a fare il nostro “tour del Mostro”, visitando non solo i luoghi dove sono avvenuti i delitti, ma anche quelli collegati alle vicende del Mostro, davvero intricatissime.
ST. Nel 2018 siamo tornati in quei posti, ma con una maturità diversa, togliendoci di dosso tutte le storie che avevamo letto, per provare a renderci conto di cosa significasse essere lì ed essere il Mostro. Innanzitutto abbiamo capito che, più che un mostro, chi ha commesso quegli omicidi è un essere umano, che viveva in quei luoghi: doveva conoscerli bene per compiere i delitti, non poteva esserci capitato per caso. Abbiamo anche compreso che il Mostro di Firenze non è un serial killer “all’americana”, ma un personaggio molto più terreno. Dopo quel viaggio abbiamo abbandonato la storia fino all’anno scorso, quando una svolta su un indagato del caso, che potrebbe essere il Mostro, ha riacceso la nostra passione. Allo stesso tempo, però, abbiamo sentito la necessità di dire qualcosa anche noi per fermare questa ossessione, senza avere alcuna pretesa di identificare il Mostro o svelare verità nascoste, ma solo per esprimerci a modo nostro: Cristiano con i suoi suoni e io con i miei racconti.
L’espressione artistica in senso ampio non è necessariamente legata a un fine: nel vostro disco c’è anche un intento divulgativo rispetto alla storia che raccontate o ad alcune sue parti?
BS. Sì, adoro la divulgazione e nel mio piccolo ho cercato di essere divulgativo. Hai ragione quando dici che l’espressione artistica può essere fine a se stessa ma, se uno ha voglia, usarla anche come mezzo di divulgazione può essere divertente. Credo ci debba essere un’enorme parte ludica nell’apprendere le cose, altrimenti tutto si riduce a inculcare nozioni. Se uno si diverte ed è curioso, viene spinto a ricercare.
BV. Per risponderti devo tornare alla genesi di Uno Bianca. Come ti dicevo, l’idea è nata prima di cominciare a fare dischi come Bologna Violenta, dove prendo in giro l’essere umano in maniera grottesca e ironica. Già all’epoca mi sembrava buono affrontare l’argomento Uno Bianca, perché era una storia di cui si era persa traccia, di cui non si parlava più per mille motivi. Ma la spinta per realizzare il disco me l’ha data una sera Emidio Clementi dei Massimo Volume, che mi ha detto: «Ti vengono bene i dischi che fanno ridere, ma fai solo cazzate: sei bravo, dovresti pensare a un disco serio». Anche io mi ero stancato della vena grottesca e “da circo” di Bologna Violenta, e allora ho pensato: adesso ti faccio vedere io, faccio un disco che non fa ridere nessuno, racconto quanto era davvero violenta Bologna in quegli anni. Ma allo stesso tempo volevo fare sapere al mio pubblico, più giovane di me e per lo più ignaro di quella storia, che anche in Italia sono accaduti eventi tremendamente crudi, come i delitti del Mostro di Firenze. Quella della Uno Bianca era una storia che doveva continuare a essere raccontata, e che viene raccontata giustamente ancora oggi: qualche anno fa il Liceo Laura Bassi di Bologna ha realizzato un documentario (Uno Bianca: mirare allo Stato, 2019) con le mie musiche. Oggi si ricomincia a parlare di questa vicenda anche al di là dalle commemorazioni ufficiali, come quella del 4 gennaio, anniversario della strage dei carabinieri al Pilastro.

D. Noi, invece, non abbiamo mai pensato in termini divulgativi, perché la vicenda del Mostro è stata raccontata in decine e decine di libri. Anche in rete c’è una mole enorme di informazioni sull’argomento, sebbene rischi di essere dispersiva. Insomma, pensiamo che chi vuole approfondire possa farlo in maniera autonoma.
