Intervista a Michael Franti 2006 – Stay Human
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Teresa Greco
- 15 Ottobre 2006
Michael Franti da sempre coniuga la musica con la condanna del razzismo, la critica alla società dei consumi e l’attivismo in favore
della pace, dagli Spearhed ai Disposable Heroes Of Hiphoprisy fino al
punk-rock dell’esordio con i Beatnigs, in una miscela di funky, soul,
hiphop, reggae e rock. In occasione del concerto di Rimini dello scorso
agosto con gli Spearhaed e della contemporanea uscita di disco (Yell Fire!) e film (I Know I’m Not Alone, qui recensito), abbiamo incontrato il musicista di S. Francisco per una chiacchierata. Questo il resoconto dell’incontro.
Intervista (Rimini, 25 agosto 2006)
Il cielo si va schiarendo dopo che un breve e violento temporale estivo ha travolto Rimini. Arrivo al Velvet all’ora stabilita per l’intervista, fissata prima del soundcheck, ma Michael non c’è. È a Rimini, al pronto soccorso a farsi ricucire un piede. La sera prima, durante il concerto di Brescia è saltato giù dal palco e ha messo un piede su un coccio di vetro. Bilancio: mezza giornata in ospedale e due punti di sutura. L’abitudine di andare in giro sempre scalzo può comportare degli imprevisti. L’incontro slitta dopo la prova degli strumenti; avanza zoppicando e sorridente, si scusa per il ritardo e ci sediamo sulla riva di un laghetto, dove il sole inizia a scendere in un cielo rosso ormai pacificato.
Musica e politica come si intitola una tua vecchia canzone (In Hyprocrisy The Greatest Luxury,
1992, dei Disposable Heroes of Hiphoprisy): nel tuo caso non si può parlare dell’una senza chiamare in causa l’altra. Adesso abbiamo un
nuovo album e un documentario. Li hai pensati insieme? Si sono nutriti a vicenda?
Sì, si sono nutriti a vicenda. Sono andato in Iraq nel giugno del 2004, poi ho fatto un secondo viaggio in Israele e in Palestina nel febbraio del 2005, ho girato circa duecento ore di immagini, e mentre rivedevo il girato tornavano a galla molte emozioni. Mentre ero lì ero molto sotto
pressione, da un momento all’altro poteva succedere qualunque cosa,
così non potevo “sentire” tutto, e una volta tornato, ho iniziato a provare emozioni forti. Così ho preso la chitarra e ho iniziato a
scrivere, lo studio di registrazione era sopra a quello di montaggio,
così facevo su e giù per le scale, scrivevo e registravo; ho scritto
circa trenta canzoni e poi sono andato in Giamaica per lavorare con Sly e Robbie e mi sono limitato a suonargli le canzoni.
Nella tua carriera hai esplorato quasi tutti gli aspetti della black music. A che si deve la scelta di andare a registrare in Giamaica con Sly e
Robbie? Ci sono invece due o tre canzoni con un sound molto diverso, un po’ U2…
Sì è vero, mi piacciono gli U2! Quando stavamo lavorando al film mi sono accorto che c’erano dei punti nel film che avevano bisogno di un genere di musica che tirasse un po’ su, è per questo che ho scritto questo tipo di canzoni, con un sound un po’ più rock, è ciò di cui il film sembrava aver bisogno. Quando ero in strada in Iraq, la gente mi diceva: “Non suonare canzoni che parlano di guerra, vogliamo sentire canzoni che ci facciano ballare, ridere, sorridere”; e così quando pensavo alla composizione del disco, ho deciso di scrivere canzoni che facessero ballare, ma non volevo usare delle drum machines, volevo dei musicisti veri, e Sly e Robbie fanno la mia musica da ballo preferita. Così è nato il disco.
Qual è stato il motivo che ti ha spinto a fondare un’etichetta indipendente? La possibilità di avere completa libertà di parola?
Sì, la libertà di parola, e inoltre credo che si riesca a fare molto di più
lavorando con persone motivate. Non è importante che l’etichetta sia
grande o piccola, è fondamentale avere persone che ci credono, e la
nostra condizione era davvero unica perché innanzitutto facevamo tutto da soli e poi presentavamo il lavoro all’etichetta, ed erano cose di
cui eravamo assolutamente entusiasti, ma non abbiamo mai firmato un
contratto per più di un progetto. Lo stesso è stato per il film, ho
fatto il film che avevo intenzione di fare, non volevo cambiare delle
cose che non sarebbero piaciute a qualcuno della produzione.
