Canzoni al confine dell’anima

Songs: Ohia è il moniker dietro il quale si cela Jason Molina, un tranquillo ragazzo americano cresciuto tra Lorain, una piccola e grigia cittadina industriale dell’Ohio  e la Virginia Occidentale. Jason non si definisce un cantautore, preferisce rappresentarsi come l’anima immutabile di una creatura in continua trasformazione: «Non mi sono mai considerato un cantautore nel senso tradizionale. Sono solo un componente di una band, anche se i suoi elementi cambiano sempre. Paul Simon è quel che si può definire un cantautore». La sua esperienza artistica inizia in quel di Lorain, certamente non il posto in cui ogni ventenne vorrebbe trascorrere la propria adolescenza e giovinezza, e che segnerà inevitabilmente il suo modo di fare musica e il mood delle sue canzoni. Molina trascorre il tempo libero ascoltando hard rock (i Black Sabbath sono tra i suoi gruppi preferiti), i dischi jazz, blues e bluegrass dei genitori e suonando in alcune band heavy metal locali. Una delle cassette registrate da solo, in casa e con mezzi di fortuna finisce, grazie a degli amici, tra le mani di Will Oldham che resta piacevolmente sorpreso dalla sua vena artistica e lo chiama a incidere un singolo per la propria etichetta.

E’ il 1996 e il 7” “Nor Cease Thou Never Now” viene pubblicato per la Palace Records, e non è nemmeno un caso: considerando che la sua voce e l’essenzialità della sua musica, così scarna, priva di orpelli e arrangiamenti elaborati vengono subito accostate dalla critica al cantato alto e noncurante di Oldham, a tal punto da infastidire lo stesso Molina che rivendica in molte interviste la spontaneità del suo modo di cantare e della sua scrittura. Forse è per questo che il cantautore abbandona la Palace per passare alla sua etichetta storica. Inizia infatti nello stesso 1996 con il 7” “One Pronunciation of Glory” il rapporto con la Secretly Canadian, etichetta alla quale Jason continua tuttora ad essere fedele. Un altro nome illustre che compare nelle recensioni dei primi lavori di Songs:Ohia è quello di Neil Young e in effetti il rock elettrico e scarnificato, contaminato con la tradizione folk-country americana di Molina non può non ricordare a tratti il poliedrico artista che ci ha regalato capolavori del calibro di “Everybody Know this is Nowhere”, “After the Goldrush” e “On the Beach”. Il primo album omonimo pubblicato per la Secretly Canadian nel 1997 ripercorre il canovaccio dell’alt-country regalandoci ballate dal sapore antico, dove il sentimentalismo del miglior indie rock si sposa con il profumo del country e con testi che ci parlano di un’America lontana, perduta nella polvere del tempo e degli spazi desola(n)ti del West.

«Close to the citadel, she raises her lantern / close to the citadel, she raises her laquered hooves / the long road division, for lack of another route / and theese then were all too good advantage lost / and I grow suspect as soon as your friendliness rises / cause one man alone stands a chance / but not a second chance» [Citadel (tenskwatawa), da “Songs:Ohia”].

Filone dal quale Molina si discosta ben presto per passare a una canzone più intimistica e attuale, che trae ispirazione dalla quotidianità di una (fin troppo) tranquilla cittadina della provincia americana, quale è Lorain. Già dal secondo disco, “Impala”, appare evidente la capacità del songwriterdi saper variare registro, spaziando tra stili e linguaggi musicali differenti che custodiscono tuttavia un medesimo approccio di fondo alla materia musicale, che sostanzialmente è quello di un punk rockerche si accosta alla tradizione della canzone americana, e conservano inttatte suggestione e impatto emozionale.

«Tonight I am gambling with my sentiment / tonight I am gambling with my repentance / deny I am losing in a crowded room / to a gambler in a crown of thorns / tonight I am down to my soul» [Gambling Song (An ace unable to change), da “Impala”]

A riprova di una genuina attitudine punkv’è la predilizione per un suono essenziale, quasi minimale diremmo, e la scarsa simpatia di Molina per i produttori in genere: «Quello di cui mi servo sono ingegneri, non produttori [.] dal mio punto di vista un ingegnere è qualcuno a cui dico: “questa è la mia idea di come dovrebbe suonare questo disco, con questo gruppo di musicisti. sei in grado di tradurre quello che ho in mente in qualcosa di fedele alla mia idea?” [.] un produttore è qualcuno che ha un’idea su come applicare la sua conoscenza, o mancanza di conoscenza (ride) sull’ingegneria del suono, a un progetto discografico».

Gli ascolti dei classici del country degli anni quaranta e cinquanta sono mirati all’assorbimento più che di uno stile, di un suono che è corale, registrato in presa diretta insieme all’intera band, sporco laddove l’imperfizione e la mancanza di sovraincisioni costituiscono l’essenza stessa di quel “calore” che i dischi di quell’epoca ci restituiscono. Il successivo “Axxess and Ace” ne è un esempio lampante in tal senso, con i suoi pezzi trascinanti dalla ritmica incalzante da una parte, e le sue ballate struggenti sulla natura ambigua dell’amore, dall’altra.

«There are gaps between the light and the dark roads we are on / no gaps between what’s right / and the need that we have [.] there is love and work and lovers work / and it took all of my strength / to ignore the need to stay / and it took all of my strength / to leave you either way» [Love and Work, da “Axxess and Ace”]

L’eclettismo e l’apertura mentale di Molina si traducono in collaborazioni audaci quanto improbabili come quella con gli scozesi Arab Strap, la cui malinconia metropolitana inonda le trame di “The Lioness”, trovando terreno fertile nel pessimismo di Songs:Ohia.

«And I wanted that heat so bad / I could taste the fire on your breath / and I wanted in your storm so bad / I could taste the ligthning on your breath [.] your hair is coxcomb red your eyes are viper black» [Coxcomb Red, da “The Lioness”]

E poi c’è quell’oggetto misterioso e oscuro nella discografia di Songs:Ohia che è “Ghost Tropic”, personale interpretazione di Molina del folk apocalittico, o post-folkcome direbbe qualcuno. Un’opera destrutturata e pregna di una marcata attitudine jazzy di fondo, «.e una dichiarazione d’intenti, come dire che gli ascoltatori non devono sapere cosa aspettarsi da un nuovo album di Songs:Ohia». D’altra parte un punto di contatto con la frangia più sperimentale ed europeadel cantautorato americano, il Tom Waits della trilogia “Rain Dogs” / “Sworfishtrombones” / “Frank’s Wild Years”.

«I once had all the words / I forgot all the words / held the blinding ligthning / beagn to burn away / we began to burn away»[Lightning risked it all, da “Ghost Tropic”]

Se si è tentati di etichettare facilmente Molina come un cantautore “depresso”, si deve però prendere in considerazione anche la parte più recente della già nutrita discografia di Songs:Ohia. In “Didn’t it rain”, e ancor più in “Magnolia Electric Co”, le coltri di malinconia tropicale si diradano lasciando intravedere un orizzonte gradatamente più roseo, pur conservando la poetica di Molina la stessa intatta verve e forza espressiva del passato. Il che ci consente di collocarlo a pieno diritto tra i nuovi classici della canzone americana, al fianco di autori come Will Oldham e Bill Callahan, spiriti per sensibilità affini al songwriter di Lorain.

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