The Golden Girl. Intervista a Joan Wasser
-
Teresa Greco
- 21 Aprile 2014
Joan Wasser risplende in ogni senso. E’ sin troppo facile accostare la copertina dell’ultimo album, The Classic, che la ritrae ricoperta d’oro alla Goldfinger, al periodo positivo che la quarantenne artista americana conosciuta come Joan As Police Woman sta attualmente vivendo. Periodo in ripresa evidenziato già dal penultimo lavoro, The Deep Field, pubblicato nel 2011, nel quale i musicisti non a caso sono i medesimi di oggi e in cui era già palese la virata più decisa verso sonorità soul e solari, a dispetto delle tormentate torch song del passato.
Arrivata alla tappa importante del quarto album in carriera, Joan As Police Woman si libera dei fantasmi tormentati del passato (due dolorose scomparse come quelle della madre e del compagno Jeff Buckley hanno lasciato pesantemente il segno), per riscoprirsi finalmente libera e serena, nel pieno delle sue possibilità espressive. The Classic esplora allora fino in fondo la sua voglia di intimità e gioia di vivere, con in più il bagaglio portato dall’esperienza, alla ricerca di personali e perfette classic songs. Con la discrezione e l’understatement che la caratterizzano da sempre.
Un tour acclamato in corso, che l’ha portata poco tempo fa anche in Italia , ci fornisce l’occasione per ripercorrere con lei presente e passato, parlando del nuovo disco e di molto altro.
Ciao Joan, come è nato The Classic e chi ha collaborato con te?
L’album parte da dove mi ero fermata. In The Classic sono presenti infatti tutti i musicisti che avevano suonato nel precedente The Deep Field, me compresa (vale a dire Tyler Wood, Parker Kindred, Oren Bloedov, Steven Bernstein, Briggan Krauss, Doug Wielseman, Nathan Larson, Joseph Arthur, Toshi Reagon, Michele Zayla, Stephanie Mckay) con in più Reggie Watts (nel rap finale di Holy City e al beatboxing della title track), che ho avuto la fortuna di poter avere come guest.
A proposito, come è stata questa collaborazione con il comedian americano Reggie Watts?
Volevo qualcuno che cantasse a quel modo alla fine di Holy City e che facesse il beatboxing su The Classic, e volevo proprio Reggie; un amico comune ci ha messi in contatto, ci siamo incontrati in un coffee shop, ha ascoltato i pezzi, ha tolto le cuffie e mi ha detto subito:”Quando registriamo?”. I sogni si realizzano.
Il soul è stato quasi sempre presente nei tuoi album, questa volta però in modo più marcato, una vera e propria dichiarazione d’amore. Come è avvenuta questa scelta stilistica?
Questa musica è venuta naturalmente sin dal disco precedente, non avevo di certo in progetto di fare un altro album soul, il tutto è fluito naturalmente senza sforzo ed eccoci qua.
Perché hai scelto questo titolo? Quali sono i “classici” per te?
Beh, con un nome come Joan As Police Woman, dovevo avere un titolo altrettanto coraggioso per l’album! In effetti, The Classic calzava bene come titolo, più di qualsiasi altro. Nella title track, canto al mio amore: “Tu sei l’archetipo, sei il classico”, confessando in modo grandioso il mio amore per una creatura così fantastica. Sono sempre alla ricerca della canzone perfetta, del classico. Continuerò a cercare la mia personale Tears Of A Clown o Isn’t She Lovely.
Nel finale della canzone fai uno spell di CLASSIC… come Aretha Franklin aveva fatto in RESPECT…
Già! Nel pezzo ci sono molti riferimenti a pezzi rock and roll e soul, come You’re All I Need To Get By di Marvin Gaye e Tammi Terrell, Rock and Roll Is Here To Stay di Danny and The Juniors… Io ho aggiunto le mie parole: “…and this song we’ve been singing, feels like it’s always been sung”, “questa canzone che abbiamo cantato, sembra essere cantata da sempre…”
Quali sono state le tue principali ispirazioni soul?
Tante… Stevie Wonder, Nina Simone, Al Green, Sly and the Family Stone, Ann Peebles, Dusty Springfield, Marvin Gaye, Betty Davis, Curtis Mayfield.
I generi che hai attraversato, classica, rock, punk, new wave e poi soul: quali sono i punti di contatto secondo te?
Amo tutta la musica che è legata alle emozioni, mi fa sentire viva e porta sensibilità nella mia vita.
Tornando all’album, Holy City è ispirata alla tua visita a Gerusalemme, ci puoi dire di più?
