Il mondo negli occhi di Robert Hampson
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Antonello Comunale
- 15 Novembre 2013
Ci sono cose che più di altre si inquadrano nell’ordine naturale dei tempi. Che da anni sia in atto il revival costante del cadavere rock è ormai assodato; il “retro” gusto verso il passatismo cartina al tornasole del presente. Una faccenda evidente, ben prima che Reynolds ci scrivesse sopra le sue righe griffate. I Pixies, gli Swans, i My Bloody Valentine, in generale tutta la decade degli eighties è sotto attenta disamina generazionale. Gli urban kids di oggi, ascoltano gli album di ieri e vanno ai concerti di gente che c’era già venti, trenta anni fa. Un serpente che si morde la coda? Il cerchio perfetto del genere che medita su stesso e che ripete di continuo la sua liturgia. Il rock, come il jazz con i classici, va venerato e ristampato ad ogni decade. La lista di reunion, complice l’atto epocale dei My Bloody Valentine e del dopo Loveless, è destinata ad allungarsi. Eppure anche togliendo i morti e i disabili, l’ultimo che ti saresti aspettato al varco era uno come Robert Hampson.
Sempre defilato eppure sempre presente. Vista a posteriori, la sua è una figura carismatica, ma di un tipo che ti sembra evidente solo dopo averla notata di sfuggita. Il classico personaggio che alle feste si vede in un angolo e che dice due battute in croce, sufficienti però a farti meditare per tutta la sera. Il ritorno dei Loop è l’ultima festa di un certo rock psichedelico, scuro, paranoico, acido, che ha indicato la strada per il sound più moderno dei ’90, ma senza lasciare eredi. E’ vero, Hampson probabilmente sarà catalogato nella Hall of Fame con i Main, per via del trend isolazionista e dell’ambient liquida di dischi culto come Motion Pool, Hz e Corona, eppure la storia dei Loop merita un’analisi più indulgente e meno severa. Di fatto, la triade di dischi ufficiali Heaven’s End, Fade Out e A Gilded Eternity rimane a suo modo di una modernità impressionante. Il remastering di tutto il loro catalogo aiuta certamente a calare le orecchie giovani in un sound ancora oggi denso, potente, preveggente.
La richiesta di curare la line-up dell’ATP Festival di quest’anno è stata probabilmente la scusa buona per provarci. Un Robert Hampson, come sempre affabile e disponibile, conferma il sospetto che il ritorno dei Loop fosse un’ipotesi intorno a cui lui e gli altri della band stavano ragionando già da un pò e che necessitava giusto di una spinta: “Per quanto riguarda la reunion è un po’ difficile rispondere. Ci sono un pò di ragioni personali che non mi va di discutere, ma c’è anche qualcosa che dentro di me, ha fatto in modo che lentamente cambiassi idea. Mi sono trovato a pensarla diversamente e il tutto è coinciso con una richiesta sempre più pressante da parte dei fan e della gente in generale; così dopo alcune discussioni, ho preso la decisione di contattare gli altri membri dei Loop e vedere se potevamo trovare un accordo e considerare la cosa prima che ci venisse offerta una qualche committenza di sorta. Il mio solo desiderio era che ci fossero tutti i membri originali dei Loop. Non mi piacciono le reunion di band che contano soltanto uno o due membri originali. Così il tutto è nato avendo ferma questa premessa. Grazie all’offerta dell’ATP di aiutare a curare il festival e sentendo che potevamo avere tutto sotto controllo, abbiamo fatto tutti un passo in avanti. Ovviamente, la cosa può essere vista esternamente con un certo cinismo, ma non mi preoccupo. I Loop non finirono nel migliore dei modi e sono sempre stato triste pensandoci. Questa reunion è un modo per cercare di riparare a tutto questo ed è anche presto per dire cosa potrebbe portare. Ma già così sono felice, perché stiamo provando a farlo nel migliore dei modi. Per quanto riguarda l’ATP, per la sezione curata direttamente da noi, ho voluto band che ammiro e che hanno fatto parte del mio passato musicale, come The Pop Group e 23 Skidoo. Sono un grande ammiratore di entrambe e ho sempre pensato che siano state largamente ignorate, nonostante la grande musica. E’ stato facile contattarle e coinvolgerle. Sono onorato che abbiano accettato. Mi hanno influenzato molto, quando ero più giovane”.
