Franz Ferdinand
Franz Ferdinand all'Alcatraz di Milano, foto di Nicola Braga (2022)

Lode ai Boutique Festival. Intervista a Mirko Perri, fondatore del Color Fest

“Siamo già in location e c’è pochissima linea” ci dice, una volta raggiunto telefonicamente, Mirko Perri, ideatore e direttore artistico del Color Fest. “Dal punto di vista lavorativo non è una grande cosa, ma dal punto di vista del pubblico è magnifico perché la gente, invece di stare sempre al telefono, magari si gode i concerti”. Basta questa overture per farci capire di che pasta è fatto il festival che, il prossimo 11, 12 e 13 agosto a Maida (CZ), raggiungerà la sua undicesima edizione. Una rassegna che nel corso delle dieci passate è riuscita a creare un impegno duraturo, un festival dal respiro internazionale. Il tutto, in una terra – la Calabria – nella quale è storicamente complicato creare offerte culturali di un certo livello.

Con Mirko, vogliamo partire da una discussione molto viva in questi giorni d’estate, relativa ai grandi eventi all’aperto. Festival (o presunti tali) che propongono grandi nomi e che si portano inevitabilmente dietro grandi polemiche. Sui prezzi, sulle code al bar, al bagno, sull’acustica e la visibilità, sui maledetti token… “La mia idea è completamente diversa” – ci interrompe subito Mirko – “La ricerca che fa il Color dal punto di vista dell’organizzazione è all’opposto rispetto a eventi di questo tipo. Intanto è un festival e, per essere tale, bisogna avere più band nello stesso giorno su diversi palchi e nella stessa location. Secondariamente, per scelta, fa parte dei cosiddetti boutique festival, con capienza di pubblico limitato (noi facciamo massimo 3000 ingressi al giorno) e quindi tutti possono vedere e sentire gli artisti per i quali hanno pagato in maniera idonea”.

Mirko Perri, direttore artistico del Color Fest

Nella campagna lametina, nel giardino degli ulivi di un agriturismo dal sapore autentico, in un’atmosfera calda e gioviale, il Color – ci dice Mirko – “grazie alla sua capienza ridotta, porta avanti l’idea di un festival in cui, se ci si imbatte casualmente in qualcuno, non è detto che non lo si incontri di nuovo. Puntiamo tutto sulla godibilità, su qualcosa che vada anche oltre la musica, che è possibile grazie a un prato sul quale ci si può sdraiare, a dei bambini che giocano…”. L’Agriturismo Costantino, come concetto, non potrebbe essere più lontano sia dalle file oceaniche ai bar di cui si è discusso molto sui social in questi mesi (“è un festival basato sulla corretta fruizione del pubblico, che vive un’esperienza a 360 gradi, il più possibile senza stressarsi”), sia dagli ingorghi generati dai parcheggi, altro tema caldo (“puntiamo tutto sulle navette che partono un po’ da tutta la Calabria”). Sorge spontanea una battuta sui famigerati token, alla quale Mirko sentenzia “Non vedrete mai i token al Color Fest!”.

Non c’è bisogno di sprecare paragoni con festival internazionali, ma ci sembra inevitabile sottolineare che se da un lato in Italia ci sono tante ottime realtà di festival e rassegne medio-piccole, ci sia un grosso buco per quanto riguarda i festival di grandi dimensioni (se non con le discutibili modalità della rassegna/kermesse di cui sopra). Il Color Fest non vuole riempire questo buco e, ci dice Mirko, che se dovesse mai diventare qualcosa di più grande “probabilmente non si chiamerebbe più Color Fest”. Ma è interessante conoscere la sua opinione sul perché ci sia questa mancanza: “Intanto ci sono alcuni dati in Italia sui concerti che, rispetto ai dati europei, non sono proprio accattivanti. Grandi artisti internazionali in Italia fanno numeri che sono quasi la metà di ciò che succede in Europa. Io penso che l’Italia non abbia bisogno di festival giganteschi, ma le grandi città, un po’ per le bellezze che hanno, un po’ per il numero di possibili avventori, sarebbero pronte a ospitare grandi festival”.

