Le pulsazioni del vetro. Intervista a Max Casacci e Daniele Mana

Max Casacci e Daniele Mana proseguono il loro sodalizio artistico iniziato nel 2011, arricchendolo di un’uscita discografica (Glasstress è appena stato pubblicato da Bad Panda Records e recensito su queste pagine da Daniele Rigoli) e di una nuova performance live Glasstress meets Pulse! realizzata per l’opening al Fabbrica Europa di Firenze. Andrea Mi ne ha approfittato per una intervista doppia.

daniele mana glasstress

C’è Torino sullo sfondo di una delle collaborazioni artistiche più interessanti in seno alla scena musicale italiana: quella tra lo storico chitarrista dei Subsonica e degli Africa Unite, Max Casacci, e Vaghe Stelle, al secolo Daniele Mana, punta di diamante dell’elettronica nostrana già nel catalogo della Other People di Nicolas Jaar. E poi ci sono almeno due grandi eventi culturali, da rubricare come complici: la Biennale d’Arte di Venezia e il Torino Jazz Festival. Sono state infatti queste le commissioni artistiche attorno alle quali è stato costruito un percorso di ricerca intergenerazionale capace di inglobare sound design e paesaggi sonori, arte del campionamento e field recording. L’omonimo disco uscito in questi giorni per l’etichetta del panda cattivo nasce proprio da quella prima commissione veneziana, Glasstress, nella quale i due musicisti avevano campionato i suoni di una fornace a Murano per generare tessiture ritmiche senza nessun preset o drum machine, ma utilizzando unicamente il suono del vetro, modellato dai maestri vetrai del Berengo Studio. Il potente forno per la cottura del materiale prende il posto del basso, il tintinnio del cristallo disegna le melodie, mentre i rumori d’ambiente diventano la grana sonora di un lavoro affascinante ed etereo.

Pulse! Jazz and the City è, invece, il progetto nato dal Torino Jazz Festival con l’intento di costruire una sinfonia urbana contemporanea partendo dai suoi rumori: il traffico, le campane, gli ingranaggi delle fabbriche, i segnali acustici dei mezzi pubblici, le voci degli stadi, i fiumi, le fontane e i mercati. Processati ed editati per via digitale quei suoni venivano contrappuntati dagli interventi di Enrico Rava, Flavio Boltro, Gianluca Petrella, Furio Di Castri ed Enzo Zirilli. Memori delle storiche ricerche di Pierre Schaeffer e Walter Ruttmann (ma forse anche dell’Intonarumori di Russolo) i campionamenti della città diventano la base di partenza per un racconto musicale in divenire, 

nel quale il suono è materia plasmabile, processata in tempo reale.

Glasstress meets Pulse! è il titolo della nuova performance di Casacci & Mana ospitata nel programma di Fabbrica Europa 2016. Il quartier generale del festival è proprio la Stazione Leopolda di Firenze, luogo simbolicamente perfetto per un progetto nel quale i due artisti partiranno da quanto verrà campionato in presa diretta, dal loro arrivo in treno alla Stazione Santa Maria Novella fino al percorso in tranvia che faranno per raggiungere la location dell’evento. I paesaggi sonori dei mezzi di trasporto diventeranno materia portante di un set live che si propone come fusione ideale dei due progetti.

Potete raccontarci l’inizio della vostra collaborazione?

(Max) Avevo coinvolto Daniele, mentre ero direttore del festival Traffic, per la sonorizzazione di un ex dinamitificio trasformato oggi in Eco Museo. Lo apprezzavo già per suoi live set ma la cura e la serietà con le quali ha affrontato quella sonorizzazione mi hanno decisamente colpito. In pratica era arrivato a “scomporre” le tracce per assegnare ogni singola parte ad un diverso diffusore sonoro, accompagnando così il visitatore durante il percorso e generando zone di intreccio sonoro intensamente suggestive. Il suo approccio e il suo rigore mi hanno impressionato e incuriosito allo stesso tempo. Mi sono ripromesso di provare a lavorarci insieme.

