Quella volta che George Michael e Morrissey parlarono dei Joy Division in tv
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Antonio Pancamo Puglia
- 20 Dicembre 2025
Immaginate un mondo in cui esistono ancora i programmi culturali in televisione, e che ce ne sia uno in cui, una volta alla settimana, due o tre personalità del mondo dello spettacolo sono chiamate a recensire un disco, un film e un libro. Non è fantascienza: è la BBC di quarant’anni fa.
Presentato da Robin Denselow, Eight Days A Week andò in onda sul canale 2 per due stagioni, dal 1983 al 1984 e oggi si può trovare in streaming sulle piattaforme online del network (a patto di avere un IP britannico, naturalmente); negli ultimi tempi, la puntata del 25 maggio 1984 è diventata molto popolare per due dei suoi ospiti, Morrissey e George Michael, e per le loro opinioni espresse sulla band oggetto di uno dei libri trattati, i Joy Division.
Se non fosse vero, non ci si crederebbe: una coppia di protagonisti assoluti di quegli anni, appartenenti a pianeti – se non galassie – distanti anni luce tra loro, che discutono, davanti alla stessa telecamera, sulla più importante band di culto della scena indipendente inglese, da cui entrambi provengono nonostante le apparenti – e ovvie – differenze.
Se il cantante dei Wham! – abbronzato, biondo, bellissimo- è in quel momento all’apice del dominio pop sulla nazione e oltre (Wake Me Up Before You Go-Go è in cima alle classifiche, e altrove nel programma racconta delle session appena compiute con Jerry Wexler, da cui verrà fuori una prima versione di Careless Whisper), quello degli Smiths – ben pallido e dotato di apparecchio acustico di ordinanza – si è già guadagnato un posto di tutto rispetto tanto nei media quanto nelle charts indipendenti (Heaven Knows I’m Miserable Now è appena uscito), incarnando un’autentica alternativa a tutto quello che l’altro ospite rappresenta. Due mondi lontanissimi. E giganteschi.
Come in ogni talk show che si rispetti non può mancare il terzo incomodo nella persona di Tony Blackburn, storico DJ radiofonico, figura chiave nella diffusione della Motown e del Northern Soul ma qui nel ruolo di proverbiale pesce fuor d’acqua. Tutto perfetto.
Tra i vari argomenti della puntata, il trio variamente assortito discute di Eden, il debutto degli Everything But The Girl (a tutti piacciono i singoli, meno l’album – ma la band incontra i loro favori), dell’imbarazzante film ‘80s Breakdance (su cui Blackburn si lascia scappare un’osservazione, oggi improponibile, sul fondoschiena dell’attrice protagonista – “gorgeous bum”) e di alcune ristampe della Atlantic Records (scusa per Michael per professare il suo amore per Aretha Franklin e per Moz di ribadire, snobisticamente, che ascolta solo pop music anni ‘60).
Al di là di queste curiosità, l’oggetto di discussione/recensione per noi più interessante è An Ideal For Living di Mark Johnson, raccolta di articoli e riflessioni sui Joy Division da poco pubblicato. Sono passati appena quattro anni dal suicidio di Ian Curtis, e sentire quale fosse la sua legacy all’epoca è per noi quantomeno affascinante, oltre che storicamente e sociologicamente interessante.
La domanda di partenza che il conduttore fa a Morrissey è semplice: perché i Joy Division hanno avuto tanto successo? Come apparve questo fenomeno agli occhi di un mancuniano?
Nel riconoscere che la band è unica nel panorama britannico, il leader degli Smiths non può fare a meno di osservare come l’esperienza dei Joy Division da parte del pubblico è inseparabile dalla morte di Curtis, che sembra essere l’unico fattore di discussione. In modo che potrebbe apparire controverso (e lo è), confessa però di non averli seguiti molto, di averli visti per caso qualche volta, ma di comprenderne adesso il fascino.
La parte più interessante della sua analisi però consiste nel riconoscere che, a suo avviso, i Joy Division (e i New Order: nel 1984 sono ancora considerati la stessa band) “non sono né cantanti né autori, ma simbolisti”, ovvero artisti capaci di riprodurre molto accuratamente lo spirito del loro tempo. Il vero problema però consiste nel fatto di avere ottenuto ciò attraverso un artificio: un’immagine di freddezza, di assenza di emozioni e cupezza che in realtà non è altro che qualcosa di interamente fittizio, un tentativo di apparire ciò che non si è. La definisce una cosa “triste”, non prima di piantare l’ultimo chiodo nella bara affermando di averli sempre trovati musicalmente poco interessanti.