E allora qual è l’identità del Color Fest? Quale il suo DNA? “È in evoluzione” – ci risponde Mirko – “Siamo partiti quando avevo 24 anni ed era una rassegna piccola che ha tirato dentro tutta la scena alternative/indipendente italiana”. Ma le cose stanno cambiando. Dopo l’edizione dell’anno scorso, in cui i Notwist hanno inaugurato un viaggio a propulsori soffusi nella notte calabrese, il Color si sta aprendo a nomi stranieri e quindi a una nuova, più ambiziosa, identità. Con Mirko al timone della direzione artistica, Salvo Bilotti alla comunicazione, Armando Canzonieri alle relazioni con le istituzioni e con il pubblico e un importante ufficio stampa, lo staff del Color vuole far risaltare l’anima di un festival “provinciale, ma nel quale, una volta che si è dentro, non ci si accorge di essere in provincia”. “È un festival malleabile – chiosa Mirko – che però non si adatta alle mode, ma piuttosto a una sua crescita personale”. Nella sua evoluzione, il festival calabrese ha dato grande rilievo ai concetti di sostenibilità ed ecologia: “il Color si svolge in una location che si auto-alimenta. L’energia che produce, tutto ciò che si mangia, è fatto all’interno dell’agriturismo. Siamo completamente plastic-free e, in più, quest’anno abbiamo fatto un accordo con un’azienda di ragazzi che produce il vino in lattine riciclate”.

In tutto questo, il punto d’incontro e fulcro di tutta la giostra rimane la Calabria, terra storicamente difficile, ma anche terra “vergine”, nella quale si possono avere tantissime prime volte, come nel caso dei Franz Ferdinand, che calcheranno il palco di Maida il prossimo 13 agosto: “È la loro unica data al centro-sud e non potremmo esserne più orgogliosi”. Qualcuno raccontava la storia di un mostro che, ogni volta che si provava a organizzare qualcosa in questa regione, si divorava quell’idea facendola fallire. Ma la longevità e il successo del Color, sembrano smentire questa leggenda. “Bisogna essere molto testardi in Calabria. Noi ci abbiamo creduto fin dall’inizio quando sembrava impossibile, ma siamo arrivati fin qui”. Spesso si parla del difficile rapporto con le istituzioni, ma Mirko ci dice che “ultimamente notiamo dei miglioramenti e un’evoluzione in positivo”.

Le difficoltà ci sono state, intendiamoci. I Comuni limitrofi, per esempio, “non sono abituati a vedere nella propria terra manifestazioni di questa portata, con pubblico che arriva (da noi più della metà) da fuori regione”. Ci sono poi difficoltà demografiche, sia per l’età media della regione (che comunque d’estate ritrova molti giovani emigrati), sia per il numero complessivo degli abitanti che non raggiunge quelli di Roma.

Notwist al Color Fest, foto di Paolo Ascioti (2022)

Mentre si fa un gran parlare di un progetto milionario per costruire un ponte che unisca Reggio Calabria a Messina, Mirko ci dice che ha notato difficoltà sostanziali nel sistema dei trasporti che facciano arrivare al Color i fan della costa jonica: “Vivi nella stessa regione, ma non è semplice portare gente da Locri a Lamezia. Quest’anno abbiamo messo delle navette che fanno tutta la costa jonica per agevolare questo problema”. Lamezia è un posto fortunato e strategico, è vero. C’è l’aeroporto, c’è l’autostrada e l’alta velocità, ma molti calabresi sono praticamente isolati o hanno serie difficoltà a muoversi.

Alla fine, ciò che conta è la musica. E l’undicesima edizione del Color Fest ne ha veramente per tutti i gusti. “Abbiamo cercato di dare spazio a diverse generazioni”. Il venerdì è la serata “più giovane”, con il collettivo Lovegang126, fatto di rap old school dal linguaggio immediato, e l’eclettismo sperimentale e alternativo di Meg, che porta in Calabria il suo ultimo, interessante Vesuvia. Il sabato e la domenica vanno più a braccetto (“gli abbonamenti due giorni sabato-domenica stanno andando a ruba” – ci dice Mirko), con i Verdena (“l’ultima volta che erano stati in Calabria fu proprio in occasione della terza edizione del Color Fest”), e i Franz Ferdinand che arrivano per la prima volta al sud grazie a una collaborazione con il festival Be Alternative: “Con i ragazzi di BE, condividiamo esperienze da tempo” – ci confessa Mirko – “siamo due realtà nate più o meno nello stesso periodo, che collaborano in maniera utile e trasparente”. Quest’anno si sono volute fare le cose più in grande (“e assumerci un rischio grande insieme”) ed è stata fondata la collaborazione Be Color, con la quale, ci assicura Mirko, “si lavorerà anche per le prossime edizioni, sia del Color Fest che del Be Alternative per dei nomi internazionali importanti”.

E il futuro? “Vorremmo dare la possibilità a tutti i calabresi (non solo quelli che vivono fuori e rientrano per le feste comandate) di vedere concerti internazionali non solo nei i giorni del festival, ma durante tutto l’anno. Vorremmo fare una winter session con ospiti importanti e un altro paio di appuntamenti slegati per dare più continuità”.

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