(Daniele) Mi sono trovato a lavorare con Max in studio la prima volta con il progetto Glasstress nel 2011. Abbiamo trovato subito la giusta alchimia in studio. Max ha da subito capito la mia attitudine alla sperimentazione e mi ha lasciato divertire con i sample mentre lui ha da subito cominciare a raddrizzare le mie idee per portarle su un versante più “pop”. La collaborazione con i DYD è molto più recente invece, stavo producendo il loro EP per Gang Of Ducks ed è stato naturale proseguire la collaborazione con la co-produzione di una traccia insieme nel suo Andromeda Studio.

L’iter di Glasstress è stato molto lungo e articolato. Il primo step c’è stato per la 54° edizione della Biennale d’Arte di Venezia nel 2011, mentre l’uscita del disco per Bad Panda Records è di qualche giorno fa. Quali sono stati i passaggi principali intercorsi?

(Max) Adriano Berengo, il patron di Glasstress, ci ha commissionato una “opera” da esporre nella sua mostra al pari delle opere in vetro mediante diffusori acustici: un’opera di musica in vetro. Fa sorridere il fatto che oggi alla musica venga generalmente chiesto di essere tutt’altro che “Arte”.

Abbiamo da subito evitato di creare semplici e comodi “sottofondo” e siamo, al contrario, partiti da un approccio ritmico. Il ritmo era, del resto, l’elemento che più univa le nostre diverse esperienze musicali. Un terreno sul quale testare la compatibilità del nostro approccio creativo. E il vetro (o meglio: suoni e rumori della sua lavorazione) sarebbe stato presente proprio nell’ossatura ritmica del lavoro. Abbiamo quindi composto vere e proprie tracce. Inizialmente molto estese e adatte al luogo e ai tempi di fruizione all’interno della mostra. Il risultato è stato così entusiasmante da convincerci, in una fase successiva, a focalizzarle in una forma compatibile con un eventuale album. Successivamente abbiamo creato brani ex novo, per arrivare al risultato di oggi.

Il Berengo Studio, una fornace di Murano, rumori d’ambiente, suoni cristallini… Cosa cercavate e cosa avete trovato?

(Daniele) Entrare la prima volta nella fornace è stata un esperienza del tutto inaspettata. Il suono che la circonda non ha quasi niente di cristallino ma ricorda più quella della pulsione vitale di un essere quasi primordiale. Gli altiforni risuonano a frequenze bassissime e scandiscono subdoli i ritmi di lavoro mentre gli strumenti dei mastri vetrai battono e sbattono metallici in tutta la fornace. Questa esperienza ci ha portato alla consapevolezza che per riuscire a dare un’idea completa dell’esperienza materiale del vetro dovevamo aggiungere ritmi scanditi e pulsioni quasi industriali al suoni più cristallini del vetro finito.

Quale è stato il processo di studio attraverso il quale avete realizzato la versione finale delle tracce che possiamo sentire nel disco?

(Max) Premetto che con Daniele si è creata, da subito, un’affinità impressionante. Inizialmente lo schema era il suo approccio istintivo elaborato attraverso una mia lettura più strutturata. Ma, col passare del tempo, il gioco è stato anche quello di invertire i ruoli. La massima fiducia reciproca, la sensazione di poter passare il testimone all’altro in qualsiasi fase della lavorazione, hanno permesso di raggiungere in breve tempo risultati dei quali andiamo molto fieri entrambi. Per quanto riguarda le composizioni, alcuni brani nascono con le mani su una tastiera, altri partono da processi auto-generativi provenienti dalle macchinette di Daniele.

Per quanto riguarda il suono abbiamo deciso di mixare in analogico, ho utilizzato diversi preamplificatori a valvole per rendere tutto più caldo e avvolgente. Del resto le valvole sono fatte anche di vetro.

Sound design, musica concreta, scultura sonora, campionamento… le possibili letture di questo progetto paiono molteplici. Vi interessava l’idea del suono come materia musicale plasmabile?

(Daniele) Direi proprio di sì. Il nostro lavoro su Glasstress è basato proprio sul plasmare e ridisegnare i suoni concreti in qualcosa di più musicale e legato all’esperienza musicale collettiva.

Per esempio, abbiamo disegnato le nostre bassdrums lavorando sui bassi registrati dagli altiforni della fornace mentre la parte mediosa (la punta della cassa) è fatta da due frammenti di vetro che sbattono l’uno con l’altro.

