Sparklehorse
Sparklehorse

L’insostenibile fragilità del malanimo

Antefatto: la scoperta invisibile

La prima volta che lo vidi, non lo vidi. Era lì, esalava quella litania sfrigolante che avrei imparato a conoscere ed amare, ma riuscì a sfuggirmi. Neppure ne capii il nome, quando congedandoci lo pronunciò. A dirla tutta avevo buoni motivi per essere – diciamo così – distratto: di lì a poco sarebbero saliti sul palco i Radiohead, la nuova promessa mantenuta d’Albione. Il loro terzo lavoro Ok Computer era uscito poche settimane prima, una botta piuttosto forte da cui qualcuno doveva ancora riprendersi (io, per esempio). L’hype rasentava il livello di guardia, chiaro che nessuna band di supporto avrebbe avuto molte chances di lasciare tracce significative nella memoria del pubblico, che ricordo accalcato e accaldato nel palasport fiorentino.

Ma qualcosa di quello strano trio riuscì a colpirmi, perché non potei fare a meno di chiedere ad un tipo dall’aria assorta quale fosse il loro nome. Glielo chiesi proprio per quello, per la sua aria assorta. Perché sembrava isolarsi a decantare le emozioni, immerso nella camera di decompressione che segue un’intensa esperienza d’ascolto. In qualche modo capii che il suo atteggiamento era quello giusto, non certo il mio cazzeggiare con gli amici per spicciare i minuti d’attesa. Il tipo si voltò dedicandomi un’aria tra lo sconcerto e il fastidio. La sua unica parola, per fortuna, non l’ho più scordata: Sparklehorse.

Uscirne vivi

Sono passati molti anni, ma ripenso spesso a quella sera. Il volto di Mark Linkous, su quel palco, non so proprio ricordarlo. Sfuggito all’inquadratura della memoria, refrattario all’evidenza fisica: a ben vedere c’è molto di lui, in questo, del suo esistere artistico che sospetto avere molti punti in comune col suo esistere tout-court. Pochi gli album licenziati – appena quattro in undici anni – ma di una qualità, un’intensità rara. Ho perso il conto dei fantasmi e dei cavalli che abitano le sue canzoni. Un vezzo al limite della maniacalità, questa ossessione per cavalli e fantasmi. Oppure simboli di qualcosa di profondo che ancora cammina tra di noi ma impalpabile, come il retaggio di tradizioni senza più una tradizione. Uccise ogni giorno con inesorabile pietà, come si fa coi cavalli zoppi.

Originario di Richmond, Virginia, Mark Linkous iniziò una promettente carriera d’imbianchino e spazzacamino, spendendo però la maggior parte di passione ed energia nel tentativo di uscire vivo dagli anni Ottanta, scorazzando in motocicletta oppure ascoltando folk psichedelico e punk, errebì acido e hard blues, Johnny Cash e Sex Pistols, Neil Young e Led Zeppelin. Le solite cose, insomma. Finché non decise di saltare il fosso. D’imbracciare la chitarra, pestare il pianoforte, armeggiare con le scatoline elettroniche. Fare musica, la propria musica.

Fu un salto lungo che lo portò fino a Los Angeles, in cerca di una fortuna che però – bastarda – non si fece trovare. Rientrato a Richmond, prese le tipiche scelte che fanno la gioia dei futuri biografi, tipo fondare band dai nomi piuttosto anonimi come Johnson Family oppure improbabili come Salt Chunk Mary. Altrettanto improbabile, se non di più, è il nome che fu scritto nel contratto d’ingaggio con la Capitol, anno 1995: Sparklehorse. Bizzarro, certo. Eppure, ben poca cosa rispetto al titolo del disco d’esordio.

Tenetevi forte: Vivadixiesubmarinetransmissionplot (Parlophone, 25 agosto 1995, 7.8/10). Un titolo da far invidia ai Flaming Lips. Disco di debutto ma anche un’investitura, in virtù della definizione stilistica e dell’abbacinante brillantezza delle composizioni. Album intenso, ispirato e disperato, vissuto sul filo di una poetica aliena e antica, costantemente sull’orlo del collasso emotivo. Probabilmente il disco che avrebbe fatto un Neil Young giovane alle prese col caos sintetico di fine millennio. Probabilmente.