Quanto al libro di Mark Johnson, reale oggetto di discussione, Moz aggiunge di averlo trovato confusionario e poco equilibrato: interessante quando scritto con stile diaristico, noioso quando mostra ostentazione; conclude nel dire che sosterrebbe sempre i Joy Division e i New Order, pur restando confuso, non prima di mostrare un sorriso beffardo (sorridiamo beffardi anche noi, a posteriori, pensando che Johnny Marr avrebbe fondato gli Electronic proprio con Bernard Sumner).
Blackburn, da parte sua, dall’alto del gap generazionale liquida la questione in modo tranchant: non gli interessa la musica dei Joy Division, l’immaginario fascistoide associato alla band lo respinge. Fine della storia.
Il momento più inatteso e per certi versi sorprendente arriva quando, infine, prende la parola George Michael. Anzitutto, notando la presenza di Paul Morley di NME tra i contributori del libro, ne approfitta per togliersi l’inevitabile sassolino e contrattaccare il suo storico detrattore, affermando sarcastico che soltanto con le sue idee e fissazioni si potrebbe riempire un volume molto più grosso di quello di cui si discute. In generale, trova il testo pretenzioso e ammette di non averlo nemmeno finito di leggere, confessando però – rullo di tamburi – di essere un grande fan dei Joy Division, in particolare di Closer e nello specifico del suo lato B, con tanto di name dropping di The Eternal e Twenty-four Hours. Pur adorandoli musicalmente, confessa però – anche lui – di non apprezzare la loro immagine pretenziosa, osservando infine che, a posteriori, la tragica fine di Curtis sembra quasi studiata a tavolino – engineered, dice testualmente.
Da quando la puntata ha iniziato a girare in rete, sorprende poco che sia diventata un piccolo cult, che ha fatto e farà ancora discutere. È l’esempio perfetto di come una semplice notizia nel feed, o qualsiasi altro pezzo di media (come un filmato di quarant’anni fa, magari da accompagnato da un testo più o meno intenzionalmente fazioso come un articolo su Far Out Magazine), possa colpire a fondo il nostro immaginario, ribaltando o confermando le nostre convinzioni e polarizzando le nostre opinioni.
Facile, no? George Michael è il buono: acuto, sensibile, la popstar illuminata con una curiosità musicale insospettata e i gusti cool proprio come i tuoi. Morrissey è, ovviamente, il cattivo, il villain risaputo che non fa altro che confermare la propria arroganza, rinforzando nei suoi hater le motivazioni che sorreggono il backlash terribile che lo ha investito negli ultimi quindici anni in modi e con conseguenze mai viste (anche se si potrebbe dire che fosse già così nel 1984, ed è così da sempre).
Ma le cose stanno davvero così? George Michael era davvero un alternativo, un genio incompreso? O è la sua morte ad aver cambiato la percezione che abbiamo oggi di lui? E, un attimo… non è lo stesso meccanismo che ha mitizzato Ian Curtis? E poi, siamo davvero sicuri che in quegli anni ’80 dominati dal pop e dal new soul, i confini con il recente passato post-punk fossero davvero così marcati e invalicabili? Era così strano che la musica dei Joy Division fosse popolare anche tra chi indossava spalline e lustrini (basti pensare al rapporto tra Bowie e i ragazzi del Blitz)? E, servisse una prova principe, nessuno ricorda la cover di Love Will Tear Us Apart contenuta in No Parlez di Paul Young (o basterebbe dire: nessuno ricorda Paul Young)?
E Morrissey, davvero “parlava male” dei Joy Division? O stava solo facendo ciò che ha sempre fatto e continua a fare: abbattere gli idoli (erigendone altri), demistificare, portare avanti una propria visione anche ponendosi da antagonista, per quanto sgradevole e provocatorio potesse sembrare? Magari il suo punto di vista da profondo conoscitore – e protagonista – della realtà di Manchester, nonché studioso e appassionato della materia pop, avrà anche delle basi solide? Ed è così difficile comprendere quanto irrimediabilmente distanti fossero Smiths e Joy Division, due poetiche e approcci totalmente agli antipodi – forse ancor più che Smiths e Wham? E quali erano le sue idee sulla Factory, e il suo rapporto con tutta quella scena?
Ne siamo consapevoli: farsi delle domande, cogliere le sfumature, comprendere i contesti e, in generale, esercitare il pensiero critico è una prassi – diremmo, un’arte – ormai in via di estinzione. A volte però basta partire dal posto giusto, come un vecchio filmato della BBC in cui, a prescindere dai protagonisti, dai temi e dalle opinioni espresse, il livello di analisi sulla cultura pop ha una profondità, un’intelligenza e un’ironia tali da non poterne trarre una lezione preziosissima, in questi tempi di instant reaction, faziosità e polarizzazione.
