La nuova scandalosa vita italiana dei Johann Sebastian Punk. Intervista a Massimiliano Raffa
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Matteo Tonolli
- 17 Aprile 2022
Qualche giorno fa i Johann Sebastian Punk sono tornati ad esibirsi su un palco, quello della Palestra Visconti di Casa Bellezza, a Milano. Il loro genialoide quanto estroso frontman, all’anagrafe Massimiliano Raffa, ha presentato con un piglio decisamente rockeggiante i brani del nuovo album che vedrà la luce solo questo autunno. Ovviamente i musicisti hanno eseguito anche i due ultimi singoli che hanno anticipato il disco (condivisi a cavallo dello scorso Natale), rivelanti il recente e imprevisto cambio di rotta. Sì, perché questo gruppo purtroppo ancora misconosciuto ha deciso di esprimere il proprio furore musicale in lingua italiana. Qualcosa di impensabile per loro fino a pochi anni fa.

In qualche angolo indefinito del Multiverso della Musica i Johann Sebastian Punk dominerebbero le classifiche, anche internazionali, sfiorando la top ten in Terra d’Albione. In più avrebbero concrete possibilità di finalizzare un discreto successo pure negli States. Dopo un accordo esclusivo con una major per rilanciare i loro primi album su ogni piattaforma di streaming, avrebbero definitivamente fatto il botto con i loro primi due singoli in italiano, Oceano di Champagne e Vivo nello Scandalo, educando le orecchie e i palati degli ascoltatori radiofonici con un pop dalle pretese assai alte. Il loro sarebbe stato un trionfo, non solo in termini economici e personali, ma soprattutto dal punto di vista dell’estensione dei confini della musica popolare.
Nella nostra dimensione Massimiliano Raffa, l’anima della band, un alieno messinese atterrato prima a Bologna e al momento di stanza a Milano, fatica invece ad accettare tutti gli sforzi che il suo esordio artistico e il successivo album gli sono costati. Motore e principale autore dei contenuti sia testuali che musicali di More Lovely and More Temperate (2014) e Phoney Music Entertainment (2017), Massimiliano mi parla con una flemma che stento a collegare all’immagine dello stravagante interprete che ho costruito nella mia mente. In ogni canzone sembra assumere una maschera diversa, dal punto di vista dello stile musicale, dell’interpretazione vocale e del messaggio veicolato. In realtà ognuna di esse è come un pozzo dal quale, se accostiamo l’orecchio, sgorgano innumerevole influenze. È chiaro che Massimiliano è un ascoltatore con gusti vari e molteplici, ma anche con l’abilità e il talento di risputarli fuori in modo del tutto personale, in un caleidoscopio di strumenti musicali tra i più disparati. I suoi dischi sono come uova perfette e a lunga conservazione. L’ascoltatore deve solo decidere il momento di consumare il loro gustoso contenuto altamente proteico, magari decidendo la modalità di cottura e variando le modalità di consumazione.
Massimiliano, quanto è stata dura pubblicare un album in lingua inglese tutto da solo in Italia? Tu ne sai qualcosa…
All’inizio l’impegno economico è stato quasi insormontabile. Con una produzione casalinga ma sincera sono comunque riuscito a rilasciare un disco del quale solo ora capisco le ragioni dell’insuccesso. Le mie pretese erano troppo alte, forse eccessivamente stratificate e complesse. Nonostante le recensioni positive, alcune addirittura entusiastiche, ho capito a mie spese che i gusti del pubblico vanno in un’altra direzione.
Eppure certa critica, anche straniera, vi ha accostato a nomi decisamente altisonanti. Personalmente trovo un po’ sterile sprecare paragoni e cercare a tutti i costi di identificare le tue ispirazioni. È più interessante notare come, scegliendo due canzoni qualsiasi dal vostro esordio discografico, si incontri maggiore originalità rispetto a un sacco di altra musica che si sente in giro…
Beh, grazie… l’album rispecchia quello che sono io e quelle che al tempo erano le mie intenzioni musicali.
Quanto tempo impiegasti complessivamente per incidere More Lovely and More Temperate?
Il disco e la sua produzione sono praticamente tutta farina del mio sacco. Di fatto ho suonato quasi tutti gli strumenti e anche per questo motivo il progetto risentì delle mie ristrettezze economiche, oltre che dei limiti in termini di tempo. Ancora adesso non mi posso permettere di fare esclusivamente musica per vivere… comunque per rispondere alla tua domanda… direi all’incirca due anni.
Il titolo di quel disco lo hai tratto da un sonetto di Shakespeare, invece quale è il significato della copertina?
Scelsi quella foto perché incarnava bene, dal mio punto di vista, quanto stavo producendo e come mi ponevo nei confronti dell’ascoltatore. Quindi una bella donna, seducente e seminuda, ma che dà le spalle a chi la sta guardando…

Trovo pazzesca in particolare Jesus Crust Baked. Come in quasi qualsiasi altra canzone dell’album, nel cantato sembra che tu non riesca a trattenerti dall’assumere impostazioni vocali anche molto differenti. Era più un approccio istintivo o voluto?