Il folk acustico, il country rock, le manipolazione digitali, gli inneschi elettrici colti al crocicchio tra power pop, british e lo-fi pavementiano: strumenti chirurgici che Linkous utilizza quale armamentario di auto-tortura, in conseguenza della quale ti confessa di continuo sia l’appartenenza alla che la morte della tradizione, come se il presente non potesse appartenergli e – viceversa – egli stesso non potesse più farne parte. Si limita a cavalcarlo apolide, come se cercasse qualcosa di estinto, senza rinunciare ad uno strisciante senso di meraviglia da spalmare sull’onnipresente desolazione.

In questo senso, Homecoming Queen e Sad & Beautiful World possono essere prese a manifesto poetico del progetto, la prima un nudo intarsio d’arpeggi e riverberi in cui la voce caracolla arresa, tra strani muggiti come contorcimenti d’anima, la seconda una classica country-ballad con tanto di slide, la voce un refolo, l’elettrica ad intagliare riff caldi, la ritmica seriale a simboleggiare il disarmo rituale del depresso cronico. C’è poi l’altra faccia, l’altro lato di una personalità che naturalmente lascia intendere evidenti derive schizofreniche: uno sfrigolante, ipercromatico, sfarzoso e sferzante pop-rock che – per i crogioli innodici e l’angoscia technicolor – ricorda piuttosto da vicino il coevo lavoro dei Radiohead (ci riferiamo ovviamente a The Bends) al di là dell’oceano.

Sia in Hammering The Cramps che in Rainmaker è possibile reperire più di un punto di convergenza col power-british allarmante e allarmato di Yorke e soci, con la sostanziale differenza che per Linkous il futuro/futuribile passa per una resa intima, un disarmo esistenziale con poche vie di scampo che perciò può permettersi di celebrare un simulacro di tradizione, come fosse un rifugio ideale ma impossibile. E quindi di giustapporre incanto e minaccia, germi di follia, tenerezza ed angosciose premeditazioni (le malie indolenzite di Saturday e Heart Of Darkness, country pop da Robyn Hitchcock affranto e in qualche modo consolatorio).

Per completare il campionario occorre citare lo spurgo punk-pop sghembo e deragliato di Tears On Fresh Fruit (quasi una versione marionettistica dei PIL), la cavalcata psych-wave di Someday I Will Treat You Good (tra lo Young di Mirrorball e i tardi Ultravox) ed il breve delirio di Ballad Of A Cold Lost Marble, infarcito di schianti e grugniti waitsiani. Mentre, per la serie capolavori, è non meno che doveroso tessere le lodi di una Spirit Ditch che spiega un dolore fantasma con soffice remissione e cuore esausto, immersi nel trillo amniotico di una chitarra pietosa. Disco eccellente insomma, passato però in sordina dalle nostre parti (niente di cui sorprendersi, ahimé).

Scenografie senza appigli

In ogni caso, il meccanismo entrò in moto. Forse troppo, per la gracile struttura psichica di Mark, che pensò bene – siamo al 1996 – di concedersi una dieta di farmaci tale da schiantarlo dopo un concerto londinese. Seguì una fase di prostrazione fisica e nervosa da annichilire un elefante. Ne uscì, credo, per abitudine all’impalpabilità, all’essere come vapore tra le cose. Malgrado questo e attraverso questo, arrivò il secondo lavoro Good Morning Spider (Parlophone, 20 luglio 1998, 7.9/10), sotto al cui incanto palpitano un’angoscia flebile e una debolezza tenace, le canzoni pervase da un senso di malattia quasi fosse l’accordo fondamentale.

Cosa altro pensare di fronte a versi come “voglio una nuova faccia proprio ora/ e la voglio cattiva/ voglio un nuovo corpo che sia forte/ sono una mucca macellata”? Oppure: “lei mi coprì con le sue ali/ tenne la mia testa e disse: povera cosa”? Sono contenute in Pig e Sunshine, foga noise punk e rabbia sgangherata nella prima, fiabesco abbandono e amarezza narcotizzata nell’altra, vale a dire i due estremi poetico/stilistici del disco. Entrambe forma e sostanza di un dolore rannicchiato fin nel midollo, annidato nel buio, incastrato nel vivo dell’anima.

