Mogol e (la vedova di) Lucio Battisti. Tu chiamale se vuoi, sperequazioni
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Andrea C. Soncini
- 21 Settembre 2023
Li definiscono “matrimoni” anche in ambito musicale. Le collaborazioni più strette, in particolare tra paroliere e musicista. Come nel caso di Bernie Taupin ed Elton John. In Italia di Roberto Roversi e Lucio Dalla. Oppure, la coppia per eccellenza del genere in fatto di musica leggera italiana (e nello specifico qualcosa di più), Mogol e Lucio Battisti. Un sodalizio durato tre lustri. Dal 1965 al 1980. Che una volta rodato, dopo le prime ‘fisiologiche’ incertezze, ha preso il volo toccando cieli raggiunti da nessun altro. Buona parte delle canzoni scritte dai due, oggi, a 25 anni dalla morte del cantante, fanno parte del corredo culturale italiano. Qualcosa che va al di là della musica, popolare o colta che si voglia.
Ma come succede per una quantità enorme di matrimoni civili, anche quello artistico tra Mogol e Lucio Battisti è naufragato. Con l’album Una giornata uggiosa il musicista di Poggio Bustone pose fine alla collaborazione con l’autore dei testi che ha tenuto a chiarire, anche in tempi recenti, come alla base della separazione non ci siano stati dissapori personali. Ma ben altro (e molto peggio, verrebbe da dire): il denaro.
“Allora c’era questa formula per cui il musicista prendeva l’8% e il paroliere il 4%, la Siae voleva così. Battisti quando ha iniziato era un dilettante, eppure io non ho mai voluto fargli firmare nessun documento sotterraneo. Sempre il 4% a me, l’8% a lui. Quando abbiamo venduto i diritti dei brani alla Numero Uno ho detto che avrei scritto alla pari: 6% a lui e 6% a me, altrimenti non avrei più scritto. Da allora Lucio ha cominciato a lavorare con altri”. È la parola di Mogol che si racconta nella sua biografia, Il mio mestiere è vivere la vita.
Un concetto ribadito in tempi recenti al Quotidiano Nazionale. “Non ci fu nulla di personale. Fu una questione economica. Io trovavo giusto che i diritti sulle canzoni fossero ripartiti paritariamente tra noi, nonostante la legge dicesse un’altra cosa. Lui inizialmente sembrava d’accordo, invece andò a casa e cambiò idea e ci separammo”.
Il nipote di Battisti però, Andrea Barbacane figlio della sorella Albarita, afferma tutt’altro: “Zio Lucio si era rotto i coglioni di Mogol. (…) Ne parlò a mio nonno, suo padre. Si era stufato, voleva fare altro e inoltrarsi verso nuovi orizzonti musicali dove Giulio, come lo chiamava, non poteva seguirlo. Non che il pubblico fosse stanco di quei pezzi, era stanco lui, anche se poi le vendite gli hanno dato torto. Resta il fatto che l’altro non ha mai digerito l’allontanamento per motivi artistici, ragione ben più offensiva, per chi si considera il migliore autore italiano, di qualche spicciolo in più”.

Il sostantivo presente nella frase generica “andò a casa”, che quasi gettata lì a caso non sembra avere molta importanza, molto probabilmente nel gergo del “poeta” milanese sottintende, e va tradotto – figura retorica – come Grazia Letizia Veronese, moglie di Lucio Battisti. Che secondo Mogol potrebbe/dovrebbe avere fatto pressione su Lucio per fargli cambiare idea su quanto avanzato dal paroliere.
Al netto di quanto affermato da Barbacane, se l’è legata al dito, Mogol?
Perché tutto si può dire del paroliere, tranne che a 87 anni suonati e da poco compiuti sia obbligato a campare con la pensione minima. Tutt’altro. Anzi, tutt’altro all’ennesima potenza.
Visto lo status del personaggio, dunque, ci si aspetta che alla soglia dei novant’anni, quella fase della vita che per tradizione si dice portare saggezza, il “poeta” Mogol che così tante ne ha fatte e ne ha da ricordare – al punto da pubblicare una succosa biografia, come detto –, a questo punto di un lungo cammino florido e fortunato, ci si immagina che Giulio Rapetti sotterri l’ascia di guerra ed estragga al suo posto il calumet della pace da offrire all’antagonista numero uno di lungo corso – o anche meglio Numero Uno – Grazia Letizia Veronese, vedova Battisti.
