Musica per star male. Intervista a Tom Jenkinson

Hai descritto il tuo nuovo album come un mix di suoni melodici e aggressivi. In questo senso a noi è piaciuto molto il disco di Rustie. In generale sembra comunque che vi sia un rinnovato interesse per la melodia nella musica elettronica e non solo nei drop di Skrillex…

Dal punto di vista del pubblico… beh è più il tuo lavoro che il mio!

Ok, ma perché hai deciso di dare più importanza alla melodia?

Non penso che ci sia stata una transizione così brusca con quello che ho fatto nel passato (recente). Certo, il disco nuovo suona più melodico dei precedenti, ma non direi che c’è stata una variazione così marcata…

Rispetto alle cose che suonavi negli anni Novanta, quando tu e Aphex eravate all’apice del suono elettronico mondiale, le cose sono cambiate molto. Il disco nuovo suona completamente diverso da quello che facevi all’inizio della tua carriera…

Probabilmente non sono io ad essere cambiato, ma è la gente che è più interessata alla melodia. Non è il mio mestiere fare queste generalizzazioni, creare trend, non sono molto interessato a queste cose.

In questo periodo abbiamo realizzato uno speciale su Photek in occasione dell’uscita del Dj Kicks. Negli anni Novanta avevate senz’altro in comune la passione per il jazz. Ora lui suona anche dubstep…

Conosco molto bene le cose che ha fatto negli anni Novanta, ma non ho idea di cosa faccia oggi. Quando hai pubblicato Music is rotted one note c’erano delle connessioni con le tastiere di Miles Davis e con suoni che usava Photek. Mi sembra che tu abbia cambiato molto il processo compositivo da allora. Ho cambiato di continuo, non c’è stata una modifica unica in un colpo solo. Nel senso che i cambiamenti non li vedi tra un album e l’altro, ma fra due o tre album consecutivi. Sì ho cambiato il modo di comporre, non solo nel modo in cui le note sono organizzate (che penso sia una buona definizione di composizione), ma anche in un modo più generale di estetica, nel senso di come i suoni vengono scelti e di come sono usati. E’ stato un processo continuo di valutazione per me. Anche se da un punto di vista esterno sembra ci sia stato un salto, quello che mi interessa alla fine è la possibilità di fare quelle transizioni, tentare di fare cose nuove. Se non mi piacesse variare non avrebbe senso quello che sto facendo. La gente magari pensa che un disco sia un grande salto rispetto a quello precedente, ma è un processo continuo…

Che cosa significa il titolo Ufabulum? A me sembra che sia la stessa radice di favola…

E’ una parola che ha usato la mia bambina (o la mia ragazza, la traduzione non è chiara, ndr) per definire l’album. Un modo informale per definire il disco che non ha connotazioni particolari. Penso che le connotazioni saranno generate dalla mente della gente, che inizierà ad immaginare cosa vuol dire quella parola. Mi piace pensare che se dai a qualcuno una tela bianca, una parola senza un significato preciso, quel qualcuno applicherà il suo significato personale. Quando fai dischi è un problema normale quello del titolo. Per quanto riguarda la parola Ufubalum, può anche piacerti solo per il suono, come una poesia.

Nelle note di stampa hai dichiarato che la traccia Ecstatic Shock è stata sviluppata con un software – il “video-synthesiser” – che hai ideato tu stesso. Ci puoi parlare di come hai scritto le tracce?

Sì, ho associato le tracce a delle immagini. Ecstatic Shock è stato il primo pezzo, con il software ancora ad uno stato embrionale. Quello a cui mi riferivo nelle note di stampa era il fatto che ho usato delle visualizzazioni per scrivere i pezzi. Lo puoi vedere anche dall’artwork del disco; in futuro il software verrà usato per fare i video e anche per fare lo show dal vivo, dove tutta la musica è accompagnata da elementi visual. Tornando alle differenze tra un disco e l’altro… questo disco è completamente differente da tutti quelli che ho fatto per il fatto che la musica è stata composta contemporaneamente a immagini video. Quello che ho cercato di fare è articolare visualmente la sorgente di qualche associazione mentale che il suono e la musica hanno evocato in me. Per esempio se un pezzo evocava un tipo di figura geometrica, ho cercato di tradurla in musica. Inoltre ho cercato di capire se i visuals avevano qualche feedback verso musica, ad esempio guardando le figure che facevano i suoni o se queste mi ispiravano a costruire suoni particolari. Il suono ispirava le figure e le figure ispiravano i suoni.

