La libertà di essere un cantautore. Intervista a Luca Di Maio
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Fabrizio Zampighi
- 15 Aprile 2016
Undici anni passati negli Insula Dulcamara, cinque dischi all’attivo con la band, e poi un percorso solista attivato nel 2012 che lo ha portato prima alla scrittura della colonna sonora del film di animazione L’arte della felicità di Alessandro Rak e infine all’esordio in solo con Letiana, album prodotto artisticamente da Marco Parente: questa, in breve, la carta di identità di Luca di Maio, musicista prima che cantautore, o forse sarebbe meglio dire songwriter, vista la facilità con cui, con la sua musica, evita i cliché del cantautorato nostrano più classico per diventare altro: «alla fine, se ci pensi, anche Thom Yorke o Jeff Tweedy sono dei cantautori, nel senso che scrivono e cantano le loro canzoni, eppure non li associamo né al genere né alla stanchezza che lo accompagna, almeno qui in Italia. Probabilmente perché hanno evitato di ricalcare un modello, prendendone invece lo spirito, adattandolo alle nuove sonorità o a nuovi stili lirici. Che è esattamente la direzione verso cui credo si dovrebbe tendere».
Nel primo disco solista di Di Maio c’è una grande attenzione per una parte musicale sfuggente, complessa, difficilmente etichettabile; c’è una scrittura che lavora per immagini poetiche e con la voglia di indagare linguaggi inediti nei testi – ad esempio in brani come La normalità, in cui il punto di vista utilizzato è piuttosto singolare (e amaro, visto che si parla di violenza sulle donne) – per arrivare a un risultato finale da un lato riconducibile alla tradizione e dall’altro capace di mostrare «elementi destabilizzanti da scoprire poco alla volta». Dettagli che valorizzano l’insieme, tra chitarre elettriche spigolose e sfilacciate, passioni modali nascoste in arrangiamenti minimali e apparentemente immediati, parentesi musicali liquide e visionarie, libere associazioni stilistiche. Tutto questo scardina equilibri interpretativi fossilizzati da anni e legati al cantautorato, spostando paradossalmente l’attenzione dal testo alle suggestioni che i brani riescono a costruire nella loro interezza. Si tratta di canzoni composte in un arco di tempo lunghissimo, e quindi lontane da un’idea unitaria che possa ordinarle in un piano concettuale generale; nonostante questo, focalizzate su tematiche in qualche modo assimilabili: «il tema principale di Letiana sono i diseredati e i reietti. Quelli che guardano il mondo cadere e che, però, lo spingono passivamente verso l’eutanasia. Mi rendo conto che questo è in qualche modo un argomento abusato nel mondo del cantautorato più o meno impegnato, ma non è stata una scelta a tavolino: ad un certo punto mi sono semplicemente reso conto che quasi tutti i miei brani trattavano di questo argomento. E quindi mi ritrovo a cantare di morti sul lavoro e dei loro colleghi, di migranti, di schiavi, di poveri, di donne oppresse e uomini oppressori, di frustrati, di scomparsi, di abbandonati, di rifugiati politici e così via». Un lavoro in un certo senso politico, ma in cui non sono l’invettiva o la facile retorica l’obiettivo finale, bensì la valenza poetica del messaggio sotteso, gli ammiccamenti di parole pronunciate con leggerezza ma con un loro peso specifico: «in linea di massima, ho cercato solo di raccontare storie senza dare giudizi e senza paternalismi o idealizzazioni, e tenendo sempre presente la nostra responsabilità collettiva nel ripresentare quasi costantemente un modello di sopraffazione verticale. Il nostro essere tutti – consciamente o no – sia vittime che carnefici».
In tutto questo mette lo zampino Marco Parente, da sempre autore capace di grandangoli musicali originali in bilico tra cantautorato, jazz, pop, e chiamato da Di Maio a dare al materiale una certa imprendibilità di fondo, con arrangiamenti che lavorano di cesello sui particolari, sui singoli fotogrammi, senza tuttavia suonare stereotipati o soffocanti. L’idea è di battezzare un «canale comunicativo» che eviti la pigra reiterazione di modelli formali ormai istituzionalizzati, in favore di una sincerità il più possibile rappresentativa dell’universo dell’autore. Lo stesso Di Maio descrive in questi termini la collaborazione con Parente: «ho imparato molto dal suo modo di lavorare, soprattutto in fase di pre-produzione, quando si tratta di capire a pieno la canzone, prima di poterle sceglierle il vestito più adatto. Infatti, com’è giusto che sia, è stata la fase più lunga del lavoro, proprio per l’attenzione che Marco ha dato alla vera sostanza del disco. Il risultato è stato un’importante riflessione sul mio modo di cantare, e la riscrittura di alcune parti dei brani. Una crescita di cui mi accorgo di stare raccogliendo ancora i frutti. Infine, ciò che mi ha colpito di più è il suo aver compreso e applicato perfettamente le mie influenze, da dove vengo artisticamente e dove sto probabilmente cercando di andare. Per non parlare della passione e dell’entusiasmo incredibile che trasmette in studio».
La ciliegina sulla torta di un album che riesce ad inventarsi un «un neologismo cantautorale permeabile, elastico e senza punti di riferimento troppo netti» (dalla nostra recensione di Letiana) è un parco ospiti di prim’ordine: da Alessandro Fiori ad Alessandro “Asso” Stefana, da Vincenzo Vasi a Sergio Salvi, da Federico JolkiPalki” Camici a Paola Mirabella: «la loro partecipazione al mio disco è un risultato enorme, che mi rassicura sulla direzione artistica che ho intrapreso. Fiori, che ho sempre seguito artisticamente, l’ho conosciuto assieme a Marco quando ho aperto un concerto dei Betti Barsantini – il gruppo che ha con Marco e Lorenzo Maffucci – e si è cominciato a parlare di una possibile produzione artistica di un mio disco. Le canzoni gli erano piaciute molto e, anche per questo, per me è stato naturale cercare di coinvolgerlo. Grazie a Marco poi sono arrivato a poter registrare con Asso nel suo studio di Nave e a includere Vincenzo Vasi. Sono tutti musicisti incredibili che si conoscono molto bene e abituati a collaborare tra loro, ognuno con un sound molto riconoscibile e in un certo senso “storto”, eppure con una grandissima capacità di metterlo al servizio del brano. E poi, come con Marco, ho scoperto delle persone splendide, sinceramente innamorate della musica, umili, disponibili e incoraggianti».
A questo punto non rimane che la curiosità di capire qualcosa in più del background del musicista, procedendo per link ideali e tematici, o magari indagando preferenze e orientamenti discografici di un cantautore che si dimostra poco ordinario anche negli ascolti: «tra i dischi che ho ascoltato ultimamente, mi sento di poter segnalare Flores di Marco Iacampo e Antico di Alfio Antico. Guardando un po’ più indietro, il disco di esordio dei Betti Barsantini. Tra i titoli che mi hanno influenzato come musicista posso citarti tre dischi – a loro modo dei classici – che ho consumato e che credo di portare nel mio DNA artistico: In a Bar Under the Sea dei dEUS, Yankee Hotel Foxtrot dei Wilco, Bufalo Bill di Francesco De Gregori».
