In dialogo con Nick Drake. Intervista a Roberto Angelini e Rodrigo D’Erasmo
-
Tommaso Iannini
- 1 Marzo 2022
Quello tra Roberto Angelini, Rodrigo D’Erasmo e la musica di Nick Drake è un dialogo aperto che dura ormai da diversi anni. Innamorati della musica del cantautore inglese, gli avevano dedicato già un disco, Pong Moon. Sognando Nick Drake, uscito nel 2005, e hanno continuato a suonare i suoi brani dal vivo e coinvolgere il pubblico e i colleghi musicisti in un viaggio di ricerca che li ha portati sulle orme dell’amato cantautore fino al suo paese Natale, Tanworth-in-Arden.
Un viaggio – musicale, e anche fisico – che è soggetto del documentario trasmesso da Sky Arte, Songs in a Conversation, tuttora disponibile in streaming, di cui il disco – uscito in coincidenza con il cinquantenario di Pink Moon, ultimo capolavoro di Drake – porta lo stesso titolo, non a caso. Film e LP sono infatti legati a doppio filo essendo l’album il documento acustico di quell’esperienza che nel girato di Giorgio Testi era riassunta in immagini. In Songs in a Conversation si possono trovare due brani, Pink Moon e Know, registrati dal duo in Inghilterra con lo storico ingegnere del suono di Nick Drake, John Wood, altre canzoni reinterpretate in studio con una fidata band e un lato B tutto dedicato alle collaborazioni con amici musicisti – Piers Faccini, Appino, Adele Nigro (Any Other), Manuel Agnelli, Niccolò Fabi – accomunati dalla stessa passione per il fragile, introverso ma tutt’altro che triste autore di tre dischi straordinari come Five Leaves Left, Bryter Layter e appunto Pink Moon (il rimando è alle recensioni di tutti e tre i classici firmate dal nostro Stefano Solventi).
Da autentici innamorati della musica di Drake prima che suoi interpreti, Rodrigo e Roberto trattano gli originali con «delicatezza e totale rispetto», e anche tanto studio e rigore: una dedizione genuina, bella da ascoltare sia quando esce dalle loro corde, sia quando traspare limpida dalle parole dette nella nostra chiacchierata telefonica, in cui ci raccontano della loro ammirazione sconfinata per un grande artista e della voglia di comunicare quella stessa passione al pubblico che li segue.
Songs in a Conversation è il secondo disco che dedicate a Nick Drake, ma è soprattutto la continuazione di un progetto che portate avanti da anni. Mi piacerebbe che ci raccontaste com’è nata e cosa c’è nel cuore di questa vostra avventura.
RA (Roberto Angelini) – Questo mio e di Rodrigo è un progetto che nasce ormai quasi vent’anni fa. Noi due ci siamo conosciuti a un pranzo parlando proprio di Nick Drake, quando eravamo un po’ più piccolini, ed è partita questa voglia, anche un po’ folle se vuoi, di studiarci quei brani e di provare a suonarli insieme. A me piaceva studiare le accordature e il modo di suonare la chitarra di Nick Drake, e Rodrigo da parte sua stava in fissa col suonare il violino sopra il disco di Pink Moon, in cui c’erano solo chitarra e voce, immaginandosi delle linee di archi che non c’erano… Da lì è partito questo nostro viaggio, ed è così che per amore di Nick Drake ci siamo ritrovati a fare qualcosa che non ci saremmo mai aspettati di fare. Sono successe tante cose in questi vent’anni, ma nei nostri viaggi singoli come musicisti ci siamo sempre rincontrati, così abbiamo pensato di portare in giro queste canzoni meravigliose con uno spirito divulgativo: il nostro obiettivo principale, oltre a divertirci suonando le canzoni di un artista che amiamo, era di far conoscere la musica di Nick Drake a chi non la conosceva, e far vivere magari a qualcuno che ama e che ha amato Drake l’emozione di sentire le sue canzoni suonate dal vivo – anche perché, come sappiamo, lui è un artista un po’ “assurdo” nella storia della musica, di immagini di lui che suona ne esistono pochissime proprio perché in realtà ha suonato poco dal vivo, dopo alcune aperture di concerti ha smesso praticamente di esibirsi. Sempre in questa nostra “follia”, siamo arrivati anche a fare un documentario chiamato sempre Songs in a Conversation e trasmesso da Sky Arte, e abbiamo pensato, per i cinquant’anni dall’uscita di Pink Moon, di fare uscire un disco con il materiale raccolto negli anni – un paio di canzoni registrate con John Wood, che è stato il fonico di Nick Drake, e le collaborazioni con amici artisti come Niccolo Fabi, Manuel Agnelli, Piers Faccini e gli altri – sempre con lo stesso spirito divulgativo di cui ti dicevo prima.