ST. Per essere esaustivi bisognerebbe scrivere un’enciclopedia, non un libercolo come il mio, che deriva da un’esigenza personale. Da sola non avrei mai pubblicato questi scritti, mi è venuto spontaneo aggiungere qualcosa alla musica di Cristiano, come mi era già accaduto in altre due occasioni. Più volte rileggendo i testi ho avuto il dubbio che non si comprendessero, ma mi sono detta: pazienza, chi non capisce sarà incuriosito e andrà a fare ricerche. Oltretutto le mie narrazioni si fermano all’85, ai delitti, non riguardano l’iter giudiziario, da dove scaturisce una mole di informazioni che racconterà il Mostro in tutti i modi possibili.
Quanto programmi TV, romanzi, trasposizioni cinematografiche o televisive sul vostro caso vi hanno influenzato nello scrivere e registrare il disco?
BS. Del caso Moro si è occupata tanta letteratura e lo raccontano buoni film, cosa che a mio avviso non si riscontra nel caso della Uno Bianca e del Mostro di Firenze. Io mi sono appassionato molto a Il caso Moro di Giuseppe Ferrara che, sebbene sia stato realizzato negli anni Ottanta, ha l’aura tipica del decennio precedente ed è secondo me influenzato dall’onda lunga del poliziottesco, un genere che adoro. Buongiorno notte di Marco Bellocchio mi ha lasciato con molti punti interrogativi, ma ne ho apprezzato il finale, completamente astorico, in cui la fantasia prende il sopravvento sulla narrazione. In qualche modo lo faccio anche io, perché il mio intento – oltre che realizzare un oggetto d’arte e divulgare l’argomento trattato – era fare viaggiare con la mente, non scrivere un saggio sul caso Moro: come musicisti siamo degli interpreti, certe cose ci colpiscono e le raccontiamo. Mi ha influenzato anche La notte della Repubblica di Sergio Zavoli, un giornalista straordinario e una trasmissione che consiglio caldamente, anche perché è un documento bellissimo di un’Italia che non esiste più, in cui gli ospiti in TV aspettavano il proprio turno per parlare: fantascienza!
BV. Fino a poco tempo fa sulla Uno Bianca era stata realizzata solo una miniserie in due puntate con Kim Rossi Stuart, che non ho ancora visto, peraltro. Qualche mese fa è stato trasmesso su Rai2 un bel documentario, La vera storia della Uno Bianca, che ho visto e dove ho sentito testimonianze affidabili, le stesse che mi hanno fornito i familiari delle vittime. Rimane comunque una vicenda con tanti punti di domanda. Io non ho lavorato sulle carte processuali, come Sandra e Cristiano, perché, lo ammetto, questa storia mi ha sconvolto. Sebbene fossi già a Treviso quando ho lavorato a Uno Bianca, mi è bastato guardare una cartina per rendermi conto di quanto fossero a me noti i posti dove la banda ha colpito. Uno degli uffici postali era quello sotto casa, da cui spedivo le copie dei primi dischi di Bologna Violenta. Utilizzavo gli sportelli bancomat di due banche tra le tante rapinate e passavo sempre davanti all’armeria di via Volturno, anch’essa assaltata dalla banda. Guardare le registrazioni dei processi in cui i Savi rispondevano “affermativo” e “negativo” alle domande dei giudici e ridevano in faccia ai familiari delle vittime era per me troppo, un surplus non necessario per fare il disco, che in fondo non è altro che la colonna sonora immaginaria dei peggiori colpi della banda. A questo proposito mi è stato particolarmente utile il libro di Massimiliano Mazzanti Uno bianca. La banda di Roberto e Fabio Savi, perché è l’unico che descrive minuziosamente le azioni utilizzando come fonte gli atti processuali. In quel libro, che mi è stato regalato per caso e che ho letto di filato in una notte, c’è in pratica la scaletta del mio disco. Il suo autore continua a indagare ancora oggi e devo dire che, quando uscì l’album, mi ha difeso a spada tratta sul suo blog.
