Una cover non è mai solo una cover. Intervista ai Nouvelle Vague
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Fernando Giacinti
- 20 Febbraio 2024
I Nouvelle Vague sono ormai un’istituzione. Da venti anni precisi (è del 2004 il loro debutto omonimo) portano avanti la loro proposta musicale, fatta di riarrangiamenti di classici, soprattutto post-punk e new wave. In occasione dell’uscita del loro sesto disco, Should I Stay or Should I go, abbiamo fatto due chiacchiere con Marc Collin, l’ideatore di questo formato che tanto successo ha avuto negli anni. Ci ha raccontato del processo creativo dietro i loro lavori, di come si sceglie una canzone e di come la si trasforma. Inoltre, ci ha parlato del rapporto fra aspettativa e realtà, e di come new wave e bossanova abbiano più cose in comune di quanto si creda.
Nella press release dici che non avevi in mente di fare un nuovo album, ma che l’incontro con Alonya ti ha fatto cambiare idea. Ci parli un po’ di questo processo?
Non avevo pianificato di fare un nuovo album, perché penso di aver detto tutto, in ogni modo, nei nostri 5 dischi precedenti. Ma ci sono stati due aspetti che ci hanno fatto cambiare idea. Il primo è che ho incontrato il capo della PIAS, l’etichetta che ha pubblicato i nostri primi lavori, che mi ha sollecitato a fare qualcosa visto l’anniversario (il ventennale dal debutto omonimo, NdA). Sebbene fosse una bella idea, non ero proprio ispirato. Qualche giorno dopo sono andato a una festa e ho conosciuto questa ragazza, Alonya, e ho adorato fin da subito la sua energia. Le ho chiesto di venire in studio a provare una versione di Should I Stay or Should I go e di colpo tutto ha preso senso. Mi sono detto “ok, hai la tua interprete”, e questo mi ha suggerito lo stile per arrangiare anche gli altri brani
Nel 2024 si festeggia il ventennale del vostro debutto. Qual è stata l’idea dietro la formazione della band? Come mai avete deciso di reinterpretare canzoni post-punk con la bossanova, un genere molto lontano nel tempo e nello spazio?
L’idea iniziale era quella di provare che i gruppi post-punk, gente che conosceva a malapena qualche accordo, scrivevano canzoni classiche per la mia generazione. Così ho voluto provare che, per esempio, i Cure, i Depeche Mode, i New Order suonassero davvero pezzi classici. Penso sia stata una buona idea dare prova di questo, riarrangiare le canzoni in modo totalmente nuovo, e trasportarle in un’altra epoca, come il Brasile degli anni ’50. Pensavo di restituire il senso di quelle canzoni con solamente una chitarra, e facendo attenzione alle loro melodie. Questa è stata l’idea principale. Successivamente, ho pensato che l’idea potesse funzionare perché la bossanova e la New Wave condividono la stessa malinconia.
Qualcuno pensa che le cover bossanova vanno bene solo per i supermercati o gli studi dentistici. La vostra musica però ha una componente straniante, perché ci si aspetta una cover di, che so, Barry White; non certo dei Bauhaus o dei Joy Division. E’ questo che volete suscitare al pubblico, uno scarto fra aspettative e realtà?
Innanzitutto, fammi dire che l’idea alla base del nostro primo disco era quella di fare cover bossanova. Dopo il secondo lavoro, nel 2006, ho veramente cambiato direzione e iniziato a esplorare altri generi. Per esempio, delle versioni reggae dei Blondie. Nel nuovo disco non c’è solo bossanova, ma anche influenze blues e soul. E comunque sì, mi piace proporre al pubblico qualcosa di inaspettato, una vera sorpresa, un vero viaggio negli anni ’80, ’70, canzoni cantate da giovani uomini arrabbiati reinventate completamente. La stessa canzone come avrebbe potuto essere cantata negli anni ’50 a Detroit, o negli anni ’60 a Rio, o nei ’70 a Parigi, questo genere di cose.
Com’è lavorare in una cover band? C’è un metodo di selezione dei pezzi: magari il testo o le possibilità di arrangiamento?
Non c’è una vera ricetta, ho scelto delle canzoni che mi ronzano in testa da tanto tempo. Da musicista, accade che ascolto una canzone e penso “ok questa è geniale, dovrei reinterpretarla, io o qualcun altro”. E dopo mi siedo al piano, gioco un po’ con gli accordi e le melodie. Spesso mi viene in mente che, fra gli accordi, c’è qualcosa di mio da inserire, mi vengono delle idee per arrangiamenti. Posso anche cominciare dalle parole. Per esempio She’s in Parties, ho letto che è basata su Marilyn Monroe, e sono andato verso uno stile da colonna sonora alla John Barry.
Il vostro disco secondo me ha due peculiarità. Una sono gli arrangiamenti: alcune canzoni sono reggae, altre suonano come un gruppo vocale degli anni ’60 prodotto da Phil Spector. L’altra riguarda la selezione delle canzoni: molto pop glitterato anni ’80. Come combini il processo di selezione con la scelta degli arrangiamenti? Ci sono canzoni che chiamano uno stile specifico?
Mi piace mescolare canzoni molto famose e pezzi sconosciuti. In questo album ho scelto, ad esempio, Breakfast dei The Associates, o Girlfriend degli Specials, insieme a pezzi di grande impatto. Mi piace proporre al pubblico un mix, fargli riscoprire delle canzoni dimenticate. Non si tratta solo di fare cover, ma di aggiungere qualcosa di personale e creare una versione completamente nuova della canzone.