Oltre alla passione che avete per Nick Drake, si intuiscono tutto lo studio e la ricerca che ci sono dietro a questo progetto. Anche il viaggio che avete fatto sulle sue tracce in Inghilterra e di cui si vedono le immagini nel documentario racconta quanta dedizione e quanta cura e rispetto abbiate avuto nell’interpretare la musica di un autore che amate così tanto…
RA – Per noi è stata un’inaspettata fortuna: molti appassionati di Nick Drake negli anni fanno questo viaggio nei suoi luoghi come una specie di pellegrinaggio. Noi abbiamo avuto appunto la fortuna di poter lavorare al documentario, che prevedeva la possibilità di suonare le canzoni di Drake insieme a degli ospiti nelle splendide ambientazioni delle campagne, nella natura – nella natura vicino a Milano che raccontava l’infanzia di Manuel Agnelli, nella campagna romana di Niccolo Fabì, fino ad arrivare alla campagna e alla natura campagna di Nick. In questo viaggio che abbiamo avuto la possibilità di fare è entrato anche questo jolly pazzesco di avere incontrato John Wood, di avere passato un paio di giornate con lui, avere avuto dei racconti diretti del grande Nick e provato la gioia di lavorare con John, che ti mette il microfono davanti alla chitarra: si è trattato per noi di un vero transfert emozionale, se pensi a come eravamo partiti, al fatto che siamo innamorati di Nick Drake e trattiamo la sua musica sempre con delicatezza e totale rispetto. Il nostro obiettivo, quando suoniamo, è sempre quello, di far tornare le persone a casa ad ascoltare i meravigliosi dischi di Nick Drake; non vogliamo sostituire né aggiungere nulla a quest’opera che è già preziosa di suo. Questo è…

In questo avvicinarvi anche fisicamente a Drake avete fatto qualche scoperta sulla sua storia o siete venuti a conoscenza di particolari che non conoscevate e che vi hanno sorpreso?
RA – Una decina di anni fa mi è capitato di suonare insieme a Robert Kirby, che era il suo “amichetto” arrangiatore di archi, poi sono stato chiamato da Joe Boyd, il suo produttore e manager, per partecipare a un tributo, e poi abbiamo conosciuto anche John Wood che era il suo fonico: tutti e tre i grandi personaggi che giravano intorno a Nick Drake mi hanno fatto capire, parlandoci, che alla fine questo ragazzone inglese, con tutta quella sua malinconia e quella voglia di stimolare l’animo umano nelle sue canzoni, non era affatto un ragazzo triste o un predestinato per quella fine tragica. Spesso a lui si pensa così, ma quello che ho imparato dai racconti di chi gli è stato vicino è che Nick era un ragazzone assolutamente solare, simpatico, molto appassionato, tra l’altro di ottima famiglia e di ottima cultura. Si è ammalato di una depressione per cui siamo tutti a rischio: quella che deriva dall’incomprensione, dall’insuccesso. Quando tutte le persone che lavorano con te pensano che sei grande e destinato a fare grandissime cose ma questo non avviene, l’onda d’urto può avere una ricaduta depressiva che è quella di chi si sente incompreso. Su questo si potrebbe scrivere un’intera letteratura: rimane il fatto che era un ragazzone che ha scritto queste canzoni da quando aveva sedici a quando ha avuto ventisei anni, quindi da giovanissimo, lo ha fatto con questa malinconia perché era il suo modo di raccontare le cose, ma in realtà era una persona solare. Mi ha colpito molto questa cosa, che di tutte le persone che lo conoscevano nessuno lo ha mai dipinto come un “tristone”…
Per due appassionati e per musicisti come voi, dal punto di vista di ciascuno, quale è stata la sfida più grande nel misurarvi con il suo repertorio dal punto di vista dell’esecuzione e dell’arrangiamento.
