Passeggiando nel fuoco. Intervista ai Kill The Vultures

Sono passati circa dieci anni da quando i Kill The Vultures, formazione in origine composta da sei elementi, fece il suo spiazzante debutto mescolando un hip hop dal flow sporco e aggressivo a musiche jazz e sonorità alternative. Il gruppo di Minneapolis, che torna questa settimana in Italia con un lungo tour (nella pagina artista tutte le date), nel corso di questi anni ha ridotto la line up a due elementi, il rapper Crescent Moon (Alexei Casselle) e il producer Anatomy (Stephen Lewis), si è preso una lunga pausa di sei anni e ha raccolto idee ed esperienze di vita da far confluire nel nuovo, urgente Carnelian. Sostituendo campionamenti a vere e proprie partiture e rievocando il livore della strada tra intermezzi riflessivi sul passaggio tra la vita e la morte, i due hanno puntigliosamente dato vita al loro lavoro più compiuto e rifinito.

Carnelian, stampato in Italia anche in vinile da Tannen Records, arriva a ben sei anni di distanza da Ecce Beast. Com’è nato questo disco? Cos’è successo nel lungo periodo che ha diviso questo lavoro dal precedente?

Crescent Moon: Dopo Ecce Beast ci siamo fermati con la musica e ci siamo concentrati sui nostri interessi individuali. Anatomy ha iniziato a studiare chitarra classica/flamenco e a restaurare macchine d’epoca americane, mentre io ho cominciato la mia carriera di insegnante in Letteratura. Abbiamo iniziato a lavorare di nuovo sulle canzoni quando abbiamo avuto alcune idee su una direzione nuova, un corpo nuovo da dare al nostro lavoro. Personalmente mi sono anche dedicato ad alcune esperienze personali che mi hanno cambiato la vita, alcune delle quali sono finite nella scrittura di Carnelian.

In Carnelian, come anche negli altri dischi che avete fatto uscire, convivono due anime molto diverse: da un lato un sopraffino palato alternative che cerca sempre suoni molto eleganti, dall’altro un approccio molto grezzo che sembra quasi voler ricostruire il clima e la tensione che si percepisce in strada. Quanto è difficile riuscire a far convivere queste due facce della stessa medaglia?

Anatomy: L’anima primaria e la forza della nostra musica è la strada. Credo che sia sempre molto interessante utilizzare elementi sofisticati come materia prima al servizio della strada. Per me, usare il violoncello, il flauto, gli ottoni nella nostra musica è un po’ come per i drogati utilizzare le cattedrali come squat. Mi diverte il contrasto e la decadenza di questa commistione.

A partire dalla scelta del titolo dell’album, ma anche in brani come The River, in questo lavoro ricorre forte l’idea di passaggio, di transizione tra la vita e la morte. È un modo per allineare anche il mood del disco a quell’idea di far convivere due cose molto diverse?

Crescent Moon: Il tema della morte, il passaggio ad un’altra dimensione, l’aldilà, in cerca di vendetta, di redenzione, sono tutti argomenti che arrivano dalle mie esperienze durante la lavorazione di questo disco. Musicalmente Carnelian suona molto epico e cerimoniale con elementi drammatici. Il successo di questo disco per me sta in quello che le parole e la musica diventano insieme, inseparabilmente: entrambe lavorano in concerto per trasmettere una storia epica come può essere una passeggiata nel fuoco.

Avete scelto di sostituire suoni jazz pescati da cataloghi a vere e proprie partiture appositamente suonate. Volevate cercare di dare al disco un suono più naturale, reale?

Anatomy: La ragione principale è data dall’avere maggiore flessibilità e scelta con gli arrangiamenti, le texture e le frequenze. I confini dei suoni campionati risentivano di molti limiti. Volevo scrivere un disco esattamente come era nella mia mente, invece di cercare qualcosa che gli si avvicinasse molto.

Il flow del disco mi pare scorrere in maniera meno frenetica rispetto al passato. Ascoltandolo, ho avuto l’impressione che abbiate cercato di curare al massimo ogni dettaglio, ragionando tantissimo su ogni singolo momento. Da un punto di vista produttivo è stato il disco più faticoso da realizzare?