D. Dei film sul Mostro di Firenze non ne salviamo uno, di libri ce ne sono tantissimi e ne abbiamo apprezzati un paio, soprattutto tra i primi. Uno è Il mostro di Firenze di Mario Spezi, giornalista della Nazione tra i primi a occuparsi del caso. Ma, come dicevamo, negli ultimi anni tendiamo a preferire i libri basati sugli atti processuali, altrimenti le piste e le fantasie si moltiplicano.

ST. Per esempio, non siamo affatto convinti della pista di Pacciani e dei compagni di merende, o del fatto che ci fossero entità a un livello superiore che abbiano mandato quei quattro contadini a uccidere ragazze e ragazzi per prendere i feticci. Sebbene a nostro avviso i processi si concentrano sulle persone sbagliate, raccontano comunque la vicenda del Mostro: senza i processi ai compagni di merende non sapremmo nulla. I veri fatti emergono dal 1994 in poi, con personaggi assurdi che meriterebbero un libro ciascuno, coinvolti in una serie di storie una più fuori di testa dell’altra. Pacciani picchia la moglie, violenta le figlie e le nutre con cibo per cani: si è fatto una meritata galera. Sono anche questi atti che lo rendono “mostro” nell’immaginario collettivo, tuttavia violentare le proprie figlie o uccidere delle persone appartate nei campi sono entrambi atti orrendi, ma molto diversi tra loro.
Tutti e tre i casi hanno dato vita a ipotesi collaterali a quelle ufficiali (per esempio le varie piste del Mostro di Firenze, il coinvolgimento dei servizi segreti nel caso Moro, le possibili coperture o mandanti per la Uno Bianca). Quanto e perché vi affascinano queste letture alternative?
BS. Mi affascinano perché sono un appassionato di narrazione. Mi piacciono i film lunghi, i libri spessi, le serie che non finiscono mai, ma anche le letture alternative, cioè altri racconti che stimolano la fantasia e ti fanno viaggiare con la mente. Ulteriori livelli aggiungono spessore alla trama e questo, per un curiosone nerd come me, è fantastico.
BV. La strage del Pilastro è un momento cardine nella storia della Uno Bianca: proprio indagando su quegli omicidi, l’allora PM Giovanni Spinosa mette sotto torchio alcuni ragazzi del quartiere, all’epoca davvero malfamato, perché pensa siano in qualche modo legati alla mafia o a una sorta di anti-Stato e abbiano commesso la strage. Nonostante le prove della loro estraneità alla vicenda siano schiaccianti, tanto quanto sono esili le accuse nei loro confronti, il citato documentario realizzato dalla scuola Laura Bassi porta avanti la tesi di Spinosa. Il magistrato è convinto che buona parte delle rapine attuate dai Savi fossero guidate da una “mano superiore”, vicina alla parte occulta dello Stato, e che avessero uno scopo destabilizzante a livello governativo e istituzionale. Tutto questo non mi convince, ma mi affascina dal punto di vista umano, perché mi sembra l’espressione di una persona che va avanti per anni pensando di avere ragione e che combatte da sempre per averla, nonostante le tantissime evidenze contrarie.
D. Innamorarsi di certe piste fantasiose e perdersi in esse è affascinante…
ST. Aspetta, però: nel nostro caso, Pacciani non è un’ipotesi fantasiosa e i compagni di merende sono stati condannati. Tuttavia proprio dalla loro sentenza di condanna, evidentemente non esaustiva, emerge dalla stessa magistratura la necessità di capire come e perché abbiano compiuto i delitti e quindi l’ipotesi dell’esistenza anche qua di un livello superiore, formato da medici e altri professionisti dediti alle messe nere che mandavano Vanni, Pacciani, Lotti e altri a recuperare dei feticci umani per le loro celebrazioni.
D. Anche noi abbiamo studiato molto il caso Moro: penetrare più a fondo in quelle storie è un processo affascinante, sebbene non porti a una verità assoluta. Nel caso del mostro di Firenze, approfondendo un personaggio qualsiasi, ti trovi subito in un intrico di storie su storie.