RA – È tutta una sfida, enorme, e che continua ancora adesso: studiare Nick Drake per me è come studiare jazz, più impari e più sai di non sapere, pensi di avere imparato ad accompagnare un pezzo di Nick e poi ti senti l’originale e capisci che in realtà la strada è ancora lunga… Le sue parti chitarristiche innanzitutto sono super affascinanti; il suo è un modo di suonare la chitarra molto personale che unisce tante idee: le accordature, strane, per dare alla chitarra un suono diverso dallo standard, usare un capotasto per avere un range sonoro differente, un modo di arpeggiare che è davvero molto, molto particolare, un po’ classico e un po’ folk, ma anche pieno di ritmi e note nordafricane… A proposito, ringrazio sempre Chris Healey, un ragazzo – che adesso, penso, sarà un signore – che su Internet ha raccolto delle tablature che aiutano molto a capire come poter suonare le canzoni di Nick Drake, e le ha messe a disposizione anche di chi voleva suggerire modifiche [si trovano qui, NdSA]. Per quanto riguarda la voce, quando ero piccolo e avrei voluto cantare cose come i Guns ‘N Roses ma non avevo proprio il range vocale per imitare questi cantanti, mi sentivo frustrato proprio perché non avevo il registro vocale adatto per cantare le cose che mi piacevano. Ho provato casualmente a canticchiare una canzone di Nick Drake e mi sono accorto che il range vocale era molto simile al mio – intendiamoci, lungi da me avere quella profondità o quella grandezza vocale che aveva lui, non voglio dire questo. L’approccio vocale e quello chitarristico di Nick li associo molto al jazz, le linee melodiche di Nick Drake, se provi a cantarci dietro, sono sfuggenti, non poggiano mai dove pensi che si debbano posare, sembra quasi il fraseggio di un Chet Baker quando canta My Funny Valentine, mai uguale a se stesso, e questo è meraviglioso. Se vai a sentire le alternative takes di Nick Drake ti rendi conto che sono tutte diverse, il suo approccio era anche molto improvvisativo, e questa cosa mi ha sempre fatto impazzire, ecco. Nel mio piccolo cerco, chiaramente pur con tutte le distanze, di provare a riportare quella sensazione.

Restituire anche quell’intimità che si prova ascoltando la sua voce registrata, che si sente molto vicina, come se il suo respiro uscisse dai woofer e lui fosse proprio nella stanza in cui lo ascolti…
RA– Sai, da un lato questo della sua voce è il problema che non gli ha permesso di fare tanti concerti. La tecnologia per i live di fine anni ’60 e fino a fine anni ’70 era molto più spartana di quella di oggi, c’era una chitarra acustica che doveva essere sentita con un microfono e gli impianti erano molto più piccoli di quelli che ci sono adesso. Il concetto allora qual è… lui non è uno “strillone”, le sue sono melodie cantate con un soffio di voce, e siccome Nick canta molto vicino al microfono con questo “soffio”, la sensazione è di avere la voce lì, ma vale anche per la stessa chitarra, che è così delicata. Durante i concerti quando parliamo con il pubblico e cerchiamo di condividere il nostro viaggio nella sua musica, capita spesso di raccontare proprio questo aspetto, di come all’epoca le cose che funzionavano erano diametralmente opposte, un Bob Dylan suonava la chitarra che la sentivi anche nel quartiere accanto, quando cantava comunque cantava di voce. Non c’era solo la questione delle tematiche diverse, dell’introspezione naturalistica di Nick Drake rispetto a un canto politico che andava per la maggiore in quell’epoca: Nick Drake era fuori dal tempo anche per questo modo di suonare così delicato che faceva fatica a uscire fuori dal vivo.
A proposito invece delle influenze nordafricane sulla musica di Nick, mi viene in mente la scena del documentario in cui Piers Faccini suona quegli strumenti tradizionali così particolari…
RDE (Rodrigo D’Erasmo) – L’idea è partita proprio da Piers, che ci ha raccontato una storia molto interessante a cui non avevamo pensato: lui, facendo delle ricerche, ha scoperto che Nick Drake ha fatto un viaggio in Maghreb, in Marocco, perché gli interessava molto studiare la musica di quelle regioni, e il risultato sono state delle sperimentazioni sia ritmiche che melodiche che si possono sentire in canzoni come Horn e Road, di cui Piers ci ha suonato i riff con strumenti della tradizione nordafricana come l’oud e il gimbrī. È probabile che Nick Drake abbia fatto degli esperimenti sulle proprie canzoni partendo da quelle sonorità e da quei ritmi.
