Raffaella Carrà. Il rivoluzionario “Tuca Tuca” con Enzo Paolo Turchi e Alberto Sordi
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Nicola Rakdej
- 13 Luglio 2021
1971. Corrado e Raffaella Carrà sono per la seconda volta i conduttori di Canzonissima, trasmissione-simbolo dell’intrattenimento leggero del Programma Nazionale (RAI 1). Durante il corso della sesta puntata, al solito in onda nel prime time del sabato sera (la fascia oraria delle famiglie), la showgirl fa la storia della televisione italiana: per la prima volta canta il Tuca Tuca, brano il cui testo porta la firma dell’allora compagno Gianni Boncompagni (le musiche sono invece di Franco Pisano). Dopo essere uscita da una quinta dietro la grande orchestra, Carrà viene raggiunta dal suo ballerino “di fiducia”, Enzo Paolo Turchi, per eseguire l’iconica coreografia ideata dall’italo-americano Don Lurio. Il regista della puntata, Gino Landi, li inquadra per intero e solo in poche occasioni si avvicina per un primo piano della conduttrice. Il motivo, probabilmente, è non sottolineare il design “osé” dell’abito (l’ombelico scoperto). Il problema è che la carica sessuale del ballo, in accompagnamento a quel testo così esplicito («È tanto bello star con te/ E quando ti guardo, lo sai cosa voglio da te»), è impossibile da nascondere. All’improvviso Turchi viene sostituito da Alberto Sordi e Carrà si finge stupita (i programmi venivano sempre registrati per censurare quando necessario). L’intervento dell’attore romano “normalizza” il Tuca Tuca trasformandolo in un innocuo sketch buffo per cui ridere.

Nata in radio nel 1956 (La canzone della fortuna), approdata sul Programma Nazionale l’anno successivo (Voci e volti della fortuna, il nome definitivo è del 1958) e conclusa dopo diciotto edizioni nel 1975 (l’anno del colore, con il ritorno di Carrà come unica conduttrice), Canzonissima mescolava la tipica formula dello spettacolo di varietà (balletti, sketch, ospiti) con il fascino intramontabile del concorso canoro (il Festival di Sanremo era appuntamento fisso dal ‘55), che dipendeva dalla partecipazione “attiva” dei telespettatori: si compravano infatti le apposite schede di preferenza insieme alla lotteria nazionale, un’intuizione che avrebbe fatto scuola per gli anni a venire. L’obbiettivo della RAI era quello di realizzare uno spettacolo totale «costruito in grandi studi, con scenografie stupefacenti, vistosi corpi di ballo e modalità di linguaggio televisivo fino ad allora inusitate, con lunghe carrellate, campi lunghi o lunghissimi in grado di mostrare, in un sol colpo d’occhio, tutta la magnificenza dell’apparato spettacolare» (1). C’era il desiderio di seguire la grandiosità del teatro newyorkese di Broadway, desiderio che fu anche degli stessi programmi americani come l’Ed Sullivan Show; non a caso, ma in errore, decenni dopo David Letterman paragonerà Raffaella Carrà a Ed Sullivan e Johnny Carson (recentemente anche lo storico Aldo Grasso è caduto nella stessa trappola mettendola a confronto con Pippo Baudo e Mike Bongiorno). Il primo passo verso il nuovo modo di pensare all’intrattenimento fu Studio Uno (1961-66), la punta dell’immaginario in bianco e nero del Boom Economico (dal Da–da-un-pa delle gemelle Kessler e alle indimenticabili performance di Mina).