La guerra tra i due è stata ufficialmente dichiarata nel 2013. Iniziata da Mogol che chiedeva 8 milioni di euro come risarcimento per la “perdita di un’occasione favorevole di conseguire un determinato bene o vantaggio”. In realtà non direttamente alla signora, ma alle edizioni musicali Acqua Azzurra srl – varate nel 1969 da Mogol e Battisti per liberarsi dal giogo delle edizioni Ricordi – che aveva tre soci: la Universal Music Publishing che controlla la Ricordi e deteneva una quota del 35%, Aquilone srl – in sostanza la moglie e il figlio di Battisti con il 56% e il 9% rispettivamente –, e la restante percentuale nelle mani di Altra Metà srl dietro alla quale si cela la famiglia Rapetti: marito, moglie & figlio.
Nel 2016 è arrivata la sentenza di primo grado del tribunale di Milano che dava ragione a Mogol e stabiliva in 2 milioni e 651 mila euro la sostanza del risarcimento. Lo scossone ha portato alla fine della pazienza della Universal che non essendo stata “raggiunta la maggioranza richiesta per l’adozione delle modifiche statutarie, necessaria per prorogare il termine della durata della società” si è defilata. Con la conseguente messa in liquidazione di Acqua Azzurra srl nel marzo del 2017 e la major che, in occasione delle assemblee dei soci del 9 e 14 marzo, ha ottenuto che i liquidatori mettessero in atto la richiesta di realizzare “la vendita in blocco del catalogo editoriale, evitando in ogni caso qualsiasi ipotesi di frazionamento di esso derivante dalla cessione dei contratti di utilizzazione economica opera per opera, in quanto lo smembramento del catalogo editoriale comporterebbe la sua inevitabile svalutazione”.
In altre parole, come successo negli ultimi anni per Bob Dylan, Sting, Bruce Springsteen, David Bowie e molti altri, il catalogo della musica di Lucio Battisti (e delle parole di Mogol a esso legate) è in vendita in unico blocco. Fermo restando, stabilito per legge e per contratto, che gli eredi di entrambi gli artisti continueranno a ricevere, ad infinitum, una percentuale dagli incassi derivanti dallo sfruttamento delle canzoni. Una offerta però, quella del catalogo, che fino a quando non saranno sanate le cause pendenti, appare improbabile venga soddisfatta.
Sul fronte dei diritti per lo sfruttamento delle registrazioni, la famiglia Battisti è sempre stata fedele, e in un certo senso romanticamente leale – in ottemperanza al nostalgico senso di those were the days – al concetto di ‘solido’: niente musica liquida, niente piattaforme di streaming, ma via libera alla riproduzione sui formati ‘tradizionali’ di vinile e Cd. inoltre, trincerandosi dietro la perseverante difesa del ‘patrimonio morale’ di Battisti, gli eredi si sono strenuamente opposti a qualunque richiesta di utilizzo delle registrazioni per scopo pubblicitario et similia. (Dimostrando in questo modo che i soldi non sono tutto). Veto passato in cavalleria il 29 settembre 2019, quando diventato liquidatore di Acqua Azzurra srl, l’avvocato Gaetano Maria Giovanni Presti ha avuto mandato dal tribunale di Milano di concedere licenze per lo sfruttamento economico delle opere di Lucio Battisti anche in streaming e “senza necessità di autorizzazione alcuna da parte dei soci”.
Nel frattempo la Sony, che si era messa in scia a Mogol pretendendo da Aquilone srl la cifra pretesa dal paroliere secondo le sue stesse identiche motivazioni (le perdite derivanti dal veto a qualsiasi tipo di sfruttamento economico delle opere musicali di Battisti in qualsiasi forma), il 6 settembre non solo si è vista confermare dalla Corte d’Appello di Milano la sentenza di primo grado che aveva respinto la richiesta di risarcimento di 8,5 milioni, ma è stata anche condannata a pagare le spese processuali.