Un discorso a parte merita certamente l’artwork del disco, nel quale trovano spazio le opere di altri artisti come Jan Fabre, Tony Cragg, Olafur Eliasson, la compianta Zaha Hadid e Pharrell Williams. Come avete fatto ad ottenere tutte le liberatorie?

(Max) Attraverso Adriano Berengo, che è l’ideatore della Mostra Glasstress, abbiamo ottenuto tutto con facilità. Una piccola curiosità: Pharrel Williams che è l’autore dell’opera Inside out, presente nella copertina del singolo Like a glass angel, ha voluto ascoltare tutto l’album prima di concedere il permesso. Prontamente accordato.

Dal campionamento dei maestri vetrai al campionamento dei suoni della città… Partendo da una commissione del Torino Jazz Festival avete creato Pulse! Jazz and the City. Ci racconti questo progetto?

(Max) Durante un viaggio di ritorno da Perugia a Torino, la scorsa estate, ho avuto modo di approfondire la conoscenza di Emanuele Cisi, sassofonista e compositore jazz. La sera prima Cisi, insieme ad altri jazzisti, era salito sul palco con i Subsonica per un evento speciale ideato appositamente per Umbria Jazz. È stato un incontro davvero intenso e stimolante, durante il quale abbiamo tracciato tutte le linee teoriche di Pulse: evento tenuto lo scorso 25 aprile, sul palco del Torino Jazz Festival e giudicato da molti entusiasmante e “storico” per la città. Il progetto parte dalla precedente esperienza mia e di Daniele sui rumori, su un determinato approccio alla musica elettronica, e si estende al jazz mediante gli strumenti dei jazzisti torinesi (tra i più importanti della scena nazionale e internazionale). Ma arriva ad includere anche l’hip hop di Ensi. Ovviamente quanto sta succedendo nella Los Angeles di Flying Lotus e di Kendrick Lamar, ha stimolato molto questa volontà di inglobare elementi solitamente così distanti in un’unica esperienza sonora. L’ambiente di riferimento diventa la città: i suoni dei mezzi di trasporto, i luoghi del lavoro, i rumori stradali, le fontane, le curve degli stadi, il suono notturno delle rotative del quotidiano, i rumori dei bar… Nel jazz la componente urbana viene rappresentata dalla batteria, il “pulse” è quel movimento ritmico incalzante che trasforma lo swing in frenesia. Nel nostro esperimento, la città sostituisce direttamente la batteria, presentandosi con il mosaico di suoni che abbiamo tutti nelle orecchie fin da quando siamo bambini.

Come mescolerete i due progetti Pulse e Glasstress nel live fiorentino?

(Daniele) Registreremo i suoni della tranvia fiorentina come abbiamo fatto in precedenza per la produzione di Pulse con quella torinese e lavoreremo con il sound design come con Glasstress per creare un tessuto sonoro ritmico fatto solo con suoni concreti, che suoneremo poi stanotte nel nostro live insieme ai brani di Glasstress e a qualche inedito del progetto Pulse.

Etude aux chemins de fer è state il primo brano di musica concreta composto da Pierre Schaeffer nel 1948, proprio registrando i suoni prodotti da un viaggio in treno. Al vostro arrivo a Firenze, giovedì prossimo, registrerete il paesaggio sonoro della tranvia per rielaborarlo nella forma live. Vi interessa il concetto di “sinfonia urbana”?

(Daniele) Il concetto di sinfonia urbana è stato l’idea di partenza di Pulse. Abbiamo cominciato dall’idea di utilizzare solo suoni provenienti da Torino per creare i groove e le ritmiche dell’album, per poi unirle alle sonorità jazz che storicamente esprimono il concetto di sinfonia urbana al meglio.

Pratiche come il field recording e la musica concreta, che hanno una lunga tradizione nella musica di ricerca, sembrano oggi ritornare prepotentemente in auge. Quali sono le ragioni principali, secondo voi?

(Max) Le ragioni, a mio avviso, sono da ricercarsi nella necessità, sempre più diffusa, di rapportarsi a una musica che contenga significati. Quando si torna a raccontare, quando ci si misura con dei presupposti che vanno oltre la pura esperienza estetica, oggi ci sono nuovamente orecchie pronte ad ascoltare.

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