Ho fatto un concerto a Tel Aviv e sono rimasta lì per una settimana; mentre visitavo la Città Vecchia a Gerusalemme, sono stata al Muro del Pianto e ho visto la gente in estasi. Estasi che per mia formazione non posso riferire alla religione, ma posso accostare alla musica e all’amore. La canzone parla di trovare un amore che è come la Città Santa, il mio Dio è l’amore.
Nell’album si respira un senso di serenità, anche musicale, come se finalmente i fantasmi del passato fossero distanti…. Come mi sembra di cogliere dal testo di Witness, pieno di consapevolezza e risveglio, dalla title track, da Good Together in cui dici di non voler essere nostalgica per qualcosa che non è mai stato, dal bel video di The Classic girato a NY con tutti i contributors… Serenità che mi ha ricordato molto le atmosfere di Stevie Wonder…
Che bel complimento, grazie! Mi sforzo di scrivere canzoni aperte ma non leggere, Stevie Wonder infatti è bravissimo nel fare questo: creare canzoni che parlano di gioia e dolore restando positivo. E’ questo il senso di essere più maturi no? Immaginare come vivere in un modo più sereno senza perdere il passato, ma integrandolo in una sorta di saggezza giocosa, una danza.
Nella cover dell’album risplendi. Mi ha ricordato un immaginario alla Ziggy Stardust…
Wow, sono una grande fan di David Bowie, questo è certo, ma in questo caso non mi sono riferita consciamente a Ziggy, onestamente mi piaceva moltissimo l’idea della cover dorata.
Hai iniziato da piccola a suonare uno strumento, nello specifico il violino, e poi hai studiato musica classica: come sei arrivata, poi, al rock e al punk?
Sono sempre stata interessata alla musica, non solo la classica. Rock, art rock, punk e new wave mi sono sempre piaciuti e non ho mai pensato fossero poi così differenti dalla musica classica.
Hai suonato con tanti musicisti: come sei arrivata a un certo punto alla carriera solista?
Mi piace suonare in gruppo, collaborare con gli altri, ma quando ho capito che ero in grado di scrivere le mie canzoni e ho iniziato ad abituarmi alla mia voce e alla fine a farmela piacere, la carriera solista è stata una scelta naturale.
Ho sempre pensato che il nome scelto per il tuo gruppo fosse fantastico, e quando poi ho scoperto da dove provenisse, beh… sono una fan di Angie Dickinson e la sua serie TV Police Woman, ricordo di averla vista negli anni ’80 qui in Italia (trasmessa con il titolo Pepper Anderson Agente speciale). C’è tutto un immaginario di protagoniste forti femminili riferito agli anni ’70 di TV e cinema che è stato poi mitizzato…
Police Woman è stata il primo film TV con protagonista una donna; Angie Dickinson aveva 40 anni quando ha iniziato a girare la serie, nessuna era più in gamba di lei!
Di recente hai partecipato alla riedizione dell’album degli Afterhours, Hai paura del buio, Remastered & Reloaded, uscito proprio nello stesso periodo del tuo disco, rifacendo la canzone Senza finestra. Ci puoi dire come è avvenuto l’incontro e come ti sei trovata a lavorare con Manuel Agnelli e con il gruppo?
Abbiamo un’amica comune che ha fatto in modo, conoscendo entrambi e la nostra musica, che ci incontrassimo e lavorassimo insieme. Mi sono fidata di lei e del suo istinto, è stata un’esperienza molto positiva lavorare con Manuel, gli sono grata per aver apprezzato subito le mie idee e siamo arrivati a fare il pezzo senza sforzo. Tutte le collaborazioni dovrebbero essere come questa!
C’è il fortunato tour che ti sta portando in giro per il mondo… ho visto un video promozionale al piano della tua esibizione al Café Trussardi a Milano dello scorso febbraio, veramente incantevole. Sono canzoni che sembrano nate per essere suonate in solitaria, prima che con la band…
Ho la band più fantastica di sempre: Parker Kindred alla batteria, Eric Lane a tastiere, keys, sax tenore Matt Whyte alla chitarra, e io al canto, chitarra, keys e violino, abbiamo creato nuovi arrangiamenti per i live, mi sto divertendo moltissimo.
Il divertimento si sente, traspare un senso di riconquistata armonia, per un ritorno colmo di grinta e raffinatezza, una rivisitazione di un genere adattato alle sue corde, mai sopra le righe, ma con tanta anima. Bentornata Police Woman.