La chiusura delle trasmissioni da parte dei Loop fu alquanto brusca, considerando che le vendite di A Gilded Eternity furono buone (39° posto nella chart inglese e per la prima volta distribuzione su larga scala in Nord America) e che il passaggio alla sigla Main sembrò inizialmente essere un corollario laterale alla band madre, piuttosto che una nuova attività a tempo pieno. Non che il suono dei Loop non si fosse spostato più avanti, partendo dalla matrice stoogesiana dell’esordio verso un approccio più avantgarde, ma a posteriori e considerando anche alcune dichiarazioni dell’epoca fatte da un Robert Hampson in piena polemica creativa con gli altri membri della band, i primi dischi dei Main, da Hydra-Calm fino ai due capitoli di Firmament, sembrano il naturale processo di evoluzione per un percorso musicale, molto coraggioso, ma anche molto ragionato. Robert, ripensando ora al passaggio Loop-Main, vede quelle sfumature che all’epoca sembravano poco importanti: “Prima di tutto, vorrei dire chiaramente che gli altri membri dei Loop non furono coinvolti in discorsi specifici riguardanti la qualità della musica che facevamo, per il semplice fatto che non arrivammo mai a discuterne. Io sentivo il bisogno di muovermi in avanti, come ho sempre fatto, ma ci furono altre circostanze che portarono alla dissoluzione dei Loop; così la mia visione di quello che fosse il giusto percorso da seguire fu subito quella di creare un progetto totalmente nuovo, invece di muovermi ancora nell’ambito delle dinamiche dei Loop. Quando ci sciogliemmo chiesi a Scott se voleva far parte di questo nuovo progetto e lui accettò. Ma anche se avesse rifiutato, io avrei comunque seguito quella strada”.
Il rapporto con Scott Dawson è quello, artisticamente parlando, più significativo, in una carriera altrimenti fondamentalmente autarchica e solitaria: “Quella con Scott è una buona amicizia. Vista da un punto di vista musicale, lui entrò nei Loop solo dopo che finimmo le registrazioni di A Gilded Eternity, quindi non ebbe quell’impatto creativo diretto che invece ha avuto poi con i Main. Sfortunatamente, non ci siamo visti per molto tempo. Da quando mi sono trasferito in Francia, le conseguenze sulla mia vita sono state due. Da un lato ho perso contatto con le persone del mio passato e vivo una vita fondamentalmente solitaria. E’ il risultato anche delle mie cattive abitudini, la più grave delle quali è quella di starmene sempre tranquillo e di non socializzare molto. Ma in qualche modo ho sempre saputo che i percorsi delle persone importanti, prima o poi, tendono ad incrociarsi di nuovo. L’altra conseguenza diretta sulla mia vita è stata quella di essere entrato in contatto con il GRM, Groupe de Recherches Musicales e la musica concreta, anche se avevo già lavorato timidamente con loro prima di lasciare l’Inghilterra. Sono sempre stato interessato alla musica concreta, che scoprii ascoltando band degli ’80 come Cabaret Voltaire, ecc. Non ha avuto una reale influenza sulle dinamiche dei Loop, ma ovviamente puoi trovare una connessione molto più diretta con i Main. Ho sempre amato la sua non musicalità. E’ puro suono”.
Altra collaborazione storica che risalta nel curriculum vitae di Robert, è quella con i Godflesh del tour di Pure. Forse non a caso i loro destini si sono incrociati di nuovo quest’anno, al Roadburn Festival 2013, dove i redivivi Godflesh di K Broadrick, G. C. Green, e tutta la lineup dell’epoca, erano gli headliner con l’insana e storica missione di suonare per la prima volta dal vivo e nella sua interezza, Pure. A far loro compagnia sul palco c’era proprio Robert Hampson, che trovava il tempo di suonare anche Straight To Your Heart: “Abbiamo avuto tutti l’idea di suonare STYH per via della connessione Loopflesh/Fleshloop. Ci è sembrato fosse un buon modo di finire un evento così unico. Quando all’inizio mi sono unito ai Godflesh, anche se da un punto di vista, per così dire…laterale, è successo troppo presto dopo la fine dei Loop, mi è piaciuto per la maggior parte del tempo che sono rimasto con loro. Era una delle mie band preferite dell’epoca, veramente unica. Ora puoi sentire la loro influenza sulla scena a cui sono associati, ma ancora, come sopra, non c’è poi nessuno che sia come loro. Ovviamente, gli Head Of David ci vanno vicino, ma i Godflesh arrivavano in zone molto più proibite. Gli avevo detto che avrebbero potuto contare su di me, se avessero avuto bisogno di un altro chitarrista, e quando Paul Neville ha lasciato, loro me lo hanno chiesto. Sono stato con loro per un anno circa e quando i Main sono diventati più importati, ho ovviamente seguito questi ultimi perché era difficile concentrarsi su entrambi. In più, ho realizzato in che razza di tour massacrante mi trovassi e volevo smetterla di girare così tanto. Non ho visto Justin o Ben per molti, molti anni. Justin e io ci siamo poi trovati al festival di Tilburg in Olanda e siamo finiti a berci due birre dopo il concerto. E’ stato bello incontrarlo ancora. Subito dopo mi ha chiesto di unirmi a loro per lo il concerto di Pure a Tilburg. Non ho avuto bisogno di farmelo ripetere due volte. E’ stato grande. Abbiamo passato una bella settimana insieme fino all’ultimo show, che ha avuto un successo incredibile. Si è parlato di farne altri, ma non sono sicuro che la storia si ripeterà. Se me lo chiederanno di nuovo, comunque, accetterò”.
