kelly Moran
kelly Moran, foto per la stampa (2023)

Kelly Moran. I colori di un orecchio assoluto, l’intervista

Kelly Moran l’abbiamo conosciuta con Ultraviolet, il suo terzo e ad oggi più noto lavoro. A pubblicarlo nel 2018 è Warp, etichetta da sempre attenta alle commistioni tra generi anche lontani e la proposta della compositrice statunitense vi rientrava a pieno titolo fin da una autodichiarata miscela di jazz, dream pop, black metal e classica.

Sulla carta il suo lavoro pareva uno di quelli eccentrici e massimalisti, un vorticoso caleidoscopio di suggestioni, al contrario si rivela un’opera coesa, pittorica e ambientale. Al centro un piano preparato alla maniera di John Cage che per come viene suonato, o meglio, pizzicato o percosso mimetizza lo strumento facendogli assumere sembianze differenti. È una marimba quella che ascoltiamo? Un’arpa? Un vibrafono? E così la musica, soggetta a sottili trattamenti elettronici, che spazia dalle stanze sonore del thinker Brian Eno alla musica ritualistica giapponese di Midori Takada, al gamelan e, naturalmente, al minimalismo, a quello di metodo di uno Steve Reich piuttosto che a quello di scuola Philip Glass e Terry Riley.

Al Node Festival, Kelly Moran proporrà una versione differente di Ultraviolet. Lo leggerete nell’intervista, il piano preparato non è più al centro del suo mondo creativo, e per questo tour la sfida era quella di eseguirne i brani senza l’elemento cage-iano. Solo piano dunque. Una versione minimale di un lavoro già piuttosto composto e misurato.

Nel frattempo, la musicista ha sviluppato una nuova passione, quella per il Disklavier. Con il piano meccanico che oggi comunemente associamo alla sigla di Westworld, la musicista ha eseguito una cover di Avril 14th di Aphex Twin, propronendo un’esecuzione mista, o meglio stratificata, (un mix tra riproduzione meccanica e da lei suonata) ma anche un EP di recente pubblicazione, Vesela. E sempre approfondendo questa vena, uscirà, il prossimo album, un album in cui ascolteremo il risultato più compiuto di questi nuovi esperimenti.

Lo avrete capito, è un’artista in continuo movimento, aperta alle sfide e alle collaborazioni più disparate (da Prurient a OPN, dal prog al jazz e alle rock band) eppure molto centrata quando si tratta della propria opera, un ecosistema dove ogni elemento è al proprio posto e ogni struttura lavorata in sottrazione. Oltre ad avere l’orecchio assoluto, Kelly Moran possiede un altro dono, quello della sinestesia. E una domanda su quest’argomento, non certo nuova per lei, non poteva certo mancare.

Ti sei fatta notare nel giro della contemporanea sofistica della Grande Mela suonando con il Charlie Looker Ensemble e per Margaret Leng-Tan, collaboratrice degli ultimi anni di John Cage. In che modo queste collaborazioni hanno forgiato il tuo modo di fare e pensare la musica?

Charlie Looker e Margaret Leng-Tan sono due musicisti incredibili, molto differenti nell’approccio ma molto simili per dedizione ed etica del lavoro. Per loro la musica è qualcosa di molto serio. Li ho osservati entrambi a lungo ed ho imparato molto. Per entrambi i progetti, ho plasmato il mio modo di lavorare affinché potesse rientrare nelle loro rispettive visioni artistiche, cosa che non mi ha dato molto spazio per esprimere la mia di voce. Nello specifico, nel progetto di Charlie, io suonavo la musica che lui componeva, ero dunque qualcosa di più che una musicista in affitto, eppure le mie parti suonate erano più importanti della creatività che avrei potuto apporvi.

È stato bello aiutarlo ad ottenere ciò che voleva da quelle composizioni ma da allora ad oggi mi sono dedicata a collaborazioni in cui avevo più spazio per esprimermi e non semplicemente realizzare un’opera altrui. Quando ho lavorato con Margaret mi è stato affidato il compito di comporre un brano per lei utilizzando un piano preparato e un piano giocattolo. È stata piuttosto chiara e intimidatoria nel criticare ciò che avevo da offrirle, cosa che mi ha portato a ricercare un completo senso di libertà quando mi sono ritrovata a comporre la mia musica.

Possiamo ancora dire che il piano preparato è al centro del tuo mondo musicale? Rappresenta sempre quel mondo di infinite possibilità come hai dichiarato tempo fa?

No non lo è più, nella maniera più assoluta. Stavo per scrivere un altro lavoro per piano preparato quando è arrivata la pandemia nel 2020. Trovandomi chiusa in casa per settimane ho sentito il bisogno di esplorare modi e modalità completamente differenti – ma sempre al piano – per riattivare l’ispirazione. In quel periodo Yamaha mi ha prestato un disklavier, strumento che da allora è diventata la mia ossessione. Se c’è uno strumento che è al centro dei miei pensieri oggi è quello. Con il disklavier ho pubblicato di recente un EP e sempre in quello stile uscirà un album il prossimo anno. Sì il piano per me è sempre un mondo dalle infinite possibilità, riesco sempre a trovare nuovi modi di approcciarmici e così trovare nuova ispirazione.

Piano preparato ma anche synth modualri, ambient e prog, avant rock e fascinazioni black metal. Non è facile inquadrare la tua musica ed i tuoi interessi musicali. Sembra crescano come un albero dalla continua fioritura, ma forse questa non è la migliore delle metafore…

Ho interessi musicali molto estesi. Ascolto molta musica estrema, differenti tipi di musica estrema, musica che non diresti che ascolto sentendo ciò che compongo. Fin da piccola sono cresciuta suonando e sperimentando con diversi tipi di strumenti come il piano, il contrabbasso, il clarinetto, la chitarra, o la mia voce, ognuno di questi mi ha portato a esplorare differenti generi musicali. Ho suonato in un’orchestra classica, in una jazz band, in ensemble da camera, in rock band, in cori e tutto questo mi ha influenzato e fatto conoscere numerosi stili musicali. Credo che oggi, a livello subconscio, queste disparate influenze musicali si fondano assieme nella mia testa mentre compongo.

kelly Moran
kelly Moran, foto per la stampa (2023)

Come è stato lavorare con Oneohtrix Point Never for il progetto Myriad?

È stato interessante! Una sfida come musicista imparare a suonare la sua musica e questo per via di un’esecuzione che poteva essere molto complicata e “non-pianistica”. Credo che quel progetto mi abbia fatto diventare una musicista migliore e ancor di più una performer più competente. Inoltre è stato fantastico suonare con gente come Aaron David Ross e Eli Keszler. C’è una pressione differente quando suoni la musica di qualcun altro e non la tua.

È sempre interessante conoscere una musicista che possiede il dono della sinestesia. È qualcosa che è cresciuta con gli anni o che hai o non hai?

Qualcosa di cui non ero consapevole finché non ho iniziato a analizzare il modo in cui pensavo le note. Ho l’orecchio assoluto e per me certe note hanno una precisa connotazione in termini di colore. Quando ero in prima media un insegnate notò che avevo l’orecchio assoluto e mi spiegò cosa significasse.

Quando ho imparato a distinguere ogni singola nota, nella mia mente possedeva una caratteristica specifica, proprio come un colore, e questa associazione non era deliberata. Non ho idea del perché il La è rosso acceso, il Re è blu scuro e il Mi bemolle sia arancione-giallo ma è così, nella mia mente questo legame, non appena leggo le note, è istantaneo. Penso che per altre persone che possiedono questa facoltà sia differente, nel senso che ognuno ha un proprio modo di spiegarlo e farne esperienza.

Come è stato composto il nuovo EP Vesela? Dobbiamo aspettarci un live centrato sulle sue composizioni?

Come sopraccennato Vesela è stato composto con il disklavier player piano della Yamaha. Ho registrato più parti di me stessa che suonano lo strumento, parti che lo strumento suona poi in automatico. Se vedi un piano che esegue queste partiture è un po’ vedessi 4 o 5 mani invisibili suonare quelle sezioni. È simile al modo in cui i chitarristi utilizzano il pedale del loop e stratificano le loro composizioni, livello su livello, con la differenza che il loop viene letteralmente eseguito sullo strumento.

Cosa proporrai invece al NODE Festival?

Suonerò dei brani di Ultraviolet e nuove composizioni. Dalla pandemia in avanti suono parti di quel lavoro senza elettronica e preparazioni come versioni essenziali. Ogni traccia avrà un accompagnamento visivo ma senza che questo interagisca con la performance musicale. Questo mi darà maggior libertà in termini performativi, aspetto che conferirà alla musica maggiore disinibizione e espressività.

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