Mi riaggancio sempre alla domanda di prima sulla sfida che ha rappresentato per voi questo progetto per chiedere a Rodrigo come ha creato le parti per il suo violino…
RDE – Sin dal principio, dal mio primo impatto con la musica di Nick Drake – parliamo di più di quindici anni fa, poco prima di conoscere Roberto e di intraprendere questo progetto in comune – avevo provato a suonare il violino su Pink Moon perché mi ero innamorato degli arrangiamenti di Five Leaves Left. Sono straordinari perché anche Robert Kirby, che li ha curati, come Drake era un ragazzo, era un suo compagno di college, e forse proprio perché era così giovane, e quindi non aveva nulla da dimostrare e nulla da temere, ha creato degli arrangiamenti pazzeschi, ricchi di riferimenti classici, vicini quindi a me che sono di formazione classica, che univano più mondi che amo e che mi avevano immediatamente colpito. Provai insomma a fare questo esperimento e a farlo sentire a Roberto: risuonare su Pink Moon immaginando non dei veri e propri arrangiamenti ma dei violini soli, per avere un po’ la sensazione di suonare con Nick. Era il mio gioco e il mio esercizio “da fan”. Però mi è servito molto quando abbiamo incominciato a provare a fare le nostre versioni dei suoi pezzi cercando di farle stare in piedi e di renderle autonome con due strumenti e una voce: quell’esercizio che avevo fatto su Pink Moon ci è stato molto utile e mi ha aiutato a capire che la nostra idea si poteva realizzare. Per i pezzi più orchestrali come quelli di Five Leaves Left ho dovuto fare un tentativo di riadattamento degli arrangiamenti per un unico strumento, e credo che in alcuni casi, come per River Man o per Things Behind the Sun [che si ascoltano in Pong Moon, NdSA], sia stata un’operazione piuttosto riuscita.
Anche per le differenze tra i dischi di Nick Drake, hai dovuto qualche volta “aggiungere” e qualche volta invece lavorare di “sottrazione”, sempre tra virgolette…
RDE – In realtà il lavoro per quest’album è stato completamente diverso rispetto al precedente. In Pong Moon eravamo quasi solo io e Roberto, anche se già lì c’erano degli interventi di due musicisti che sono presenti anche in questo nuovo disco – due straordinari musicisti e nostri amici e collaboratori di lunghissimo corso: Fabio Rondanini alla batteria e Gabriele Lazzarotti al basso. Nel caso di Songs in a Conversation abbiamo una netta divisione tra un lato A, dove ci sono i due pezzi registrati insieme a John Wood e tre brani in cui abbiamo aggiunto altri strumenti, in cui suonano come abbiamo detto Rondanini, Lazzarotti e Andrea Pesce al pianoforte, e un lato B dove sono presenti le versioni del documentario che abbiamo fatto con Giorgio Testi per SkyArte: sono registrazioni “ambientali” catturate in quel viaggio insieme agli ospiti che avrai visto. Era un modo per condividere la musica di Nick Drake con altri che l’hanno amata e l’amano come l’abbiamo amata e l’amiamo noi.
Una curiosità: che mi dite di Know che è diventata uno strumentale?
RDE – In realtà questa è una versione che ci portiamo dietro da tantissimo tempo ma che non avevamo mai registrato. Parte tutto da una tecnica chitarristica che Roberto ha imparato dal suo stepfather, il suo patrigno Vittorio Camardese, un chitarrista jazz straordinario scomparso qualche anno fa, che è stato un precursore se non addirittura l’inventore del tapping. Quando abbiamo provato ad approcciare quel brano, Roberto ha voluto inserire questo mambo che aveva ereditato da Vittorio mettendoci dentro la melodia di Know suonata con il tapping: io gli sono andato dietro con il pizzicato di violino e abbiamo visto che ne usciva fuori un mantra abbastanza interessante, e che aveva molto a che fare in realtà con la matrice originale del pezzo di Nick Drake. Abbiamo deciso di non mettere la voce semplicemente perché nelle versioni dal vivo questo strumentale diventa abbastanza pirotecnico e ci lasciamo andare tutti e due all’improvvisazione. È come suonare uno standard jazz, invece che cantandone la melodia, suonandola con gli strumenti.