Ma torniamo all’inizio degli anni Settanta. La Rai è nel pieno del suo monopolio, è l’espressione più potente dell’industria culturale italiana ed è la fabbrica del consenso perfetta: la televisione a trazione Democrazia Cristiana era uno degli strumenti principali per regolare le abitudini del pubblico, «una struttura allineata alle necessità di un disegno più vasto di controllo della dimensione sociale del paese, con innegabili forti spinte ad accrescerne la fisionomia culturale, ma non al punto da mettere in crisi, snaturandone gli obiettivi, il progetto di fondo» (2). Canzonissima è ormai uno spettacolo super-collaudato che ha visto alternarsi alla sua conduzione buona parte dello star system (Mina, Sandra Mondaini, Raimondo Vianello, Baudo, Kessler…). In particolare, le due edizioni condotte da Corrado-Carrà ebbero talmente tanto successo che i due divennero subito una delle coppie più famose della televisione cosiddetta “classica”; Ornella Vanoni, quando partecipò nel 1970 con Una ragione in più e L’appuntamento, in un brevissimo sketch pre-esibizione paragonò i due padroni di casa a «un panino col salame» (facile capire chi era chi). A conferma del loro affiatamento e del conseguente affetto del pubblico, basti vedere alla terza stagione di Fantastico (1979-1998), altro varietà del Programma Nazionale considerato la naturale evoluzione anni Ottanta di Canzonissima.

Il Tuca Tuca più famoso è quello ballato con Alberto Sordi. In realtà nella stessa edizione di Canzonissima Raffaella Carrà lo aveva già eseguito e registrato per la terza puntata, ma solo con Turchi. Come ha raccontato più e più volte, anche nel suo ultimo car–talk-show di RAI 3 A Raccontar comincia tu (2019, nell’episodio dedicato a Fiorello), c’è stato subito un intervento dall’alto: «adoro il Tuca Tuca e ha una storia incredibile – ha dichiarato in un’intervista per il Corriere della Sera – Lo ballai con Enzo Paolo Turchi e fu considerato troppo trasgressivo così lo cancellarono dalla televisione. Ci fu anche un articolo dell’Osservatore Romano e così lo tolsero anche dalla classifica» (3). Il tutto avvenne nonostante nel “Paese Reale” la canzone stesse letteralmente sbancando: tre anni prima ci furono i tumulti delle proteste studentesche che rivoluzionarono il ruolo dei giovani nella società occidentale, con gli Stati Uniti di nuovo capofila, e spinsero con forza nel dibattito pubblico tematiche che fino ad allora erano tenute nascoste sotto il tappeto. Comunque lo scandalo non poteva essere nato per l’ombelico scoperto e i motivi sono due: anni prima (Studio Uno) fecero già scalpore le gambe delle gemelle Kessler che, inizialmente, «vennero opportunamente nascoste da pesanti calze di lana scura» (4), poi Raffaella Carrà aveva già mostrato l’addome per la coreografia di Ma che musica Maestro! nella sua prima edizione di Canzonissima.

Nella prima versione con Turchi, il regista Landi posizionò i due protagonisti leggermente in tre/quarti, così da sottolineare l’assenza di malizia nel tocco (ginocchia, fianchi, petto, fronte). La regia però era così essenziale, costretta a non “divagare col campo lungo” per colpa della semplicità (e intimità) della coreografia di Don Lurio, che tutta l’attenzione dello spettatore non poteva che essere rivolta ai movimenti provocatori del ballo (ricordiamo che il target primario della RAI era la famiglia). Ecco che allora, per riabilitarsi agli occhi dei vertici dell’azienda, Carrà decise di invitare a cena Sordi: «Fu lui a volerlo riportare in tv – continua nell’intervista per il Corriere – E a lui non potevano dire di no». Ma l’attore, pur con fare infantile, non si risparmiò nel toccare la conduttrice anche sul seno, e nessuno commentò in maniera negativa le sue azioni perché forte della sua posizione di potere (Turchi non era così famoso, Carrà era praticamente agli esordi). Con uno sguardo critico contemporaneo, si può pensare che il primo Tuca Tuca scandalizzò proprio perché era stata una donna a cantarlo; certo, anche nella seconda versione è Carrà la protagonista, ma sul finale viene “oscurata” dalla presenza ingombrante di Sordi («Ma come? Uno viene a Canzonissima e non Tuca Tuca Raffaella?»). Per capire la differenza basta fare un altro semplice esempio. Nell’ultima edizione di Canzonissima, quella condotta dalla sola showgirl (con la partecipazione di Mike Bongiorno), Topo Gigio/Peppino Mazzullo chiuse un episodio cantando Ma le gambe del Trio Lescano (1938). Nello sketch (infantile, “normalizzato”) il topolino è circondato dalle gambe con calze trasparenti di due ballerine dell’ensemble; molti sono gli sguardi ammiccanti, ovviamente spinti anche dal testo della canzone (siamo nei territori del cabaret, altra forma spettacolare depredata dal varietà).

