Adultness
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Marco M. Boscolo
- 5 Dicembre 2011
Sentire quella voce al telefono che ti saluta, “Hello Marco”, fa scendere qualche brivido lungo la schiena. L’occasione è fare quattro chiacchiere sul suo ultimo album, Weather, uscito per Naïve, etichetta francese piccola e raffinata, ma di sicuro non il megafono per un pubblico planetario. Un disco maturo che sembra più europeo, sebbene, come sempre, affondi le radici in una tradizione black sempre al centro degli interessi musicali (e non solo) della Ndegeocello. Sul fronte musicale è un nuova prova di classe, ma non più della ragazza arrabbiata dei Novanta, quanto di una donna più distaccata, come certe signore della canzone europea appunto, più rive gauche che MTV o Pitchfork. Più nicchia e meno grandi platee, come testimonia anche il progressivo ritiro della musicista americana nata in Germania nella campagna della East Coast USA: meno hype, più cose concrete, meno allure, più vita reale.
Nel corso degli anni Meshell Ndegeocello ha prestato la voce (e il suo basso) a diversi musicisti, a cominciare dal suo più grande hit, raggiunto con John Cougar Mellencamp (Wild Night del 1994), alle incursioni sul dancefloor con Chaka Khan (Never Miss The Water del 1996). “Ma sono finiti quei tempi” e Meshell intende gli anni Novanta, quando era accasata alla Maverick di Madonna. “Erano anni in cui c’erano molti più soldi in giro e contemporaneamente fare un disco non era una cosa per tutti: bisognava avere almeno un po’ di talento…”. Talento che fin dal debutto, Plantation Lullaby del 1993, Meshell ha dimostrato di avere, sia come vocalist che come musicista e compositrice. La sua ricetta a base di rabbia, blackness, ballad e pop la pone come una delle interpreti più chiacchierate dell’errebì di quel periodo.
“Oggi le cose sono diverse e io sono contenta di essere finita su di un’etichetta francese, lontana dallo showbiz a stelle e strisce”. A farla allontanare sono state una serie di posizioni forti assunte nei confronti della politica e dei diritti delle minoranze che le hanno fatto fare scelte non sempre utili a entrare definitivamente nello stardome. “Quando ero giovane, ero molto arrabbiata e reagivo alle ingiustizie con lo scontro. Oggi sono meno arrabbiata e credo che la musica debba essere un momento meraviglioso nella vita delle persone, capace di trasportare sentimenti e idee”. Con la maturità è arrivato uno sguardo più distaccato, che però si accompagna a momenti di irruenza quando tocchiamo l’argomento talent show: non ti sembrano oramai sempre puntare a mettere sul mercato vocalist che si ispirano alla tradizione afroamericana? “È una cosa schifosa: la cultura degli afroamericani è da sempre stata abusata e violentata dallo showbiz. I talent show vogliono voci soul, musicisti blues, ma sono costruiti a tavolino, sono finti e creati apposta per il mercato, non per l’arte”.
E allora, fare la produttrice per il fenomeno del cosiddetto nu-soul, Selah Sue? “Ci ha messi in contatto l’etichetta e quando ci siamo conosciute ho capito che avevamo molto in comune. Credo che Selah sia semplicemente una grande musicista. Questa cosa dell’etichetta del nu-soul è una cosa che avete inventato voi giornalisti: non esiste nessun movimento, ci sono solo la buona e la cattiva musica”. Idee come macigni che Meshell ti lancia addossto attraverso il telefono, ma che sono stemperate da una risata contagiosa.
Le risate più fragorose arrivano quando si passa al capitolo della politica, che con un personaggio come lei, non può rimanere fuori dalle chiacchiere. “Seguo i movimenti come Occupy Wall Street e mi piace il modo che hanno deciso di utilizzare per farsi sentire. Io non partecipo direttamente e vivo oramai appartata, pensando solo alla musica e a vedere le persone che amo. Ma sono contenta di vedere che i giovani hanno ancora voglia di tirare su la testa. Dovreste farlo anche voi in Italia, con quel Berlusconi lì…” E qui le risate sono davvero grasse, mentre a questo capo del telefono viene voglia di vergognarsi: non si può nemmeno fare un’intervista a una musicista americana senza che salti fuori la politica italiana. Almeno controbattiamo che anche gli Stati Uniti ci hanno messo del loro a fare dei casini in giro sotto l’era Bush… Ma, a proposito di presidenti, che dire del “black” Obama? “Secondo me si trova in una situazione poltica ed economica davvero difficile e non so se ha gli strumenti e le capacità per affrontarli e risolverli. Mi ha fatto piacere la sua elezione per il simbolo che ha rappresentato, ma ora ho qualche dubbio. Certo non sono un’esperta di politica nazionale, ma lo vedo un po’ bloccato”.
Venendo finalmente alla musica, Weather completa un percorso già iniziato con il precedente Devil’s Halo: Adult Oriented Soul come summa di un percorso che ha radici nella black music, ma che ora guarda con più sicurezza anche al pop. “Con Weather volevo semplicemente fare un disco di belle canzoni. Non ho pensato tanto a un’atmosfera comune o altro, mi sono concentrata sul levigare la canzoni che avevo in testa perché fosserp belle da suonare e ascoltare”. E che ovviamente riflettessero questa versione di Meshell davvero adulta e meno arrabbiata, una Meshell che ha attraversato il mondo del jazz, della dance, del blues, del soul, mostrando un’eccletismo non proprio così comune. “Come ti ho detto, credo che ci sia solo una distinzione da fare, tra buona e cattiva musica. Il resto sono cose che non mi interessano. Le mie canzoni trovano spunto da quello che mi circonda e mi piace: la musica che ascolto, le persone che frequeno, i posti in cui vado”. Sempre lei, la sua voce graffiante e il suo basso che osservano il mondo. Una Meshell che oggi ci piace immaginare ancora più arrabbiata, visto quello che è successo a Zuccotti Park con lo sgombero coatto dei manifestanti, ma di una rabbia adulta che sublimerà in altre canzoni, altri slap di basso, altri capricci del tempo.