Devo dirvi che ho trovato la versione di From the Morning con una voce femminile molto suggestiva, l’ho trovata in tema (anche con la vocalità di Nick), e mi è piaciuta molto…
RDE – È piaciuta molto anche a me, è il mio pezzo preferito del disco. È stato un po’ un azzardo, perché non abbiamo cambiato tonalità nonostante fosse molto alta per Adele [Nigro]. Lei è una cantante emozionantissima, supercontemporanea e moderna, ma con qualcosa di rétro nella voce che la riporta alla grande tradizione delle cantautrici folk degli anni ’60: tenere la canzone in quella tonalità l’ha portata a cantarla in maniera molto più sentita, molto più flebile, molto più fragile, ma per questa ragione ancora più emozionante. Ci tenevamo tantissimo ad avere delle donne nel disco, purtroppo c’è solo Adele ma ci sarebbe piaciuto ospitare altre amanti di Nick. Magari ci capiterà in futuro.
State cominciando un tour: sarete con la band, avrete degli ospiti?
RDE – Le prime due date le facciamo con la band a Roma e Milano, perché ci tenevamo a fare due aperture, due presentazioni un pochino più corpose: saranno con noi gli stessi musicisti che hanno suonato nel disco. Invece da Bologna [il 5 marzo, NdSA] in avanti saremo io e Roberto coadiuvati da immagini, per cui avremo dei video, dei nuovi visual, e sarà con noi il nostro caro amico Daniele Tortora, “ilmafio”, il terzo incomodo del progetto che è stato con noi fin dall’inizio, ha prodotto e mixato molti pezzi del disco e sarà lui a occuparsi sia dei suoni, sia delle immagini dal vivo.

Oltre al tour che vi attende, avete qualche altro progetto a cui state lavorando e di cui ci volete dare qualche anticipazione?
RDE – Al momento sono molto concentrato su questo progetto, che ha ovviamente la priorità. Sto lavorando a un paio di colonne sonore, un’attività che durante il lockdown ha iniziato a diventare un binario parallelo per il mio percorso di musicista. Poi ci sono altre cose interessanti che bollono in pentola, ma è un po’ presto per parlarne (magari più avanti nell’anno…). Per ora ci sono questo disco, questo tour, e il lavoro da compositore di colonne sonore che mi sta molto coinvolgendo e piacendo, e che spero di continuare.
RA – Da qualche anno, come se andassi a scuola, da settembre fino a giugno ho il mio impegno con la Propaganda Orchestra, per cui sto fisso il venerdì con i miei compagni di viaggio di Propaganda Live. E questa è la mia base. Questo progetto con Rodrigo mi auguro che ci prenda più tempo possibile, perché adoro suonare i pezzi di Nick Drake e stare con lui in giro (e spero quindi che duri il più possibile). Poi ho avuto il piacere di entrare nel collettivo dei Deproducers con Riccardo Sinigaglia, Gianni Maroccolo, Vittorio Cosma, e credo ci sarà da lavorare a un nuovo progetto con loro.
E poi chissà, quest’estate se riuscirò finalmente a rifare qualche concerto mio del mio ultimo disco [Il cancello nel bosco, ndSA]: farlo uscire in pieno lockdown è stato un po’ come bruciarlo, l’idea di fare un disco e non poterlo suonare dal vivo per me, che sono grandicello, è un grande rammarico, e spero quindi di recuperare qualche data. E poi in contemporanea con il nostro disco è uscita anche una serie per Raiplay, per cui ho curato delle musiche: Il santone #lemigliori frasi di Oscio, con Neri Marcorè. Per musicisti come me e Rodrigo mettersi a disposizione delle immagini – che si tratti di un film, di una serie, di un’opera teatrale – è un territorio nuovo, per noi che siamo abituati a suonare le nostre cose, ma è qualcosa che ci piace e penso che sarà una strada da seguire, da qui finché ci sarà ispirazione e voglia di farlo.