Il Tuca Tuca ha lanciato la carriera multiforme di Raffaella Maria Roberta Pelloni, trasformandola nella Regina della televisione anni ’70 (e non solo, come si vedrà poi con i suoi lavori internazionali e il “breve” passaggio a Mediaset alla fine degli ‘80); a tal proposito è giusto ricordare un altro show del Programma Nazionale, Milleluci co-condotto nel 1974 con Mina, la quale poi si ritirerà a vita privata (un chiaro passaggio di testimone). Ma il Tuca Tuca ha lasciato anche un’impronta indelebile nell’immaginario collettivo italiano, in quanto simbolo di un’artista, una donna, che porta in tv la rivoluzione sessuale della «contro-cultura». È comico pensare che, involontariamente, la regia di Canzonissima trasformò il corpo della showgirl in un corpo politico nemico della morale democristiana (che, in qualche modo, già era stata minata dal rock’n’roll degli Urlatori del Boom come Mina, Adriano Celentano, Little Tony, Tony Dallara). Quella canzone rappresenta la volontà di una donna libera dagli stereotipi, che non ha bisogno di essere corteggiata perché può essere lei stessa corteggiatrice; un concetto semplicissimo ma così dirompente, implicitamente raccontato nel prime time del sabato sera e che farà parte di tutta la produzione musicale di Carrà degli anni successivi (gli album Felicità-tà-tà del 1974, Forte Forte Forte del ’76, Fiesta del ’77). «Raffaella Carrà ha letteralmente costruito per sé e per noi un immaginario che prima di lei semplicemente non esisteva – scrive Maria Cafagna su The Vision – E lo ha fatto forse per garantire a se stessa uno spazio di libertà artistica e personale, ma con la conseguenza di aver verbalizzato, incarnato e portato nelle case di milioni di persone la liberazione sessuale e l’autodeterminazione delle donne» (5).

Certo è che, da un punto di vista musicale, il brano risente sempre dell’influenza della tipica canzone italiana degli anni Sessanta (nonostante l’avvento del rock statunitense e del pop inglese), ma il seme della rivolta è stato sapientemente nascosto nel testo e nel ballo, portando così un’intera generazione al rispecchiamento. Inoltre il Tuca Tuca aprì alla stagione glam della spettacolarità italiana, e fu quello il momento in cui Raffaella Carrà diventò un’icona della comunità LGBT. Fu proprio lei, nel sopracitato Fantastico 3, la prima a portare sul piccolo schermo come ospite fisso l’amico Renato Zero, ma per quanto riguarda la fluidità di genere bisogna tornare a quel Milleluci, in particolare all’episodio con il grande Paolo Poli (indimenticabili le due conduttrici vestite da uomo che corteggiano l’attore fiorentino, al solito nei panni di una donna, in un siparietto da cabaret anni Trenta). Ovviamente la RAI non poteva permettersi di perdere il pubblico giovanile, quindi doveva appropriarsi del nuovo ma senza esagerare. Per esempio, degli anni Settanta non si può non citare il duo composto da Don Lurio e Lola Falana (un unicum) che rappresentava alla perfezione sia l’influenza americana [le coreografie che ammiccano a Bob Fosse, il funky afroamericano, testa-spalla baby one two three (6)] che l’estetica del tempo: «dagli anni Sessanta in poi essere giovani è essere membri di un gruppo sociale a parte, suddiviso in sottogruppi che hanno linguaggi, simboli, miti e abbigliamento propri e peculiari» (7). In un certo senso pure il caschetto biondo senza lacca di Carrà, continuamente in movimento grazie a balli pieni dei suoi famosi casquè (8), è da considerarsi un tratto distintivo dell’epoca; non a caso nel corso del decennio veniva spesso circondata da un ensemble composta di ballerini con pantaloni a zampa di elefante e capelli lunghi; a tal proposito fu importante la “scandalosa” prima versione italiana del musical Hair (1970), che aveva tra i protagonisti Renato Zero, Loredana Bertè e Teo Teocoli.