Ho visto sul Warp site un video teaser dell’album e mi sono venuti in mente i Daft Punk..

Non penso che il lavoro sia minimamente connesso ai Daft Punk. Il disco non è stato composto per piacere alla gente in un modo pop o commerciale. Non me ne frega un cazzo di quel tipo di cose. Per quanto riguarda la connessione con i Daft, ho tentato di sviluppare un approccio che utilizza la maschera che si modifica live durante lo show. A quanto ne so, non mi sembra che i Daft Punk abbiano mai fatto una cosa del genere.

Mi sembra che oggi la sperimentazione si concentri di più sul mix di suoni e stili, non nella costruzione dei suoni stessi. Simon Reynolds parla di massimalismo nel definire questo mix di stili post-moderni. Penso che tutto questo venga fuori dal fatto che molti software ti danno già una palette pronta di preset ed è difficile costruire suoni dal niente. La gente fa prima a mixare sample e fonti già esistenti. Cosa pensi di questo approccio applicato alla musica?

Mentirei se dicessi che citare lavori del passato è un male. In generale è impossibile non fare riferimento a qualcosa del passato. Il problema è quanto dai spazio al passato, l’intensità con cui citi. Se facessi musica senza riferimenti, sarebbe difficile riconoscere e definire quello che faccio con il termine ‘musica’. Si fa sempre riferimento a un linguaggio già stabilito. Quello che si tenta di fare è di modificarlo o di aggiungere qualche termine nuovo. Fare qualcosa di interamente nuovo è impossibile. Anche se ci sono riferimenti al passato in quello che faccio, tento sempre di ricreare di nuovo una palette. Non ho mai utilizzato dei preset. Non mi piacciono i suoni preconfezionati, anche se da un certo punto di vista non hai scelta, perché se usi uno strumento musicale non puoi andare oltre quell’architettura. Dal punto di vista elettronico sei condizionato sia dall’hardware che dal software. E anche gli stessi suoni che escono e che hai a disposizione diventano parte dell’architettura che puoi utilizzare. Certo se ad esempio fai sempre riferimento a un certo tipo di suoni, tipo quelli degli anni 80, dopo un po’ ti stanchi e ti accorgi che puoi fare altro. E la stessa cosa accade nell’utilizzare sempre i preset: è limitante e noioso.

Ci puoi raccontare qualcosa dei tuoi esordi?

Come molte cose che succedono in musica, semplificherei se dicessi che tutto è nato seguendo un piano o che c’era qualcosa di razionale dietro a quello che scrivevo. Alle volte fai delle cose e non c’è una spiegazione precisa. Come ad esempio quando improvvisi, provi e non sai cosa uscirà. Qualche volta fai anche dei pezzi inutili e li butti via. Guardando indietro a quei giorni, ero ossessionato dal d’n’bass ma non era il solo genere musicale che ascoltavo. Magari qualcuno che si fosse trovato nelle mie condizioni sarebbe andato in crisi. In quei giorni pensavo: cosa faccio se divento un altro artista di d’n’bass? se tento di conformarmi, se tento di affermarmi in quella cornice così rigorosa? Per me quello stile è una prigione, non mi sento bene se mi confino in un determinato stile. Le regole erano così fortemente articolate che dovevi venire a patti ogni volta che scrivevi una singola nota, per essere accettato nella cerchia. Quello che dicevi tu, di mettere idee jazz nel d’n’bass è stata solo una piccola idea. E poi per quanto riguarda lo stile superveloce… mi è sempre piaciuta la velocità, la sensazione di disorientamento… nel senso di essere portato al limite della comprensione, mi piacciono molto questi aspetti. Il sentimento di intossicazione quando hai un overload informativo. Tutto ciò è sempre stato molto importante per me. E per fare ciò, penso che la musica debba essere qualcosa che ha ha che fare con l’intensità. Non sono interessato alla musica ambient, o alla fashion music o a una musica che ti fa sentire felice o ti fa stare bene. Anzi, mi piace la musica che ti fa stare male. I riferimenti al jazz, in quel tipo di musica, non ci stavano per un certo tipo di gente… il d’n’bass è una musica urban e il jazz di solito è pensata per stereotipi come una musica gentile, old fashioned. Invece io amo il il jazz quando è estremamente aggressivo, ad esempio le ultime cose di Coltrane, qualcosa del Miles elettrico, le cose dissonanti, aggressive, che fanno paura..