È completamente autoprodotto…
Sì, tutto il denaro che è venuto da fuori proviene dai nostri fans che
hanno fatto delle sottoscrizioni, hanno messo i soldi nel cappello…
Perché hai deciso di diventare un filmaker? Per vedere le cose direttamente? Hai aggiunto un mezzo alla tua espressione…
Ho sempre girato dei brevi filmati con una piccola videocamera, poi li
montavo, è una cosa che faccio quasi ogni giorno; giro qualcosa, poi ci
metto la musica. È un specie di gioco. Quando sono andato in Iraq non
avevo ancora l’idea precisa di fare un film; pensavo di girare delle
immagini e poi mostrarle agli amici o metterne un po’ sul sito, ma una
volta che ero lì e ho visto quello che ho visto, mi sono reso conto che
delle immagini del genere in televisione non sarebbero mai apparse, e
ho sentito che era assolutamente necessario e importante mostrarle.
In effetti, in TV si vede solo ciò che qualcuno decide di far vedere….
È esattamente per questo motivo che ho deciso di andare.
Hai trovato ciò che ti aspettavi?
In un certo senso, sì, perché che la guerra è brutta, si sa; ma quando la
vedi davvero, ti accorgi che è molto peggio di quanto non potresti
immaginare. Il dolore che abbiamo provato dopo l’11 settembre a New
York, immaginalo moltiplicato per mille. Ogni volta che cade una bomba la gente muore. Ogni volta che cade una bomba devono ricostruire, ma in un paese come l’Iraq non ci sono i soldi, e le cose vanno di male in peggio; a volte la gente non ha il tempo di fermarsi a soffrire e piangere i propri morti. È difficile da descrivere se non lo hai visto.
Ci sono delle immagini che ritornano. Tutti ricordano la foto della
bambina nuda in Vietnam che corre in strada gridando bruciata dal
napalm. Sono queste le cose che cambiano l’atteggiamento nei confronti della guerra, così ho pensato che la gente dovesse vedere direttamente che cos’è la guerra, con la speranza che questo iniziasse ad aprire la mente delle persone.
Ho trovato il film molto potente perché mostra la tragedia ma al tempo stesso contiene un grande messaggio di speranza, che è una cosa che si
ritrova in tutto il tuo lavoro…
Sì, è vero, penso che nessuno voglia credere che il mondo fa assolutamente schifo. E infatti non è così: il mondo è esattamente come lo percepiamo. Se pensiamo sempre che il mondo è un posto orrendo, possiamo anche stare seduti su questo bellissimo lago e metterci a litigare. Ma è necessario sforzarsi di dimostrare che i problemi si possono risolvere. (Le numerose zanzare sulla riva del lago iniziano a pungerlo ripetutamente) È l’ora in cui escono le zanzare!! Mi hanno raccontato una storia bellissima a proposito delle zanzare, la vuoi sentire?
Raccontamela!
È una favola che proviene da Bali, o dalla Thailandia, non ricordo
esattamente. Ci sono tutti gli animali riuniti perché hanno deciso di
eliminare gli esseri umani, dal momento che stanno distruggendo tutto.
Allora si preparano all’attacco, ma al momento decisivo, le zanzare
dicono: “Aspettate, noi amiamo gli esseri umani!”. Così, se non fosse stato per le zanzare, adesso saremmo tutti morti, ci hanno
salvati! Così le dobbiamo rispettare ed essergli grati!
È cambiato qualcosa dal tuo viaggio in Iraq? C’è stato un prima e un dopo?
Sì, prima di partire condannavo pesantemente l’esercito, condannavo i
soldati. Ma dopo esserci stato ho visto che nessuno di quelli che sono
chiamati a combattere è lì per combattere una guerra. Molti stavano in
ufficio per guadagnare del denaro. E penso anche che prima della guerra fosse possibile decidere di prendere una posizione, adesso non so più se è possibile scegliere un lato o l’altro, credo che sia invece
fondamentale creare la pace; non è il caso di schierarsi da una parte o
dall’altra, ma di trovare una soluzione che le tenga tutte in
considerazione. E nel caso dell’Iraq e della Palestina non credo sia
possibile dare a tutti quello che vogliono; in altre parti credo sia
possibile trovare una mediazione, ma innanzitutto deve esserci la
volontà di creare la pace, ma adesso non mi sembra di vederla.
