Suggestioni avant pop
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Diego Ballani
- 29 Gennaio 2012
“Quello che ci univa era il fatto che entrambe amavamo gli echi e i riverberi dei dischi che ascoltavamo, come quelli che senti sugli album della Trojan o su quelli dei Suicide. Così abbiamo deciso di adottare le stesse sonorità“. Nelle parole di Jimmy Lee c’è parte della ricetta che rende il debutto dei Trailer Trash Tracys un calibrato marchingegno pop che porta all’assuefazione.
Manca ancora qualche elemento: i suggestivi twang surf, ad esempio, divenuti ormai il minimo comune denominatore di ogni produzione indipendente che flirti con le chitarre. Ci sono poi le torbide atmosfere badalamentiane, altra fissa del pop odierno. Sarà un caso, ma negli ultimi tempi quando si parla di bizzarrie musicali, affiora il nome di David Lynch.
Con i Trailer Trash Tracys, basta ascoltare le prime note di Wish You Were Red per avere la sensazione di essere giunti a Twin Peaks, col cadavere di Laura Palmer ancora caldo. “Io e Suzanne (Aztoria ndr.) ci siamo conosciuti suonando nella band di un amico”. I TTT (che stando alle dichiarazioni prendono il nome da un apparecchio creato reciclando vecchie Trabant) nascono perciò come nel 2007 come side project. Quando il gruppo principale si scioglie, arriva il momento di arruolare a bassist Adam Jaffrey e il batterista Dayo James.
Difficile parlare con loro di influenze: “Beatles, Abba, Blondie: ci piaccionio i classici. Nella storia del pop o del rock, la spina dorsale dei brani è sempre la melodia. Ci piaceva l’idea di spingerci sul versante meno sdolcinato del pop“. Così, nel 2009, arriva la torbida e sensuale Candy Girl. A seguire, un serrato ruolino di date spalla a White Lies, XX e Vaccines.
Per il primo album, bisogna attendere altri due anni, a causa di un perfezionismo ai limiti del maniacale. “Lo abbiamo registrato con un Tascam a 8 piste e riversato su Cubase. Volevamo il perfetto matrimonio fra il calore dell’analogico e l’asprezza del digitale“. A parte questo sembra il disco sia stato in gran parte riregistrato accordando gli strumenti in scala di solfeggio (che utilizza le frequenze degli antichi canti gregoriani).
Forse è per questo che Ester suona come un trattato di psichedelia polifonica. Un artefatto surf gaze con testi ispirati alle dottrine sufi, che cita Nico e Joe Meek. Un pop d’avanguardia colto ed elegante, che non cela le proprie ambizioni commerciali: “ci piace pensare che Britney Spears possa coverizzare le nostre canzoni e che queste continuino a brillare di luce propria“.