E’ una specie di apocalissi intima, una tragedia di piccole cose spezzate per sempre, confessione enigmatica che si consuma ad esempio nel volgere di due canzoni legate da stretta consequenzialità come Cruel Sun (sbocco acidulo di cosmica insofferenza) e All Night Home (valzer-blues immerso in una nebbia oppiacea di fantasmi Pink Floyd). O che si manifesta con implacabile tenerezza in Painbirds, dove un drumming asciutto (è del vecchio compagno di scorribande motociclistiche Scott Minor, polistrumentista e critico musicale, appena entrato a far parte del progetto Sparklehorse) e una cornetta stritolacuore sembrano sorreggere Linkous mentre accoglie l’arrivo della Depressione (in guisa di uccello, parente in qualche modo del cane dagli occhi neri di Nick Drake).

E poi, come in Vivadixie, quel senso di rinascita, di sorrisi e speranze strappate al malanimo, pur se di esso ancora impregnate: si prenda il pop accattivante di Sick Of Goodbyes (scritta assieme a David Lowery dei Cracker) o la gracile mestizia della cover Hey Joe (l’originale è del genialoide Daniel Johnston). In questo senso è importante la palpabile maturazione nell’utilizzo dei mezzi elettronici, impiegati meno in chiave straniante & perturbante e più addentro al cuore della questione, vedi i trepidi ologrammi nel sottofondo di Sunshine oppure tra i vibrafoni e il piano della struggente Come On In.

Al solito, la scrittura regala perle dalla disarmante intensità. Difficile lasciare fuori qualcosa senza commettere ingiustizia, ma è la regola in casi come questo. Per cui dirò oltre soltanto di Ghost Of His Smile (una pianolina che sembra strappata ad un set di Tim Burton, l’impertinenza malaticcia che osa recitare “l’inferno è un mondo duro per le piccole cose”), di Maria’s Little Elbows (tristissima ballata per chitarre e viola, “a volte senti di avere le braccia vuote in mezzo al mondo”) e di quel suicidio commerciale posto al centro del programma, vale a dire Chaos Of The Galaxy che fagocita nelle sue spire la strepitosa Happy Man, sferragliante power-pop che in molti darebbero un braccio per avere in repertorio: Linkous invece le tarpa le ali, come se ne temesse il volo, annebbiandola in un artificio da radio fuori sintonia (non stupisce che sia stato poi fatta uscire come singolo, opportunamente “ripulita”).

Rispetto all’esordio un’ombra lattiginosa si allunga sul sound Sparklehorse, penalizzando l’appeal in favore di un languore indolenzito, di scenografie senza appigli che producono sottili angosciose vertigini. Più che un calcolo stilistico, una conseguenza sintomatica.

Meravigliosa, la vita (come no!)

Ormai non restava che attendere la consacrazione, che arrivò tre anni più tardi con la terza prova It’s A Wonderful Life (Parlophone, 11 giugno 2001, 7.2/10). In questo disco il problematico malanimo di Linkous sembra consapevolmente venire a patti con istanze estetiche che tentino di riappacificarne lo stare al mondo, l’esistere nel mondo. E fare parte, piaccia o meno, del mondo, come una dolce inevitabile condanna. Di questo la musica finisce per soffrire in intensità e profondità, guadagnando in compenso una pelle più stabile, levigata e vibrante, un maggiore equilibrio esteriore che fa a pugni con l’irrequieta mestizia interiore. Cambia il dosaggio degli ingredienti, ma il risultato continua a dare ragione a Mr. Sparklehorse.

A sdoganare l’emaciata e insidiosa figura di Linkous presso il grande pubblico pensa anche un’accolita di ospiti di tutto rispetto, a partire da sua ombrosità Polly Jean Harvey che prima adorna il ritornello della sferzante Piano Fire con un misurato ma trepido controcanto, poi imbastisce col padrone di casa un duetto vero e proprio in Eyepennies, valzer minimale dove piano e chitarra sono le due anime in gioco prima ancora delle voci, confronto esteticamente godurioso che finisce per ingolfarne un po’ la genuinità.