Nei casi che raccontate i rapporti tra assassini e vittime sono molto diversi tra loro: le Brigate Rosse uccidono, con la sua scorta, uno dei politici più importanti del dopoguerra, attaccando esplicitamente lo Stato attraverso l’eliminazione di un obiettivo ben definito. Anche il Mostro di Firenze ha obiettivi chiari, scelti per ragioni private e/o economiche, quali le coppie di giovani che si appartano per fare sesso, mentre i componenti della banda della Uno Bianca eliminano chiunque si frapponga tra loro e gli scopi che si sono preposti. Mi chiedo quanto e come i vostri lavori si soffermino su questi rapporti fondamentali, anche perché molto spesso il carnefice è l’ultima persona con cui l’assassinato ha a che fare in vita…
BS. È una riflessione molto interessante la tua, ma per rispondere alla domanda specifica: sì, ho pensato al rapporto tra assassini e vittime. Fin dal titolo il mio lavoro prende le parti di Moro, anche se la prima parte del disco serve a fornire una sorta di contesto generale. Comunque, senza tralasciare le responsabilità politiche, umane e giudiziarie delle Brigate Rosse, negli anni di piombo c’erano in campo forze molto più grandi di Moro e delle BR, con interessi legati alla risoluzione della vicenda. È una tragedia in cui i carnefici stessi erano parte di un gioco, pur essendo Aldo Moro una vittima indiscutibile, insieme agli agenti della scorta.

BV. Come dicevo, per me è stato un incubo fare questo disco, anche letteralmente: per mesi ho sognato di essere inseguito e malmenato da poliziotti. Proprio il rapporto tra vittime e carnefici è uno degli elementi che più mi ha sconvolto dell’intera vicenda Uno Bianca. La banda era perfetta per i suoi scopi: Roberto e Fabio Savi avevano l’idea di fare soldi e, se non vuoi farti prendere, eliminare ogni elemento di disturbo è indispensabile. Altri membri della banda non riuscivano a sopportare il peso di questa dinamica criminale che ha coinvolto, spesso casualmente, persone ignare come Massimiliano Valenti, che assiste a un cambio macchina della banda, e quindi viene rapito e giustiziato. Potevano lasciarlo vivere, quelle usate dalla banda erano tutte macchine rubate, ma la regola era eliminare ogni testimone con lucida freddezza, senza alcuna empatia nei confronti della vittima. Un atteggiamento evidente anche nei processi: a una madre disperata per l’uccisione del figlio, Savi consiglia di farne un altro. Un modo di fare e di essere mostruoso, sconvolgente: non avevano davvero pietà per nessuno. Per caso, dopo uno spettacolo proprio su Fabio Savi di cui ho curato le musiche, ho conosciuto il suo meccanico di fiducia. Mi ha raccontato che una volta Savi ha pagato una riparazione estraendo i soldi da un rotolo di banconote. Il meccanico, ingenuamente, ha chiesto con ironia se si fosse messo a fare rapine, e l’altro ha risposto: “E sì che faccio le rapine”. Ed era vero. Erano dei mostri senza pietà.
D. Solitamente nei resoconti del Mostro di Firenze le vittime sono solo nomi: un elenco che abbiamo riportato anche noi nel libro, con a fianco un omaggio, la fotografia di un mazzo di fiori essiccati che abbiamo raccolto nei luoghi delle uccisioni.