All’inizio hai usato questa musica ‘strana’. La gente che ascoltava d’n’bass non ne aveva familiarità ed era senz’altro difficile ballarla…

Certo. Una delle cose che amo di quella musica è che era difficile trovarci il groove. Tanta gente non riusciva a ballare perché non c’era il groove, perché non c’era un ritmo regolare, ma credimi io lo sento il groove in quella musica. Una delle cose principali è il senso di movimento, di ritmo. Per essere coerente con quello che sentivo, volevo riuscire a generare un senso di fluidità. Anche se dal punto di vista ritmico ho sviluppato delle idee che sono interrotte, spezzettate. In generale mi piace la connessione fra elementi diversi, che per me è la definizione di groove. Ogni elemento in un ritmo ha un senso di risoluzione e di continuazione nell’elemento che segue. La cosa buffa è che io ballavo sulla musica che facevo, su quegli elementi jazz che hai definito “poco familiari”.

In pratica, per la scena d’n’b tu e Aphex eravate degli alieni…

Non so cosa pensasse il pubblico, penso che questo sia il tuo lavoro [ride]. Molte delle cose che facevamo io e Aphex dalla metà alla fine degli anni Novanta erano completamente diverse da quello che la gente chiamava d’n’b, ma molti dei riferimenti erano gli stessi. Il d’n’b si è sviluppato in parte dopo l’hardcore e il breakbeat all’inizio degli anni Novanta in Inghilterra. Io non facevo dischi all’inizio degli anni Novanta, ma ascoltavo le stesse cose che sentivano le persone coinvolte nel genere (le prime label come la Moving Shadow, etc.). Poi mi sono interessato ad altro e lentamente staccato da quel mondo…

Ho letto che suonerai al BLOC Festival, anche con qualche artista dell’etichetta Hyperdub. Ascolti il dubstep? Sei un fan?

So che esiste quel mondo, ma sai, producendo musica dodici o qualche volta anche quattordici ore al giorno, non riesco a star dietro alle novità. Di solito poi quando ascolto qualcosa, cerco sempre di trovare dei pezzi che siano in contrasto con quello che faccio.

Pensi che la tua musica e la musica che esce dalla Warp abbia influenzato le nuove generazioni e i musicisti della Hyperdub o di altre etichette di dubstep?

Sono orgoglioso di tutto ciò che ho fatto. Alcuni dei miei lavori – so che può sembrare arrogante – insieme a materiale di Aphex Twin, sono stati tra le cose più innovative che sono successe nella musica elettronica da quindici anni a questa parte. Ci sono molti artisti che si rifanno a quei suoni non solo copiandoli, ma producendo anche qualcosa di nuovo. E questo è un bene.

Sei ancora in contatto con Aphex Twin e Luke Vibert? Hai per caso qualche progetto di collaborazione in mente?

Ehi mi stai facendo una domanda personale [ride]! Certo con Richard siamo amici e ci sentiamo spesso. Non abbiamo definito niente nel futuro prossimo, ma prima o poi potrebbe succedere. Luke è da un po’ che non lo sento, ma abbiamo fatto tanti concerti insieme, ci siamo divertiti molto. Il suo lavoro, specialmente quando faceva uscire i pezzi con il moniker Plug, mi ha influenzato molto. Penso che molte delle cose che ha fatto all’inizio della sua carriera siano straordinarie.

Al MIT, il 9 giugno, – unica data italiana – suonerai con qualcuno o farai lo show da solo? E il basso? Appeso al chiodo?

Farò tutto da solo, come hai visto nel teaser video. E non suonerò il basso. Per ora lo show non lo prevede. Poi magari col passare del tempo, se mi stanco, magari cambierò. Il problema quando faccio un tour è che cerco sempre di variare il focus sulle composizioni. E’ questo che rende interessante la cosa per me: imparare cose nuove di continuo. In tour magari hai tempo anche di sperimentare e di scrivere qualcosa di nuovo, quando viaggi in aereo o quando aspetti lo show successivo. Suonare sempre le stesse canzoni, alla fine, può risultare noioso. Io cerco sempre di variare.

Dopo l’uscita dell’album quali sono i progetti futuri? Hai in mente qualche EP?

I progetti potrebbero cambiare. Posso dirti che ora sono ancora in studio, quindi potrebbe succedere di tutto.

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