C’è poi Nina Persson dei Cardigans in Apple Bed, un cavernoso Tom Waits nel cyber-funk… waitsiano di Dog Door (non riuscitissimo, ahinoi), e poi ancora John Parish, Adrian Utley dei Portishead e – last but not least – Dave Fridmann a produrre il tutto nonché a suonicchiare il basso. Un vero e proprio parterre de roi che contribuisce non poco a distrarre dal centro nevralgico della questione, ovvero da quel dolore vuoto, irredimibile, che Linkous si limita a suggerire, quasi a paventare l’impossibilità di rappresentarlo senza svilirne i contorni, la reale portata.

Lo fa con la title-track, con More Yellow Birds, con Sea Of Teeth, derive dolciastre e quadretti minimali, valzer infeltriti e nuance struggenti, melodie che potrebbero essere sgocciolate dalle ferite di Young nel tristissimo periodo Tonight’s The Night, salvo godere di palpitanti lenitivi (mellotron, slide, vibrafoni, archi…) che ne diluiscono l’impatto in un abbandono fatalista, languidamente arreso alla tenera inesorabilità del divenire. Non mancano, in obbedienza ad un consolatorio cliché, i guizzi fuzz (l’acida fantasmagoria Flaming Lips di King Of Nails) e quei cromatismi pop a cuore aperto (la beatlesiana Gold Days, la disarmante Little Fat Baby), per un gioco di opposti che è specchio ingannevole e perciò fedelissimo di Linkous, ovvero del suo paesaggio mentale, capace di spacciare enigmi per emblemi, di riempire scatole cinesi con psichedelia attonita, come capita nella sconcertante Babies On The Sun, archi e tastiere in loop sotto ad un fruscio che recide la visione del reale, l’arpa e il vibrafonino a sigillare il coperchio di un sogno sognato con un filo d’anima.

La luce (forse)

Passano quindi gli anni, inizia ufficialmente il nuovo millennio coi botti terrificanti del ground zero. Per contrasto, si avverte come una rinnovata voglia di pop. Ovvero, il rock sembra reclamare più leggerezza e colori quanto più sente la lama dell’angoscia fare a fettine la tranquillità dello stare al mondo. Dal canto suo Linkous, che d’angoscia se ne intende da un bel pezzo, porta a compimento la produzione di Fear Yourself (Gamma Records, 2003) del genio naif Daniel Johnston. E’ un disco riuscito proprio per la speciale interazione tra l’ingenuità folleggiante di Johnston e l’indolenzito fulgore di Linkous, in direzione di un pop che non smette le palpitazioni malgrado una certa festosità, si disimpegna obliquo pur nella scintillante immediatezza.

Il quarto album a firma Sparklehorse, Dreamt For Light Years In The Belly Of A Mountain (Parlophone-Capitol / Astralwerks, 29 settembre 2006, 6.7/10) mette sul piatto una mai tanto accentuata disponibilità all’incanto sonico, recupera stilemi psych pop e li agita tra i fasci di luce del proiettore, incendiandoli come i fantasmi di un’illusione a cui finge di credere. Fin dall’iniziale Don’t Take My Sunshine Away, che rimastica la visionarietà acidula di Dear Prudence tra giochetti sintetici Grandaddy, appare chiaro su quale campo si vuole giocare. Linkous sembra divertirsi con gli spiritelli meravigliosi che gli albergano nella memoria, apparecchia una messinscena coi propri fantasmi protagonisti tra scenografie ipercromatiche, che siano gli archi zuccherini, la spinetta beatlesiana e la gracilità anticata (sul modello della younghiana Harvest Moon) di Some Sweet Day o la folk ballad pettyana con perturbazioni electro/psych di Mountains, o ancora quella specie di campo di fragole fantasma concimato a Flaming Lips di Getting It Wrong, o infine il Lennon a volo di gabbiano tra uggiosi cromatismi e doloroso understatement di It’s Not So Hard.