ST. Ammetto che la mia prima fascinazione, quella degli anni Novanta, era nei confronti del Mostro: le vittime erano sullo sfondo. Quando nel 2018 sono tornata sui luoghi teatro dei delitti mi sono messa nei panni delle vittime: sono però molto difficili da raccontare, perché dalle sole carte processuali è dura trarre informazioni su di loro. Alla fine erano ragazzi che andavano per i campi, con vite semplici o appena cominciate, come le vittime del 1974 che hanno 18 anni. Il Mostro rimane sempre in primo piano, perché è sempre lui che sceglie le vittime e credo, come altri, che non agisse a caso. Probabilmente ha seguito le sue “prede” per mesi, per colpire nel momento più propizio, anche se questo non accade di certo per la coppia di francesi, le uniche vittime veramente casuali: non sanno nulla del Mostro, piantano la tenda e 24 ore dopo sono morti. C’è però un altro aspetto della vicenda. Quando il Mostro colpisce per l’ultima volta, nel 1984, io ho 16 anni e il suo “spettro” arriva anche in Friuli. Lo racconto nel libro, è un episodio vero: sebbene sapessimo che da noi non c’era il Mostro di Firenze, avevamo comunque paura. Soprattutto nel Fiorentino ma non solo, le giovani coppie non vanno più per i campi di notte, accelerando di fatto un cambiamento dei costumi, e addirittura ci si organizza per andare in camporella tutti insieme, per proteggersi l’un l’altro. L’ultima coppia dovrebbe sapere che il Mostro è in giro, la faccenda è ormai nota e i due abitano a 30 chilometri dalla zona dell’ultimo omicidio: non dovrebbero essere uccisi. Ma a me, a sedici anni, chi mi teneva? Il bisogno di stare con i propri coetanei, di fare certe esperienze, è più forte della paura di morire.
BV. Quando ho letto e ascoltato il vostro lavoro ho pensato ai cambi di costume a cui hanno portato anche le azioni della Uno Bianca. Le telecamere ai caselli, le porte di sicurezza delle banche rendono oggi impossibili i colpi così come li hanno attuati i Savi e i loro complici. Per non parlare delle leggi speciali che derivano dagli anni di piombo. Sono eventi che hanno cambiato l’Italia.

Parliamo dei testi di accompagnamento: un saggio di Gianfranco Bettin nel disco di BS, una vera e propria guida all’ascolto nell’album di BV, che riassume gli eventi raccontati traccia per traccia e i racconti parte integrante del disco di D. Partiamo da voi, Sandra e Cristiano: il fruitore ideale del vostro lavoro ascolta il disco mentre legge i racconti?
D. Sì, ce lo siamo immaginati così, con i miei suoni che forniscono un sottofondo alla lettura. Non mi riesce proprio di fare musica felice, ma comunque utilizzare suoni pesanti, monotoni e ripetitivi mi sembrava ideale. Tuttavia ci siamo anche imposti delle regole. Per esempio i numeri della durata di ogni pezzo corrispondono alle cifre delle date in cui avvengono gli omicidi. Abbiamo inserito campionamenti e registrazioni di filmati d’epoca che però – a parte il frammento conclusivo con il famoso appello di Ruggero Perugini, capo della squadra antimostro – non sono legati ai delitti, bensì alla società di quegli anni, come lo sono alcune pubblicità montate in sequenza.
BV. La guida all’ascolto presente in Uno Bianca è un rimando a quando ero un “trombone della classica” e ai numeri di Amadeus che portava a casa mio padre, che riportavano le note relative a ogni pezzo del CD allegato alla rivista. Mi piaceva ricostruire una cosa del genere. Ascoltando il disco e leggendo la guida un po’ alla volta ci si dovrebbe rendere conto di quello che succede: dal punto di vista musicale sono racconti molto didascalici che seguono precisamente le note che ho scritto. Ascoltando e leggendo si dovrebbe insomma capire quando muore qualcuno, un evento segnalato dal rintocco di una campana, quando una macchina sgomma, eccetera. È un disco con milioni di frammenti e, ogni volta che devo riprenderlo per un live, mi viene in mente di avere inserito una cosa per descrivere lo scattare di un allarme, un’altra per indicare la chiusura di una porta… Tutto è studiato al millimetro. Vi rivelo una cosa da nerd: scrivendo il disco ho deciso che cassa e rullante insieme avrebbero rappresentato ogni volta un colpo di arma da fuoco sparato, secondo ciò che dicono le carte dei processi. E quindi, in tutto il disco non esiste un colpo di cassa e rullante che non corrisponda a uno sparo. Ma, oltre al mio solito bordello, c’è anche altro: per esempio i rimandi a Bach e ai madrigali nel pezzo dedicato all’uccisione dei carabinieri.