Come è stata l’esperienza con l’esercito e con la popolazione locale? Sempre pacifica come si vede nel film?
No, perché non potevamo filmare tutto, ma molto spesso, soprattutto ai check-point in Palestina i soldati israeliani erano molto arrabbiati,
ostili, ci facevano aspettare un sacco di tempo…
Eravate laggiù completamente da soli, senza nessuna ONG che in qualche modo vi scortasse…
Sì, infatti, nessuna organizzazione, soltanto un gruppo di amici… E in
qualche modo è stato meglio così, li confondevamo! Ci chiedevano: “Cosa siete venuti a fare qui?” “Dovete essere dei pezzi grossi della CIA per andarvene in giro così”.
E funzionava anche quando andavamo a casa della gente, perché non sia aspettavano che volessi nulla da loro; sono abituati ad avere le
Nazioni Unite o qualche ONG che va da loro a chiedergli qualcosa. Io
gli chiedevo soltanto di raccontarmi la loro storia.
Avevi paura? Temevi di più i soldati o i terroristi?
Io ho paura tutte le volte che devo salire sul palco, ti puoi immaginare!
Avevo una paura tremenda che potesse succedere qualcosa. Avevo paura di essere rapito o che l’esercito americano non volesse che filmassi e potevano far sparire tutto. Il solo momento in cui mi sentivo al sicuro era quando suonavo, così non smettevo mai…
Come è stato accolto il film in America?
Ha avuto un successo enorme che nessuno di noi si aspettava. E aumenta sempre di più grazie al passaparola. Si diffonde attraverso internet, le piccole proiezioni, e cresce, cresce… Il motivo del successo credo che sia dovuto al fatto che la gente abbia le idee confuse rispetto
alla guerra e il film in qualche modo li aiuta a schiarirsele.
Cosa diresti al tuo presidente?
Non credo che reagirebbe in nessun modo se lo mandassi all’inferno, se gli gridassi qualcosa in faccia. Credo che ci sia una maniera migliore di
affrontare le persone. Credo che lo inviterei a cena a casa mia, lui e
tutti i suoi ministri, gli offrirei un bicchiere di vino, lo inviterei
a sedersi e a fare quattro chiacchiere, e a un certo punto gli direi di
ordinare all’aviazione di bombardare il quartiere, solo per fargli
capire che cosa significa per le famiglie vivere aspettandosi che da un
momento all’altro piovano le bombe.
A cosa stai lavorando adesso?
Adesso sto scrivendo un libro per bambini. Stamattina guardavo questo lago, pensavo alla mia ferita nel piede e mi è venuta in mente una storia. Ci sono due bambini sulla riva di un lago che stanno bevendo un succo di frutta; a un certo punto, uno dei due sta per gettare la bottiglia nel
lago, ma l’altro lo ferma e gli dice che così disturbi i pesci, le
rane, che così inquina il lago e che deve buttarla da un’altra parte.
Così pensa di gettarla dietro alla collina, ma l’altro lo ferma di
nuovo dicendo che sulla collina c’è la foresta dove vivono un sacco di
animali, gli orsi, le fate. Pensa allora di gettarla in strada, tanto
sicuramente qualcuno pulirà. L’altro gli dice di no, perché può
rompersi e qualcuno può farsi male mettendoci un piede sopra (ride…)e alla fine decidono di gettarla nel cassonetto differenziato dove sarà
presa e riciclata, per diventare di nuovo un’altra bottiglia di succo
di frutta… “Ma allora cosa faremo con quest’altra bottiglia?” Alla fine decidono di metterci un fiore… Ed è un rap. E voglio anche fare le illustrazioni.
Puoi dirci perché cammini scalzo? Ci sono diverse versioni…
Sì ogni giorno una versione diversa… Non lo faccio per protesta, per
offendere qualcuno o affermare qualcosa. Lo faccio solo perché sto
comodo. Ma uno dei vantaggi è che camminando più vicino alla terra devo stare attento a dove metto i piedi, senti tutto, senti la terra; credo
che anche uno dei motivi sia che nel mondo è pieno di persone che
fabbricano le scarpe ma non le indossano mai perché non possono
permettersele. E dobbiamo essere consapevoli della provenienza di tutte le cose, di come influenzano le persone e il pianeta. È un modo di
dire: “Fa’ attenzione!” … o ti fai male!!! (ride).