Assistito dal “solito” Dave Fridmann ma anche da un sorprendente Dangermouse (già Gnarls Barkley, produttore tra gli altri di Gorillaz e The Rapture), Linkous governa il suono con senso dello spettacolo senza mai perdere il controllo, attento alla sorpresa come ai mezzi toni, al fragore cromatico e agli impasti timbrici. E’ proprio grazie a questo aspetto che si salvano gli episodi meno brillanti, fin troppo ricalcati su episodi del vecchio repertorio: vedi l’incedere fragile di See The Light (coi pastelli atonali delle tastiere e l’arpeggio luccicoso), la scheletrica doglianza di Return To Me (accademia Mojave 3 tra corde farraginose, slide e organo tumido) e la sfrigolante Ghost In The Sky. Magari lo stesso Mark ha capito che l’ispirazione bazzicava l’orlo dell’impasse (in questo senso mi spiego il recupero della peraltro bella Morning Hollow, con Tom Waits al piano, già ghost track della stampa europea di It’s A Wonderful Life: per aumentare il peso specifico della scaletta) e ha pensato bene di compensare buttandola sull’impatto sonoro, intraprendendo questa piccola, sfavillante svolta estetica.

Parzialmente smentita però dal lungo strumentale conclusivo, non a caso la title track: una mesta perorazione a base di riverberi soffusi di chitarra, filamenti di slide, brusio d’archi, pulsazioni, fruscii, un piano dalla struggente solennità, flauti mesmerici come sinopie Mercury Rev. Bellissima e annichilente.

Si torna così al punto di partenza, al centro della questione attorno a cui gravita il fenomeno Sparklehorse: quel disarmo senza uscita, quella poetica di sconfitta sentimentale/esistenziale che poco concede al patetico, svolgendosi come sotto anestesia, in uno stato di deprivazione sensoriale, di sparizione letargica. Nella musica di Linkous tutto, persino le sfuriate noise-punk, suona indifeso. Ogni particella di magia – e ne incontriamo a tonnellate, per quanto affranta, ferita, fragile – è il segno di una sconfitta in corso, è il delirio consolatorio dell’anima emotivamente devastata. Dissipata, perduta nel cuore ferito d’America. Probabilmente irrecuperabile.

Attualmente Mark il musicista scompare per lunghi periodi nel suo podere a Blemo Bluff, in Virginia, circondato da bestie d’ogni tipo (soprattutto cavalli, of course) e allietato dall’amore della moglie Teresa, erpetologia, con cui è sposato da circa quindici anni.

Post-facto

Quasi dimenticavo. Poi l’ho visto davvero, il cavallo scintillante. Fu nel 2001, una sera di quasi inverno a Milano, dentro a quel tubo di sudore e riverberi (t)umidi che era il Tunnel, poco prima che lo chiudessero (maledetti). Era il tour di It’s A Wonderful Life, come avrete capito. Il set fu breve, i mille fantasmi cantati da Mark sgomitavano rimbalzando sulle pareti opprimenti, la sua figura ossuta s’ingegnava nervosa tra laptop e tastiere e chitarre, con tenerezza angolosa, con sofferta efficienza. Senza spendere una parola tra una canzone e l’altra, senza un cenno, la minima concessione agli adoranti astanti. Bah.

Mentre si consumava quell’ora scarsa di concerto arrivai a chiedermi – consapevole di quanto fosse insensato chiedermelo – se fosse veramente lui quell’ex-ragazzo tutto magrezza e determinazione, impalpabilità e frenesia. Avrebbe potuto benissimo trattarsi di un figurante qualsiasi, chiamato a dare evidenza corporea a quelle fatamorgane irrequiete. Ci saremmo accorti della differenza? Nel caso, sarebbe stata una differenza significativa? Bah.

L’ultimo pezzo in scaletta fu Homecoming Queen. Tutto finiva dove tutto iniziava. Una processione sovraesposta, gracile, angosciosa. E noi tutti incantati a cantare. Ora, voi non ci crederete, ma quel tipo che si spacciava per Mark Linkous, dietro agli occhiali scuri, circondato dai suoi fantasmi e memorie di cavalli e cavalli fantasma, iniziò a sorridere.

Fu in quel preciso momento, non prima, che riuscii a vederlo. Fu quando, per pochi istanti, sembrò felice.

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