Non si può barare in musica. Intervista agli A Toys Orchestra
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Edoardo Bridda
- 12 Agosto 2024
Dopo una lunga pausa, gli A Toys Orchestra tornano con Midnight Again (recensione di Carmine Vitale) un album che riflette un profondo viaggio emotivo e musicale, omaggiando i grandi del rock e mantenendo viva l’onestà creativa e una cifra stilistica consolidata in oltre 25 anni di carriera.
Nonostante le sfide e le difficoltà, la band continua a evolversi senza mai perdere la propria identità. Ce lo siamo fatti raccontare dal leader Enzo Moretto in occasione del live del 14 agosto, all’interno di Rock Your Head 2024, che ci svela le storie e le influenze dietro il loro nuovo lavoro.
Midnight Again segna una probabile chiusura di una trilogia iniziata con Midnight Talks e proseguita con Midnight (R)evolution. Quali sono le tematiche principali che avete esplorato in questo nuovo album e come pensate che completino il percorso iniziato con i lavori precedenti?
L’idea della trilogia è nata quasi per caso, non era programmata a monte. Sembrava però calzasse a pennello creare un ponte con il nostro passato dopo tanti anni di stop, un rimando iconico senza un vero nesso filologico di concetto legato agli altri due Midnight. Questo disco viene dopo un periodo per me difficile sia umanamente che professionalmente, ma a un certo punto mi è suonata una sveglia. Era di nuovo mezzanotte
A livello di sonorità e influenze i capitoli della trilogia sono piuttosto vari. In Midnight Again vi è un ritorno ad un impianto squisitamente rock, ed è un rock di frontiera, da roots americane. Un mix di musica rigorosamente suonata, fatta di sudore e spiritualità, qualcosa che si posiziona agli antipodi rispetto alle musiche che imperversano nelle playlist delle piattaforme digitali
È l’unico modo in cui sappiamo farlo, ed è l’unico in cui vogliamo farlo. Non rifiuto la tecnologia a prescindere ma trovo sia necessaria una certa onestà quando la si utilizza. Deve essere uno strumento, non un rimpiazzo. Non si può barare in musica, o meglio non si dovrebbe, ma a quanto pare l’andazzo è quello, e le persone si stanno abituando, come la rana nella pentola che bolle.
Parliamo di artisti e band che amate. Our Souls ha tutto l’aspetto di un personale omaggio a Mark Lanegan. Cosa ha rappresentato per te/voi la sua carriera dagli Screaming Trees in avanti? Anche Hero sembra averci una connessione speciale, ed è quella con Roger Waters, lo si nota sia nel declamato, sia nella gestione dello spazio sonoro. Poi c’è Life Starts Tomorrow che sembra continuare la saga dei Suburbs degli Arcade Fire
Mark Lanegan è uno degli artisti che più ho apprezzato nella mia vita. La sua è stata una parabola in crescendo più unica che rara. Una sorta di re Mida… perderlo è stato un terribile colpo, la musica ha perso uno dei suoi esponenti più autentici e affascinanti. Quell’uomo non mentiva mai quando cantava, era un messaggero di bellezza brutale, estraeva un luce accecante dal buio più profondo.
Su Waters e i Pink Floyd credo non ci sia bisogno di aggiungere molto. In generale gli ascolti finiscono per essere metabolizzati e ritrasformati, è fisiologico, l’importante è non scadere mai nel plagio, sarebbe un autogol
Cosa dobbiamo aspettarci dal live in supporto alla nuova prova? Nuovi arrangiamenti o una riproposizione fedele del disco? A proposito come sono nate le canzoni dell’ultimo album e in generale come nasce e si sviluppa un vostro pezzo? Prima le parole e poi la musica o il contrario? Archi e fiati sono nati come parte integrante del progetto o sono stati aggiunti in un secondo momento?
Le canzoni nascono nell’intimo della mia stanza, spesso al pianoforte. Nascono sempre senza preavviso, arrivano da sole a un certo punto. Le parole però vengono sempre dopo, talvolta degli stralci di testo possono avvenire anche in contemporanea. Quando ho poi la forma bozza di una canzone la lavoro con gli altri della band in sala prove. Succede poi di immaginare anche oltre quello che possiamo fare da noi così come è accaduto per i fiati e gli archi e anche per il coro black.
In studio lasciamo che le cose accadano anche in tempo reale, senza mettere troppi limiti. Un pensiero estemporaneo può sovvertire idee programmate mesi prima e apre scenari che non avevi considerato, e talvolta succede qualcosa di magico. Il live è infine la fase più goduriosa, non mi interessa però suonare le canzoni come sono sui dischi, quello che conta è preservane lo spirito. Il live è un rito sciamanico, una trasposizione delle vibrazioni attraverso i corpi, limitarsi ad una mera esecuzione scolastica sarebbe un peccato imperdonabile.
In una carriera ormai venticinquennale, come vedete retrospettivamente l’evoluzione del vostro percorso musicale e quali sono le sfide più grandi che avete affrontato e superato lungo la vostra carriera?
Tutti questi anni sono già una sfida incredibile. Siamo una band che viene da una piccola provincia del Sud, per giunta che canta in inglese in un paese non anglofono. Veniamo inoltre tutti da famiglie modeste, proletarie, abbiamo fatto sacrifici enormi, soprattutto agli inizi. Le difficoltà sono state tante, ma è evidentemente non hanno avuto la meglio.
