Ciak, si balla! I migliori momenti musicali sul piccolo schermo del 2017
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Davide Cantire
- 15 Dicembre 2017
[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]
La stagione televisiva appena trascorsa è stata indubbiamente ricca di sorprese e non ha ancora detto tutto quello che poteva (dato che il 29 dicembre verrà diffusa in extremis la quarta stagione di Black Mirror). In questa sede, tuttavia, non ci concentreremo sulla densità dell’offerta che il piccolo schermo ci ha riservato (la nostra classifica definitiva arriverà a giorni), bensì su particolari momenti musicali che hanno elevato prodotti già di per sé magnifici a qualcosa di semplicemente eccelso, oppure che si sono ritagliati il giusto spazio in mezzo ad alti e bassi, rendendo il singolo episodio degno di nota. Rigorosamente in ordine sparso.
Twin Peaks: The Return – I Love How You Love Me (Paris Sisters)
La stagione revival di Twin Peaks: The Return ha offerto momenti musicali ad ogni puntata e ognuno di essi era degno di considerazione, tant’è che potete leggerne una guida approfondita su queste stesse pagine; quindi quello che appare in questa piccola selezione è una sequenza che non fa parte del canonico rituale di chiusura d’episodio concepito da David Lynch, una sequenza che in pochi, intensi secondi descrive benissimo il personaggio di Becky Burnett, figlia di Shelley e Bobby, e contemporaneamente ci riporta alla sofferenza di Laura Palmer, a quel misto tra innocenza e depravazione maledetta. Un continuo perpetrarsi di errori che la nuova generazione eredita da quella precedente, in un loop infinito. A fare da sfondo sonoro c’è la bellissima I Love How You Love Me delle Paris Sisters.
Master of None – Amarsi un po’ (Lucio Battisti)
Facciamo un balzo nelle comedy migliori di questa annata e non potremo non nominare Master of None, che con la sua seconda mandata di episodi è riuscita a raggiungere una maturità assoluta e ben più progredita rispetto al già notevole esordio. Aziz Ansari e i suoi collaboratori (tra cui l’ottima Lena Waithe) tornano a dipingere le mille sfaccettature di una New York mai così multietnica e quindi credibilissima nelle sue mille idiosincrasie contemporanee. C’è spazio, però, anche per una appassionata (anche se un po’ troppo stereotipata) lettera d’amore al nostro paese: continui i rimandi alla nostra riconoscibile musica popolare, da Guarda come dondolo di Edoardo Vianello a perle più ricercate come Un anno d’amore e Se piangi se ridi di Mina e Canzone per te di Sergio Endrigo. A svettare su tutti è il solito, grande, Lucio Battisti, che non solo condisce un momento tra i più romantici e sofferti approdati sul piccolo schermo quest’anno, ma dà anche il titolo alla stessa puntata da cui è tratto: Amarsi un po’.
Red Oaks – Day-In-Day-Out (David Bowie)
La seconda comedy ad avere un posto di rilievo in questa selezione è forse la migliore in assoluto ambientata negli anni Ottanta (a pari merito con GLOW), e praticamente lo abbiamo ripetuto ogni volta che una nuova stagione emergeva dalla rete (la serie è un originale Amazon). Ovviamente, stiamo parlando di Red Oaks, che quest’anno, ahinoi, ci ha detto addio, ma senza tuttavia lasciarci insoddisfatti. Sei episodi che hanno chiuso perfettamente tutte le storyline a cui eravamo tanto affezionati: da David, che finalmente può gridare a gran voce il suo primo «action!» e inaugurare la sua carriera da regista, a Wheeler e Misty che coronano il loro sogno d’amore. Il momento in assoluto più incisivo, musicalmente parlando, ce lo regalano i titoli di coda del quinto episodio, quando messo alle strette e abbattuto da ogni circostanza, David decide di prendere in mano il suo destino e lanciarsi contro ogni pronostico; sullo sfondo il commento musicale di una perla dimenticata: Day-In-Day-Out di David Bowie.
Legion – The Daily Mail (Radiohead)
La miglior serie superomistica che troverete nel catalogo 2017 è targata Fox, nella fattispecie distaccamento FX, e inizia come thriller psicologico e psichedelico, continuando ad osare sia dal punto di vista della sperimentazione visiva che audio e sensoriale. Tra i tanti momenti emblematici confezionati da Noah Hawley (lo stesso dietro il successo di Fargo), la She’s a Rainbow dei Rolling Stones, Happy Jack degli Who o la Pauvre Lola di Serge Gainsbourg e l’esecuzione del Bolero nel settimo episodio. Quello che abbiamo scelto non è nessuno di questi. È persino migliore, uno di quelli che riassume meglio il senso spettacolare e insieme sensoriale della serie. Si trova nel quinto episodio, quando il gruppo, resosi conto dell’enorme potenziale distruttivo di David, va alla sua ricerca all’interno dell’edificio D3, sperando non sia troppo tardi. Fa da cornice The Daily Mail dei Radiohead.
Mindhunter – In the Light (Led Zeppelin)
Non poteva mancare nemmeno l’ultima fatica di David Fincher, che con Mindhunter ha confezionato uno dei prodotti dell’anno e ridato smalto alla produzione Netflix, spesso condizionata da uno sbilanciamento eccessivo, per quanto riguarda la dicotomia qualità/quantità, decisamente a favore di quest’ultima. Siamo nel 1977 e questo Fincher ce lo ricorda ogni volta che un personaggio accende l’autoradio o mette sul piatto un bel disco, optando per selezioni a volte ricercatissime (Calling Occupants of Interplanetary Craft dei Klaatu), a volte scontate, ma pur sempre pregne di gusto (Psycho Killer dei Talking Heads). Nel mucchio abbiamo scelto quella che si è rivelata il modo migliore per concludere un’annata tra le più interessanti e che carica notevolmente per il prosieguo delle vicende fin qui descritte: la In the Light dei Led Zeppelin (provenienza Physical Graffiti) a chiudere il primo arco d’episodi descrive bene lo stato confusionale in cui versa il protagonista e l’epifania che lo investe poco prima dei titoli di coda. E luce fu, quindi…