BS. Stavo pensando che nel mio disco ci sono richiami didascalici, ma solo come riferimento per me. Infatti da musicista e ascoltatore sono convinto che all’interno di un album ognuno sia libero di costruirsi il percorso che preferisce, di vivere il proprio immaginario. Io ne ho suggerito uno: chi vuole seguirlo può partecipare a un viaggio affascinante, ma percorrere altre strade mi va ugualmente bene. Per parlare del saggio di Bettin, però, sono costretto a smentirmi leggermente. Infatti, volendo comunque dare una contestualizzazione al mio lavoro, ma essendo in grado di esprimermi solo a livello musicale, mi trovavo in difficoltà nel produrre qualcosa di scritto. Ho pensato quindi a chi potesse contestualizzare l’album senza scrivere un saggio politico o storico, perché comunque di un oggetto musicale si tratta. Di lavoro faccio il regista e, per una coincidenza, stavo lavorando a un documentario sui cento anni di Porto Marghera: tra gli intervistati c’era anche Gianfranco Bettin, un sociologo da sempre impegnato in politica, che seguo dagli anni Novanta, quando andavo all’università. Mi è sempre piaciuto il suo impegno contro il disagio sociale, soprattutto giovanile, a Porto Marghera: negli anni Ottanta era un inferno dell’eroina, e lui ha lavorato in quel contesto, parlando tra i primi di riduzione del danno, favorendo la nascita di punti informativi per tossicodipendenti e prostitute, e promuovendo i centri sociali come portatori di cultura ed elevazione. Per questi e altri motivi ho pensato fosse la persona giusta per me, sono riuscito ad avere il suo numero e l’ho chiamato, non senza titubanza e imbarazzo. Si è dimostrato disponibile, capendo perfettamente da subito quale fosse il mio approccio. Non c’è stato bisogno di incontrarsi, anche perché eravamo in piena pandemia, era il marzo 2020: abbiamo sempre usato il telefono per comunicare, ma l’ho sentito immediatamente vicino allo spirito del disco e trovo che il suo scritto sia molto azzeccato. Se devo però pensare a un ascoltatore ideale, mi immagino qualcuno che non conosce il caso Moro. La maggioranza delle persone che hanno ascoltato l’album conoscono benissimo quelle vicende, ma mi piace molto quando qualcuno lo acquista come disco di musica elettronica, lo ascolta e poi, incuriosito per esempio da un titolo, approfondisce la questione. Lo scritto di Bettin serve a dare una sorta di sostrato a questo atteggiamento.
D. Vorrei aggiungere una cosa: mi sembra che tutti e tre abbiamo creato oggetti a cui dedicare del tempo. Testi e immagini, oltre che i suoni, sono per me fondamentali in un disco. Quando ero giovane ascoltavo un album e al contempo guardavo la copertina e ne leggevo le note, insieme ai titoli delle tracce, cercando di penetrare in un mondo, nella storia del disco. In quest’epoca di musica liquida, come si dice, volevamo creare qualcosa di concreto, di fisico, che si possa vedere, ascoltare e leggere, anche tra le righe.
Nel disco di BV spuntano gli archi, che saranno sempre più importanti nei dischi che seguiranno Uno Bianca, e addirittura il pezzo che citavi prima rimanda al tuo ultimo lavoro, La città del disordine. Per quanto riguarda D e BS, c’è qualcosa di inedito dal punto di vista musicale in questi album rispetto ai precedenti?
D. Il disco è abbastanza classico rispetto alle cose che faccio, anche se in alcuni pezzi ho ridotto invece che accrescere i loop in cut-up di suoni, rendendoli a volte molto corti: un metodo per me inusuale.