La carriera di Raffaella Carrà ha attraverso la storia della televisione italiana, ne è stata parte integrante ma mai in maniera passiva. È impossibile condensarla in un solo articolo perchè tantissimi sono gli esempi che si possono fare per descrivere una vita dedita all’intrattenimento e all’accrescimento culturale di questo paese (di recente abbiamo ricordato, tra le numerose polemiche scatenate dai suoi programmi, il Festival di Sanremo del 2001). In conclusione a questo excursus sull’importanza socio-culturale del Tuca Tuca, compiendo un salto vertiginoso nei decenni (col rischio calcolato di approssimazione), ci si potrebbe chiedere quali siano oggi le personalità capaci di portare a una rivoluzione simile o di arginare i danni di una regia televisiva corrotta fino al midollo dal male gaze. Anche in questo caso si aprirebbe un quantitativo enorme di parentesi, alcune delle quali caratterizzate dalle numerose contraddizioni di Maria De Filippi, ma per rispondere al quesito bisogna innanzitutto tenere conto di tre fattori: l’ipersessualizzazione del corpo femminile ad opera della televisione berlusconiana anni Novanta (e poi nei Duemila in generale), la vittoria schiacciante delle piattaforme social e dello streaming e l’esplosione del movimenti femministi intersezionali. Una volta descritto una buona parte del panorama mediale contemporaneo, è utile quindi capire che l’assenza di rappresentazione porta necessariamente all’invisibilità o quantomeno ai soliti meccanismi di marginalizzazione. Come sempre, basta contare (9): qual è il numero delle donne presenti nei vari programmi di qualsiasi palinsesto? Quello delle persone appartenenti alla comunità LGBTQAI+? Quanti corpi cosiddetti non-conformi hanno ruoli di rilievo in televisione? E per quanto riguarda le minoranze etniche? Da chi viene solitamente gestito il dibattito pubblico? Forse, ancora una volta, si può rivelare utile guardare oltreoceano (ma anche al resto dell’Europa) e imparare da una rapper come Lizzo, che ha fatto della sua fisicità un manifesto. Ma sono tantissime le artiste americane che hanno trasformato i processi di ipersessualizzazione in atti liberatori contro il controllo dello sguardo maschile (etero, cisgender). Esattamente come una giovanissima Raffaella Carrà che da quel Tuca Tuca in poi non ha mai smesso di diffondere un’idea di società più giusta, libera, inclusiva, egualitaria… e decisamente più divertente.

1. F. MONTELEONE, Storia della radio e della televisione italiana, Marsilio, Venezia, 1992
2. Ibidem
3. M. VOLPE, Raffaella Carrà: «Ho avuto fortuna con gli uomini. Io, icona gay, ai miei nipoti faccio da padre», Il Corriere della Sera, 28 dicembre 2018.
4. A. GRASSO, Enciclopedia della televisione, Garzanti Editore, Milano, 2008
5. M. CAFAGNA, A far l’amore comincia tu. Raffaella Carrà e la dolce rivoluzione televisiva contro l’Italia bigotta, The Vision, 6 luglio 2021
6. Eseguito per la prima volta nella cornice del varietà del Programma Nazionale Hai Visto Mai? (1973), condotto da Gino Bramieri e la stessa Falana.
7. A. M. BANTI, L’età contemporanea. Dalla Grande guerra a oggi, Editori Laterza, Roma-Bari, 2009
8. A tal proposito si consiglia la visione di Ballet Carrà, performance del 1975 per la televisione spagnola (il programma era Señoras y Señores e e la coreografia, al solito, di Don Lurio).
9. C’è una letteratura sterminata sul tema. Un esempio: M. MURGIA, Stai Zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più, Einaudi, Torino, 2021