Loop e Main rimangono, nella visione artistica del loro creatore, due figli separati e ben distinti, e nonostante i punti di contatto o il fatto che entrambe le esperienze siano risultate di fondamentale importanza nel ridefinire i canoni della forma rock, il discorso rimane, per lui, a margine: “Non c’è molto che possa dire riguardo allo spazio che Loop e Main possono meritarsi nella storia del rock, perché dopo tutto, questo è materiale per critici e giornalisti. Non ho opinioni particolari circa il fatto che entrambe le band possano essere dei precursori o sulla possibilità di una forma di avanguardia rock senza elettronica ed effetti. I Loop sono i Loop e i Main sono i Main. Questo è tutto. Se la gente desidera seguire ancora i Loop, ovviamente è una cosa per me positiva, ma se decide di lasciarli alle spalle, non c’è niente che io possa fare per convincerla. Voglio che le due band restino entità separate. Quello che faccio con i Loop deve rimanere diverso da quello che faccio con i Main o come solista”.
Ragionando in questo modo, il discorso con Robert, si sposta in modo naturale sulla qualità trascendente della sua musica, in particolare sulla ripetizione circolare degli effetti e delle frasi di chitarra, ovvero il trademark dei Loop, diventato poi una chiave di registro di fondamentale importanza nella drone music del 2000. Di fatto, la ripetizione, in brani come Straight To Your Heart, Fix To Fall, Too Real To Feel, Fever Knife, Pulse, Afterglow, Blood e From Centre To Wave, è un’idioma del tutto particolare, che prende tanto dal minimalismo, quanto dal kraut, quanto dalla psichedelia, brutalizzando tutto attraverso il post-punk. ”La ripetizione, nei Loop, fu influenzata soprattutto dal minimalismo. Andando a cercare le varie influenze nel nostro sound, ho sempre pensato che le puoi sentire, ma non le puoi ‘ascoltare’ in maniera facile. I Loop erano una amalgama di diversi ingredienti che messi insieme hanno fatto qualcosa di nuovo. Non ti so dire se abbiano influenzato direttamente qualcuno. Non mi pongo questi problemi. Dirò solo che preferisco i musicisti che non suonano banali e hanno qualcosa che li differenzia. Molte band contemporanee mi lasciano alquanto freddo, pertanto non le ascolto. Questo ovviamente non vuol dire che altre persone non possano apprezzarle”.
I Loop, all’epoca, facevano in qualche modo parte di un trend psichedelico non molto ben definito e a suo modo eretico rispetto alla tradizione. C’erano i MBV, lo shoegaze in generale, gli Spacemen 3, ma rispetto a questo e ad altri trend, il loro sound era ancora più strano, più scuro, più acido, in un modo che li poneva, naturalmente, al di fuori di qualsiasi mischia. Quello dei Loop era un modo del tutto naturale di brutalizzare il sogno hippie degli anni ’60. La loro era una rivincita cercata tanto nell’oscurità, quanto nella luce, ma una luce diversa, luminosa a tratti e quasi sempre sconcertante. “Penso che tutti cerchiamo la luce. In quanto esseri umani, gravitiamo intorno alla luce in modo del tutto naturale. Penso che l’unico disco veramente oscuro dei Loop, sia stato Fade Out. Penso che ci sia luce sia in Heaven’s End che in A Gilded Eternity. Ma c’è una giusta alternanza di luce e ombra, come nella vita. La domanda è: la vita di oggi è più oscura? Beh, uno potrebbe dire che da un punto di vista politico non è mai stata più oscura. C’è un’infezione, nel mondo. E’ davvero una situazione in cui ti trovi a dividere Noi e Loro, su scala mondiale. Io vedo più corruzione e abusi di potere di prima, ma in qualche modo, sembriamo tutti più assuefatti e compiacenti, anziché alzarci e combattere. E se qualcuno lo fa, allora scompare o viene abbattuto rapidamente. Io sono sbalordito dal fatto che la gente voti per questi individui corrotti, ripetutamente. E’ una cosa che mi deprime. C’è molta ingiustizia e sembra andare sempre peggio. Non ho soluzioni, oltre a dire che mi auguro che prima o poi, qualcosa di veramente drammatico accada e dia inizio a un cambiamento culturale su vasta scala. Sfortunatamente, questo è quello che è accaduto in passato come risultato di una guerra mondiale. Forse, abbiamo bisogno di un’altra guerra per riportare indietro un sentimento di uguaglianza e per rendere la razza umana finalmente entusiasta per ciò che ha. Ovviamente, sarà sempre troppo tardi e non ci sarà rimasto poi molto da salvare. Mi chiedevi a proposito della luce? Io posso solo dire che ne serve sempre di più. Molto più di prima, perché i tempi sono veramente bui”.
Poche speranze anche per il futuro dei Loop: “Non ci sono progetti per registrare nuovo materiale dei Loop. La reunion, molto probabilmente, sarà solo per un breve periodo. Le cose possono sempre cambiare, ma al momento siamo concentrati sul ritornare la forza che eravamo un tempo dal vivo. E’ davvero importante ricreare un forte live, sia per i fan di vecchia data, che per quelli che all’epoca non c’erano. Dobbiamo dare la giusta impressione. Dobbiamo essere tutti assolutamente concentrati o avremo fallito nella nostra missione”.