Anatomy: Il cuore della musica e delle voci è stato scritto in un intenso flusso febbrile, ma poi abbiamo speso molto tempo a scolpire meticolosamente il materiale fino a farlo diventare il prodotto finale. È stato difficile per noi, in quanto avevamo bisogno di ottenere un risultato molto particolare, senza perdere però la scintilla originaria dell’inspirazione.

In questo lavoro non ci sono mai momenti morti e si avverte nettamente che dietro ad ogni brano c’è un lavoro di rifinitura molto elaborato. È rimasto fuori del materiale?

Crescent Moon: Sì, ci sono alcune canzoni che non sono finite nel disco. Alcune di queste sono morte giovani, perché non avevamo impulsi che ci spingessero a svilupparle ulteriormente; altre erano migliori, ma alla fine non appartenevano a questo disco perché non le ritenevamo vitali nel racconto di questa storia.

Cosa ne pensate della scena hip hop che in questi anni sembra sempre più interessata ad uscire dal suo quartiere, a mischiarsi con cose nuove e molto diverse provando ad arrivare anche a pubblici più ampi?

Crescent Moon: Credo che in tutte le forme di espressione umana ci sia una naturale evoluzione e l’hip hop non fa eccezione. Spesso ci si dimentica che questo è un genere relativamente giovane, è cresciuto velocemente ed è diventato molto rilevante come forma d’arte in un lasso di tempo molto breve. Sono curioso di vedere cosa i giovani andranno ad esplorare in futuro.

Quali sono gli ascolti che vi hanno accompagnato nella produzione di questo disco?

Anatomy: Quando stavamo lavorando al disco ho ascoltato molta musica atonale. Mi sono goduto cose molto minimali, musica astratta che esplorava le possibilità sonore di uno o due strumenti alla volta. Non ero interessato ad ascoltare i diversi strati o gli arrangiamenti. Per usare una metafora gastronomica, volevo gustarmi bene ogni singolo ingrediente invece che un piatto intero.

Nei testi permane questo approccio molto diretto, face-to-face, verso il cuore del problema. E di problemi nel disco ce ne sono tanti: cosa vi fa arrabbiare e cosa vi preoccupa di più dell’America che Obama sta per lasciare?

Crescent Moon: Ritengo Obama uno dei migliori presidenti che abbiamo avuto in America da tanto tempo a questa parte, ma non associo il benessere degli americani o le questioni che hanno a che fare con il paese direttamente con l’attuale capo di stato. Tante volte le politiche hanno bisogno di tempo per fare effetto, nel frattempo le persone vivono le loro vite di tutti i giorni a prescindere dalla politica. Credo che molti dei problemi che gli americani sono costretti ad affrontare abbiano a che fare con l’oggi. Problemi che ricorrono da secoli, da quando gli africani sono stati portati nel Nuovo Mondo in catene, contro la loro volontà e sistematicamente disumanizzati. Le persone sostengono che sia stato molto tempo fa, e la cura dovrebbe essere già stata applicata, ma cosa abbiamo fatto come nazione per guarire un crimine così terribile? Per noi è sempre difficile discutere questioni di disuguaglianza e disparità sulla base di status socio-economico e colore della pelle, quindi non è una sorpresa se le stesse ferite non saranno rimarginate e non guariranno fino a quando non saremo in grado di voltare pagina e fare i conti con il nostro passato.

Tornerete a breve a suonare in Italia, che legame avete con questo paese?

Anatomy: Tante persone in Italia ci supportano dal nostro primo disco, sebbene questo fosse stato accolto in modo piuttosto controverso in America. Come accade per tutta la musica sperimentale, incontrammo tanta opposizione, ma il supporto che ricevemmo in Italia ci diede un sacco di entusiasmo. Le persone in America e in altri paesi sono state più positive e aperte sui nostri album successivi, ma saremo sempre innamorati dell’Italia per essere stato il primo posto che ha abbracciato la nostra musica.

SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare