Zen Circus
Zen Circus, foto per la stampa di Ilaria Magliocchetti Lombi 2022

Non fare le cose sempre uguali: intervista a Ufo degli Zen Circus

Abbiamo scambiato qualche parola con Massimiliano “Ufo” Schiavelli, bassista degli Zen Circus a proposito del loro ultimo Cari fottutissimi amici, un disco composto interamente da duetti realizzati apposta insieme a vecchi amici e nomi più inattesi. Un passo notevole e coraggioso che mostra come, superati i vent’anni di carriera, ci sia ancora voglia di tentare strade diverse.

Cominciamo dal nuovo disco, un disco di featuring che è curioso perché è una cosa un po’ più da rappers che da rockers. È nato per caso perché avevate cominciato a fare collaborazioni o perché avete detto “cambiamo un po’, anche confrontandoci con altri”?

Guarda, in primo luogo lo sapevamo benissimo che è una cosa che si usa molto, molto di più in altri ambiti che non nel nostro, e un po’ ci lamentavamo perché noi siamo sempre stati parecchio alfieri di questa cosa qua, anche nei dischi precedenti: se uno va a spulciare la discografia, in ogni album ci trova Giorgio Canali, e Alessandro Fiori, e Dente, e i Ministri, e Francesco Motta, e Brian Ritchie, e Kim Deal ecc… se vai a vedere ne abbiamo fatte tantissime di collaborazioni. E ci lamentavamo del fatto che era relegato all’ambiente rap, poi trap, oppure pop da classifica, a quegli ambienti là mentre nel nostro, quello alternativo italiano, che uno si muovesse dal suo orticello era una cosa vissuta quasi con un certo sospetto. Noi siamo sempre stati parecchio contrari a questa mentalità, abbiamo sempre incoraggiato la collaborazione, anche fattivamente, anzi dando una mano a dei progetti che dovevano partire facendoli suonare con noi, facendogli fare concerti con noi, producendo anche i lavori di queste persone, quindi noi siamo sempre stati per la collaborazione.

Poi è successo che, dopo L’ultima casa accogliente, avevamo dei brani già “semilavorati”, diciamo, che erano una manciata, due-tre, e avevamo pensato che sarebbe stato bello metterci una collaborazione, fare un repack dell’album aggiungendo due o tre collaborazioni: così, per mettere un po’ di spezie sul piatto. Poi si è visto che erano di più, c’erano più possibilità di collaborazione, più materiale e naturalmente ci è venuto spontaneo presentare una raccolta intera; e qui c’è il senso del lavoro: una raccolta. Non c’è un filo conduttore come in L’ultima casa accogliente, o come Il fuoco in una stanza o in Canzoni contro la natura, dove c’è proprio un fil rouge, un concept, chiamiamolo tra molte virgolette; è più diciamo un attaccare insieme queste collaborazioni, e il risultato è questo Cari fottutissimi amici, per metterci anche un po’ di ironia su tutto, per parlare anche di noi, ci siamo anche noi in questa vita che ci viene appresso da vent’anni, ormai, che tracima anche nelle vite altrui: è questo il senso del lavoro.

E questo dal punto di vista musicale vi ha permesso di fare anche cose un po’ diverse, mi pare di sentire…

Esatto, perché uno dice “vabbè, a questo punto non mi pongo proprio nessun tipo di frame, nessun intento programmatico, vado dove vado a seconda dell’estro che viene”. Difatti è venuto fuori un singolo con Motta che non è un singolo, e questo ci riporta al fatto che sono featuring fatti per il gusto di farli, altrimenti uno non fa una canzone che non è assolutamente veicolabile coi mezzi normali, perché fossimo stati ai tempi dei Procol Harum forse (ride), ma ora… un singolo di dodici minuti nemmeno i Black Sabbath – anzi loro sì, hanno fatto un singolo di otto minuti e mezzo, ma sono proprio i Black Sabbath.

E quindi sì, c’è anche quella possibilità, approfittando della presenza di questi amici vecchi e nuovi, di spaziare un po’ di qua e un po’ di là, e chiaramente, se ti viene in mente di fare una cosa con Speranza, di sicuro il pezzo folk mistico, la ballata non ti viene fuori; infatti è venuto fuori un pezzo parecchio crossover – che è proprio quello che volevamo fare: rimettere in auge il vecchio crossover che tante soddisfazioni ci ha dato quando eravamo ragazzi.

Tutto sommato è una creazione moderna, parecchio moderna, ma c’è anche questo filo che si ricollega a questo vecchio tema del rock che incontra il rap, che a volte è stato molto divertente e molto fruttuoso. E quindi ci ha permesso di spaziare molto: penso a un brano come quello con Ditonellapiaga: con la sua presenza ha preso un andamento, una maniera che non è proprio tipicamente Zen. E siamo contentissimi di questo, di poter spaziare o di andare quasi nella musica ambient, come nella traccia che chiude l’album, che essendo un pezzo ambient non ha nulla a che vedere con il nostro linguaggio ma secondo noi era il momento di fare anche questa.

Perché poi un pezzo lungo in cui vi lasciate andare a “suonare” facendo uscire questa coesione che avete costruito in 20 e più anni di palchi, nei vostri dischi c’è quasi sempre: stavolta c’è sia quello con Motta che quello finale con Musica da cucina…

Sì esatto. Non è proprio una novità totale, perché in ogni disco abbiamo messo il pezzo che noi chiamiamo “un po’ più prog” da far girare “finché ce n’è” quindi sì, in quel senso lì non lo è. Però qui, per esempio c’è così tanta storia e tanto vissuto con Francesco che era impossibile condensarlo in un brano di tre minuti e venti, come imporrebbe il manuale Cencelli di scrittura attuale – e anzi, se uno potesse fare dei brani ancora più corti sarebbe meglio. In questo caso qui c’era talmente tanto da raccontarci, da sperimentare insieme che abbiamo detto “lasciamo fare alla musica”. Nella canzone poi è la musica che ti porta, che ti salva la vita o te la rovina, a seconda di come la vedi, quindi era giusto che andasse così. Comunque sì, è vero: in ogni album nostro c’è una canzone lasciata andare così, a briglia sciolta.

Zen Circus
Zen Circus, foto per la stampa di Ilaria Magliocchetti Lombi 2022

Mi hai detto che alcune canzoni c’erano già, quella con Brunori è partita da una sua: in generale si dividono equamente quelle partite da voi e quelle partite da uno spunto degli ospiti o in generale lo spunto di partenza era il vostro?

No, con Brunori (ridendo) è stata sostituita proprio da una bozza sua: quella è stata l’unica. Lui ha mandato un whatsapp, doveva essere la risposta alla nostra proposta e nel vocale c’era lui con la chitarra che diceva «perché non facciamo questa?». Le altre sono praticamente bozze nostre con l’integrazione dell’ospite che in alcuni casi, però, ha collaborato a smontarle, rimontarle, limarle. Sotto questo aspetto per esempio abbiamo apprezzato molto l’intelligenza e la brillantezza di Emma Nolde, che ha sì preso la nostra bozza, però ha dato dei suggerimenti, delle idee, degli spunti veramente notevoli: si vede un’intelligenza al lavoro che sicuramente darà molte altre soddisfazioni a tutti nell’avvenire, perché si vede proprio un’elasticità, una brillantezza notevoli, di grosso spessore. Comunque generalmente sono bozze sulle quali l’amico inserisce, mette del suo. È stato molto, molto bello lavorare anche con Carboni, proprio per questa sua disponibilità che c’è stata a scambiarsi le idee e a tirar fuori un sunto in cui ognuno avesse la sua personalità, che rimanesse la personalità di ognuno di noi però, in una sintesi “altra”, dunque una cosa molto bella.

Ecco, Carboni è un nome che potrebbe sembrare strano, però ha il precedente della collaborazione con Freak Antoni: si sta allontanando dal pop per spostarsi verso un altro genere?

Sì. In realtà Carboni lo abbiamo sempre guardato con molto, molto affetto, perché aveva delle caratteristiche… io personalmente, quando ero ragazzino, tra la roba che girava in quegli anni, da lui mi sentivo istintivamente più attratto, comunque: forse perché c’era una narrazione un po’ loser, un po’ dimessa, se vogliamo anche provinciale. E forse, noi ancora non lo sapevamo, ma ci stava stimolando qualcosa dentro. Così avevamo questa ballad in mano e ci è venuto il pensiero: un pensiero un po’ folle perché uno dice, “ora vai a chiamare proprio Carboni” e poi “perché no? Lui le capirebbe queste cose”. E così è stato: la sensibilità era veramente vicina alla nostra. Poi persona squisita, un signore vero: ci siamo conosciuti a Bologna casualmente perché eravamo invitati allo stesso evento, ha fatto addirittura lui il primo passo, si è venuto a presentare, ci ha fatto molti discorsi molto dolci e molto belli, quindi vedi, alla fine doveva succedere.

The Zen Circus
The Zen Circus, la cover di “Cari Fottutissimi Amici”

Parlando di un’altra collaborazione, immagino che la veste electroclash di 118 non ve l’abbia ispirata Claudio Santamaria…

Ah Ah, no, quella è uscita proprio così, una smattata proprio di Andrea (Appino, ndSA), venuta fuori così. Le parti di parlato le aveva registrate così a caso, per prova. Poi è nato il brano, ed era talmente “messo di fuori” che abbiamo detto “quasi quasi lasciamo tutto così e vediamo che succede”. Poi cos’è successo? Che c’era un break dov’era necessario un parlato e ci siamo accorti che noi non ci arrivavamo, che ci voleva un attore per forza. Andrea è un ottimo scrittore, un ottimo cantante, ma attore non è. E lì ci è sovvenuto che con Claudio ci eravamo già visti diverse volte, era venuto a sentirci suonare, e abbiamo detto “ecco un altro feuturing che potremmo fare, proviamo a sentire”. E infatti, poi si vede che c’era qualche affinità pregressa sottotraccia, perché ha detto “Ma certo, ma perché no, vengo e racconto quello che c’è da raccontare”, e ci ha fatto questo bellissimo intervento.

In generale scrive Andrea oppure qualcosa nasce in sala prove, portate giri, idee…?

No, lui non riesce a star fermo e partorisce bozze su bozze e ce ne sottopone a carrettate. Poi insieme valutiamo il da farsi e finalizziamo, però sì, la gallina dalle uova d’oro è lui (ride, ndSA). Poi dipende se è oro o stagnola, magari è quella delle uova di Pasqua: la speranza è che diventino d’oro.

Ho anche apprezzato il libro, anche se nell’ambiente pisano c’è chi dice che le date non sono esatte “quel concerto a Rebeldìa non era prima della partenza perché c’ero e me lo ricordo ecc…”, ma lì è lo scrittore che ha deciso di organizzare la materia in un altro modo…

Certo, perché lo abbiamo premesso che era “anti-biografico”, quindi è chiaro che lui poi ha dovuto comprimere e allungare delle cose per dare una narrazione tipo romanzo, è ovvio: gli eventi sono terribilmente veri (ride, ndSA), poi ha spostato e condensato per ordinare una scaletta, perché è un romanzo.

Sì, certo. Passando ad altro, ora partirete in tour: riuscirete ad avere sul palco qualcuno degli ospiti del disco?

Eh, questo è tema di dibattito in questi giorni: partiremo in tour e stiamo cercando di capire cosa è fattibile e cosa no, quali brani sono realmente eseguibili e quali di questi sono eseguibili con il diretto interessato. Questa è una cosa per cui bisogna venire a vedere i concerti (ride, ndSA).

Spazio pubblicità… magari ci vorrebbe il megaevento con tutti, poi nelle varie date con chi c’è…

Eh, stiamo cercando di raccapezzarci, di capire cosa abbiamo combinato, perché stiamo cominciando a capirlo solo ora che il disco è uscito.

Per il disco scorso dovevate andare a registrare in Texas poi è saltato tutto per la pandemia. Non ci andate più?

Mah, alla fine gli eventi ci hanno sopraffatti, siamo finiti confinati a Livorno, meno male avevamo le bozze anche lì, e che vuoi fare. Però ci hanno lasciato un voucher del volo da Los Angeles fino al Texas, quello non ce l’hanno rimborsato e abbiamo ancora il voucher aperto; se ci verrà ancora l’estro di andare a registrare laggiù ci andremo, anche se nel frattempo ci sono scappati altri due dischi home-made, vedremo un po’ che succederà.

Una curiosità mia: il vostro primo disco è uscito nel ’98 o nel ’99? Perché alcune fonti riportano un anno, altre l’altro…

Ah… aspetta, c’è anche Appino [rivolto a lui: “Ma About tramps… è ’98 o ’99?”, ndSA]. Allora, registrato nel ’98, uscito nel ’99, te lo confermo. Che poi io arrivai nel 2000, il disco c’era già e c’era ancora la metà delle copie, poi andate via nei concerti successivi. Da allora se ne sono perse le tracce, è diventato un oggetto quasi iconico. Non so nemmeno se ce l’ho io. Anzi sì, uno ce l’ho.

Ultima cosa: com’è stato andare a Sanremo con una canzone senza ritornello?

Il fatto di Sanremo è stato singolare, unico, speciale; molto bello anche andarci con un pezzo del genere, ma l’abbiamo fatto anche un po’ apposta perché ci sembrava giusto così, ci sembrava giusto andare con un pezzo diverso. L’atmosfera di Sanremo è paradossale, è un grande evento e un evento bizzarro che travalica un po’ in tutti i campi: nel costume, nella moda, non è solo musicale. Però devo dire, molto divertente, come un grande campeggio dove vai con gli amici a passare una settimana. Ci torneremmo anche volentieri, guarda, veramente – fatto salvo che c’era anche una situazione, un cast che ci incoraggiava in tal senso, perché c’era così tanta gente a noi affine. Anche con la gente che non era del nostro ambito ci siamo trovati da Dio, mi piace sottolineare che abbiamo avuto dei bellissimi momenti insieme a Nek, per dire, con altri artisti, una bellissima chiacchierata con Nino D’Angelo, che ci parlava dell’importanza del sound giusto… bello, divertente, ci torneremmo volentieri: questa volta però con un pezzo col ritornello, eh eh, perché non si può fare le cose sempre uguali.

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