Quando ho creato Johann Sebastian Punk pensavo a qualcosa che non fosse solo musica, ma anche teatro. Le mie velleità si sono poi dovute scontrare con una realtà culturale inadatta a ricevere un tipo di proposta simile; non per colpa del pubblico, ma per colpa mia che evidentemente avevo sopravvalutato lo scenario e mi ero immaginato di poter realizzare uno spettacolo come quello che avevo in mente, che aveva una forte carica performativa, spesso è ravvisabile proprio nell’enunciazione canora. Ho scritto pure due soggetti, sono ancora lì nel cassetto, mi sa che adesso li brucio.
È passato quasi un decennio da allora. Ormai il disco è introvabile in versione fisica. Saresti disposto ad una riedizione o anche a una semplice ristampa?
Perché no? Accetto qualsiasi proposta…
Phoney Music Entertainment è un altro buon album, ancora più ambizioso del precedente in termini musicali, sempre in inglese. Seguendo la tracklist mi piace lo stridere di stili, soprattutto quello individuabile nella successione tra il rock-pop-dance di Tragedy, la music hall datata di In Search of the Miraculous e naturalmente il ritmo latino di Samba da Segunda-Feira. Era più premeditazione nello stupire l’ascoltatore o voler dimostrare la tua versatilità musicale?
È solo l’1% di quello che sarei capace di fare. Non è voler dimostrare la propria versatilità, è che io sono fatto così. È, se vogliamo, il mio limite principale. Mi ha dato non sai quanti problemi l’andare in troppe direzioni, ma io sono questo. Lo sono anche ai fornelli!

Credo che quel disco sia servito soprattutto a darti maggiori soddisfazioni a livello di esibizioni musicali, almeno in epoca pre-Covid. Sbaglio?
Concerti, effettivamente, ne abbiamo fatti parecchi, direi tra i trentacinque e i quaranta. Ma era il 2017, un anno infausto per chiunque volesse proporre qualcosa di diverso. Promoter e locali volevano solo quei due generi di cose. Persino alcuni nostri collaboratori ci scaricarono per puntare su cose più alla moda che adesso magari non esistono più ma che all’epoca garantivano un pubblico di ragazzini ora cresciuti e desiderosi di nuovi conformismi. È lì che ho deciso di cessare l’attività di JSP, prima della svolta in italiano.
Parliamo allora della tua prima release ufficiale nella nostra lingua, ovvero la trasfigurazione di Tragedy in Napoly. Il testo in italiano della canzone dà l’impressione di essere abbozzato, a tratti però sembra calzare e adattarsi meglio alla musica, rispetto all’originale. Un esperimento?
Assolutamente. Avevamo a disposizione solo due giorni. Ecco spiegato il non-sense del testo.
Come è cambiato il tuo approccio alla scrittura, dopo aver deciso di pubblicare in italiano?
Più che essere cambiato il mio approccio alla scrittura, sto scrivendo in questa fase e per questo specifico progetto in un certo modo, che è molto diverso dal passato, nel senso che tenta di incorporare alcuni elementi stilistici del vecchio JSP e di incardinarli entro un canone che è quello della canzone italiana. Ma non sono un autore diverso. Posso fare mille cose, oggi sto pubblicando queste, domani vedremo.
In Oceano di Champagne il contrasto tra irrefrenabile euforia mentale e la triste situazione reale è perfetto. 3 minuti e mezzo galvanizzanti. Eppure non riesco a scrollarmi di dosso l’idea che sia l’immagine romantica di un’overdose di qualche tipo oppure gli ultimi istanti di vita di un malato terminale che con la mente riesce ad andare oltre la sua condizione fisica, oltre i limiti del tempo e dello spazio, in una esplosione dei sensi magari indotta da farmaci per una morte assistita… da dove l’hai tirata fuori?
Direi che si può interpretare in molti modi, ma non sei affatto fuori strada, anzi, tutte le tue opzioni sono valide. Io quando l’ho scritta avevo in mente l’overdose. E non di paracetamolo, il rock’n’roll si occupa di altre sostanze!

Vivo nello Scandalo è una invidiabile pop song che – sono convinto – almeno metà degli autori del nostro paese si potrebbe solo sognare di partorire. Su tutto prevale una melodia accattivante con testi semplici ed efficaci. Mi sembra quasi una versione aggiornata ai nostri tempi dello spirito romantico dei poeti maledetti di fine ‘800. Parlami di questa canzone…
Durante il festival di Sanremo sono stato bombardato di messaggi di persone che mi dicevano: “avrebbe spaccato”, “se l’avesse cantata Cremonini sarebbe prima in classifica”, eccetera… Diciamo solo che in effetti ad un certo punto, la canzone ha rischiato di echeggiare sul palco dell’Ariston, vibrando dalle corde vocali di una concorrente che invece alla fine ha fatto una scelta diversa. Sull’immaginario ci hai preso, io l’ho riportato a una dimensione più mia. Per una vita mi sono sentito sgridato, ripreso, ammonito per i miei comportamenti irrispettosi nei confronti di una qualche sensibilità morale. E alle volte, l’altrui bigottismo è riuscito a farmi sentire in colpa. Molte mie canzoni sono nate in momenti simili.