L’avvocato Simone Veneziano, legale rappresentante di Aquilone srl, ha tenuto a ribadire che in tal modo è stato scongiurato “il principio eversivo secondo il quale l’utilizzazione economica di un’opera musicale, anziché dall’autore o dall’editore musicale, sarebbe governata dal produttore fonografico”. Questo round, insomma, è stato appannaggio di Robin Hood. Ma la risposta dello Sceriffo di Nottingham al secolo Sony, osso duro, non si è fatta attendere: la major ha già annunciato ricorso in Cassazione.
Alla guerra a viso aperto che si svolge sul campo di battaglia, durante i periodi di tregua si alternano le scaramucce, la guerriglia da sottobosco. È di pochi giorni fa la lettera aperta consegnata alle agenzie di stampa dalla signora Veronese Battisti, atto che segue la messa in onda, su Rai 1 il 13 settembre, del documentario Lucio per amico. La vedova non risparmia a Mogol sottintese accuse di sciacallaggio – di farsi insomma pubblicità aggrappandosi al nome di Battisti a ogni possibile occasione –, profonde sdegno, e non lesina il sarcasmo laddove dipinge il paroliere come “ragionier Giulio Rapetti, imprenditore, in arte Mogol, paroliere”.
Non risparmia neppure i dettagli sull’evolversi di un conflitto in corso scatenato da chi a suo giudizio ha più animo da arpagone che di poeta: “Noto anche che in queste occasioni non fai mai alcun cenno alle innumerevoli cause che hai intentato dopo la morte di Lucio: tre gradi di giudizio per una questione di confini, due gradi di giudizio per un risarcimento danni, per ‘perdita di chance’: una causa che, visto l’esito, ha costretto in liquidazione le Edizioni Acqua Azzurra. Ed ecco ora, dopo sette anni dalla sentenza del 2016, una nuova identica causa, questa appena nata, ma ancora per perdita di chance”.
A seguire altre bordate che mirano al lato umano, tra le quali: “Ti ricordo (fra parentesi) che sono ancora in attesa di una risposta alla lettera che ti ho scritto il 10 giugno del 2020, quando eri presidente effettivo della Siae. Sono passati tre anni e hai ritenuto di ignorare quella lettera ma, nel frattempo, hai continuato a produrre programmi che hanno al centro Lucio Battisti (che, consentimi il termine, è diventato il tuo passepartout)”.
Per ultima, una conclusione che non ammette repliche a una presunta lettera che Mogol avrebbe fatto consegnare al cantante poco prima di morire: “Voglio precisare, una volta per tutte, che mio marito in quei giorni lottava per la sua vita, che nessuno ha mai ricevuto una tua lettera, che Lucio in quegli stessi giorni non è stato mai lasciato solo e che non ha mai pianto, tanto meno ricordando la vostra amicizia: Ti rammento che il vostro sodalizio artistico si era interrotto nel lontano 1980”.
Sul ring, ai due angoli siedono Grazia Letizia Veronese Battisti e Giulio Rapetti in arte Mogol. I secondi, che si presenteranno alla cassa a riscuotere il ricco cachet, sono le rispettive famiglie composte dai consanguinei più prossimi: figli e moglie. Lei 80 anni, lui 87. Al centro del quadrato sono state sistemate due comode poltrone adeguatamente imbottite per alleviare i dolori di schiena e fondoschiena, delle ossa fragili tipiche dell’età inoltrata, a distanza utile per insultarsi, digrignare i denti, lanciarsi occhiatacce e di tanto in tanto pure noccioline e pop corn. O biglietti mai spediti e appallottolati.
Sui colpi simbolici sotto la cintola – vedi le accuse da lettere aperte o interviste, documentari, trasmissioni e molteplici occasioni – l’arbitro si gira dall’altra parte. In prima fila tra gli spettatori c’è la Sony, osservatore interessato che scruta e medita sul momento buono, quello del cedimento di uno o dell’altro contendente, per sferrare la propria iniziativa se fosse il caso. Un match dal pronostico difficile. Il campione e gli sfidanti, tutti sembrano essere coriacei, e soprattutto avere pazienza. Nessuno getta la spugna. Non è più tempo di paciosi nonni dediti ai nipotini.