BS. Credo che tutti noi, oltre a essere ricercatori nell’ambito di questi temi, che comunque occupano un solo titolo delle nostre rispettive discografie, siamo anche dei ricercatori anche a livello musicale, abbiamo una sete di conoscenza che non si ferma mai. Quando si suona ogni nuova esperienza musicale è una ricerca che si applica sia agli aspetti tecnici che a quelli emozionali. Nel disco volevo sfruttare altri strumenti e sonorità, dando vita ad altre emozioni rispetto al lavoro precedente. Quando ho messo insieme il cumulo di dati storici e quelli musicali, cioè i brani, mi sono reso conto di quanto il 1978 sia stato un anno cardine per generi che non avrei mai pensato potessero finire in un mio disco, come il kraut e il post punk, che adoro. Ho anche fatto un pezzo dub, un genere che si affermava in Giamaica proprio in quegli anni.

I fatti relativi ai lavori di cui abbiamo parlato coprono due o tre decenni, tra gli anni Sessanta-Settanta e gli anni Novanta, che mi pare siano tuttora fondamentali per comprendere il nostro Paese. Avete nuovi strumenti di lettura, nuove conoscenze che in qualche modo derivano dal lavoro svolto per realizzare questi album?
BV. Per me quella della Uno Bianca è la classica storia che ti fa crollare ogni certezza: come dicevo prima, ho avuto incubi con poliziotti per mesi. Una mia amica inglese mi diceva che i bobbies, i poliziotti britannici, sono le persone a cui ci si rivolge per cercare aiuto. In Italia abbiamo una concezione diversa delle forze dell’ordine, ma comunque il messaggio del disco è che non ci si può fidare davvero di nessuno, che si può solo cercare di fare il meglio, sperando di evitare di finire nei guai. D’altro canto le vicende della Uno Bianca hanno cambiato la percezione delle forze dell’ordine anche a Bologna: una mia amica mi raccontava che, una volta scoperta l’identità dei membri della banda, gli agenti in borghese in piazza Verdi si sentivano rispondere dai ragazzi beccati a farsi le canne: “E proprio voi venite a farci la predica?”.
S. Lavorare a questo disco è stato per noi significativo dal punto di vista personale, perché Una notte che non finisce mai mette una pietra sopra la nostra ossessione per le vicende del Mostro di Firenze. Noi ci augureremmo di conoscere la verità, ma pensiamo che oggi non possa più emergere nulla di nuovo: quindi musica e testi di questo lavoro sono il punto fermo che poniamo dopo tutte le nostre riflessioni sulla questione.
BS. Per quanto le conoscessi già, studiare le vicende del caso Moro, e dei decenni che le precedono e le seguono, mi ha fatto crescere moltissimo. Non avevo mai approfondito la figura di Moro, per me completamente sottovalutata nella storia italiana, e mai minimamente valorizzata oltre le commemorazioni di facciata, piene di retorica. Moro ha cercato di riunire forze politiche separate dai tempi di Yalta, fronti opposti in una guerra fredda che il presidente della DC pensava fosse finita, e che invece era ancora in corso quando venne rapito: anzi, lui fu una vittima di questo conflitto non convenzionale. Ci meriteremmo che si facesse luce sulle vicende del caso Moro, degli anni di piombo e della guerra fredda in Italia, decenni di cui la giustizia si è occupata con i soliti stilemi di vendetta, mettendo in prigione le persone e dimenticandosene.
Lavorando al disco, però, ho approfondito la questione della giustizia riparativa, e questo mi ha cambiato moltissimo. Alcune persone e associazioni stanno cercando di sviluppare un rapporto tra parenti delle vittime e carnefici: è difficile e complicato, ma possibile. Non credo infatti che ai familiari delle vittime sia sufficiente sapere che ci sono delle persone in prigione o altre che hanno scontato anni di detenzione. Ho approfondito alcune vicende, come quella di Agnese Moro, una delle figlie di Aldo, che negli ultimi anni ha intrapreso un percorso di dialogo e di giustizia riparativa con la brigatista Giuliana Faranda. Hanno tenuto insieme delle conferenze e vedere i video di questi incontri mi ha proprio migliorato come persona.