Hai investito non poco nel presentare le tue prime canzoni con interessanti videoclip. Davvero non male quello di Enter (regia di Stefano Poletti), invece non sono riuscito a recuperarne alcuni altri che non sono più visibili…
Alcuni videoclip al momento sono offline, perché non volevamo confondere il nostro pubblico. Ma un giorno torneranno ad essere disponibili. Stay tuned.
Mi è piaciuta molto la versione ‘unplugged’ di Vivo nello Scandalo presso i Mono Studio. Ne vedremo altre versioni?
Mi piacerebbe cantarne altre versioni in diverse lingue. Quel giorno comunque abbiamo registrato anche altri due unplugged che usciranno più avanti [Nel frattempo è stato reso disponibile quella di Oceano di Champagne, NdSA].
Ascoltando la tua produzione musicale non sono riuscito a fare a meno di pensare ad alcuni miei vecchi ascolti. Prova a dirmi in quale percentuale questi 5 titoli sono stati per te delle influenze. Giusto per capire quanto io sia fuori strada…
Spara! Mi sembra un ottimo modo per dare qualche consiglio musicale…
Gavin Friday, Shag Tobacco (1995)
Hmmm… gran bell’album: 30%
Tom Waits, Alice (2002)
Il mitico Tom. 60%
Rebecca Moore, Admiral Charcoal’s Song (1995)
Oddio, un disco che avevo totalmente dimenticato. Onestamente azzardo solo un 5%, ma chissà a livello inconscio. Ricordo però che in alcune tracce Jeff Buckley suonava un gran bel basso…
Danny Elfman, Tim Burton’s Nightmare Before Christmas Soundtrack (1993)
Qua vinci facile: 70%
AAVV, Closed on Account of Rabies: Poems and Tales Of Edgar Allan Poe (1997)
Non credo che molti lo conoscano. Per me un 15%
Se dovessi scegliere tra alcune opzioni, indipendentemente dagli eventuali vantaggi o svantaggi che ne trarrebbe la tua carriera discografica, per quale opteresti? Le opzioni sono la scomparsa della musica trap, l’inspiegabile ritrovamento di un album inedito di una rockstar del passato (qualsiasi nome eccellente è possibile: Jim Morrison, David Bowie, Michael Hutchence…), la scomparsa definitiva della musica liquida, l’accesso illimitato all’Archivio Beatles…
Sono tutte e quattro davvero molto sfiziose, ma se dovessi sceglierne una, altruisticamente, per il bene della musica di consumo, direi la scomparsa della musica liquida. Il futuro è offline: nell’aurale, nel convivio, nel sudore!
Continuando a sognare… domani il tuo management riceve 3 diverse telefonate e ti propongono di scrivere la colonna sonora per 3 progetti diversi. Devi scegliere tra il nuovo film di Luca Guadagnino, l’accompagnamento ai titoli di testa del prossimo James Bond e l’intera partitura per il fantomatico remake televisivo in 12 puntate di The Birds, originariamente diretto da Alfred Hitchcock…
James Bond tutta la vita, richiederebbe meno lavoro.
Quale sarà la tua attività live per il 2022? Come è adatta la tua recentissima “campagna spagnola”?
Ogni volta che vado in Spagna mi domando cosa mi trattenga dal trasferirmi un luogo in cui ai concerti si vive un brivido speciale, inimmaginabile qui dove il banchetto del merchandise è sempre deserto, i colleghi si farebbero tranciare un braccio pur di non esternare la propria stima, dove esistono pochi locali di media grandezza dove giovani tra i venti e i trenta pagano un biglietto per scoprire una cosa nuova e magari esaltarsi. In Spagna queste cose ci sono, c’è una qualche cultura del rock e c’è una cultura mediterranea che qui sta svanendo inghiottita da un certo provincialismo un po’ infighettato che guarda non so dove non avendone le credenziali. Ma JSP è un’entità italiana, che all’Italia sta puntando. E vuole riportare un altro tipo di gioia, è a questo che stiamo lavorando per l’attività live. Uno spettacolo ben suonato, carico di energia primordiale, di ironia, di dramma, di voglia di godersela senza freni; i tempi disperati in cui viviamo lo richiedono.
Il nuovo disco vedrà la luce solo verso la fine dell’anno. Ti va di condividere quali obiettivi tu e il produttore Matteo Cantaluppi vi siete posti?
Uno soltanto, divertirci. Oh… anche regalarvi il migliore album pop-rock degli ultimi 25 anni!

