Inquietudine per il futuro. Intervista agli Housewives.

Lo scorso marzo è uscito il miglior disco dell’anno di cui non avete ancora sentito parlare. Concedetemi questa esagerazione, ma come scrivo nel mio pezzo sull’album in questione, ci troviamo di fronte a una delle opere più complete e puntuali nell’analizzare il contesto sociale, le dipendenze tecnologiche e un vago senso di inquietudine per il futuro. Stiamo parlando di Twilight Splendour, terzo LP del collettivo sperimentale di stanza a Londra Housewives, con cui abbiamo avuto vari scambi di email nel corso degli ultimi due mesi, per parlare dell’album e di molto altro ancora. Eccone un breve resoconto.

Per come la vedo io, il concept attorno a cui ruota tutto il lavoro ha a che fare con una crisi identitaria che investe la società tutta. Anche un senso di inquietudine emerge dalle tracce, mescolato a una pacatezza ambientale che è piuttosto inusuale nel vostro stile. Questo contrasto mi ha fatto pensare ai romanzi di Gibson e Dick, a un certo punto spunta pure del romanticismo. Che succede? Qual è il concept dell’album e da cosa deriva?

Il concept che sorregge l’album era del tutto non voluto, non artificioso, qualcosa che è avvenuto così come è stato scritto. Come band, è stato influente passare sempre più tempo in un ambiente digitale per la stesura dell’album, che è avvenuta per la maggior parte su laptop, ma anche qualcosa che è stato una parte ancora più grande della nostra esistenza. Questo processo ha definito l’artwork e l’estetica, formate usando immagini già esistenti, e introducendole in questo mondo digitale sconcertante. E lo stesso trattamento è stato riservato alle immagini per la press e i video: copia-incollarci in questa dimensione irreale, che è tanto parte del nostro immaginario collettivo, dei nostri landscape mentali quanto qualsiasi ambiente reale e materiale. C’è sicuramente un senso di agitazione passiva, con la tecnologia che ci circonda, ma l’album si pone più come uno specchio per riflettere la condizione in cui ci troviamo, eludendo qualsivoglia critica o giudizio; quindi sì, l’aspetto romantico è sicuramente una parte di esso. Philip K. Dick era un grande nell’esplorare queste realtà alternative prima della rivoluzione digitale, quindi c’è sicuramente un punto di contatto con lui.

Credo anche che il lavoro abbia a che fare con l’ansia moderna dell’apparire piuttosto che essere, specialmente guardando alcuni video che avete postato sul vostro Instagram a supporto del lancio dell’album. Maurizio Cattelan sta investigando la società moderna attraverso video virali e meme che posta e cancella giorno per giorno sul suo profilo, traducendo sostanzialmente l’idea di esperienze “usa-e-getta” che viviamo quotidianamente. La foto nel press kit vi raffigura alle prese con smartphone e tablet, nessuno guarda in faccia nessun altro, ognuno sembra piuttosto preso da una sua questione personale. Credete che la società moderna, che consuma le cose sempre più velocemente, sia sul punto di collassare? L’album, in qualche modo, ha che fare con questa idea?

Queste sono le immagini che ci vengono persistentemente propinate nella vita di tutti i giorni e proviamo a comprendere l’effetto caotico di queste immaginarie aspirazioni esistenziali su di noi e sugli altri. Credo che con gli smartphone vi siano preoccupazioni riguardo a una maggior superficialità da parte delle persone, ma non credo che queste siano cambiate granché. Mi sembra che certi tratti che la tecnologia moderna esaspera siano stati caratteristiche già latenti negli individui, solo che adesso ci appaiono più ovvie. La questione del comportamento genuino ha coinvolto pensatori e filosofi per millenni; ciò che è genuino è a malapena evidente a individui con le proprie personali esperienze, per i quali passare ore al giorno a curare la propria immagine su Instagram potrebbe valere come l’esperienza più autentica che abbiano mai vissuto. La tecnologia moderna sta accelerando le nostre esperienze del quotidiano e sta amalgamando diverse parti delle nostre vite, il che non è necessariamente una cosa negativa, è differente, e noi siamo piuttosto abili ad adattarci. C’è sempre stata una percezione da “fine del mondo” in vari punti della Storia, ma le cose sono migliorate in molti modi per le persone e l’urgenza impellente è quella di difendere noi stessi e il pianeta in cui abitiamo; quindi, fortunatamente, questa necessità prevale sulle altre. L’album non è pessimista, esplora la natura confusionaria delle nostre esperienze quotidiane, ma è anche pieno di speranza.

L’intensità ritmica, che è uno dei vostri asset collaudati e riconoscibili, è immutata, ma l’impatto fisico che comporta svanisce lentamente, qui si fa più liquido ed etereo. Immagino che questa sia la conseguenza dell’abbandono di chitarre e suoni “analogici”: l’album suona infatti più midi, più freddo. Perché avete deciso di lasciare qualche strumento da parte in favore di altri? Eravate ispirati da altre band/progetti, qualche nuova scoperta musicale o altro?

Buona parte del cambio di fronte nell’utilizzo dell’elettronica è dovuto alle nostre vite. Noi viviamo su barche che non offrono molte possibilità di avere prese per la corrente per l’amplificazione, per cui utilizzare i laptop è stato il modo più efficace per mantenersi in forma creativamente e lavorare con efficienza. Un altro motivo era dovuto alla difficoltà di registrare strumenti in presa diretta, al non essere mai soddisfatti pienamente con il processo di incisione, e il risultato derivante nelle nostre precedenti uscite. Usare dei software ci ha permesso di manipolare i suoni a nostro piacimento, e impiegare tutto il tempo necessario, invece di avere il tempo contato in uno studio di registrazione. Nel momento in cui siamo sempre tesi a voler fare cose nuove e originali come band, l’elettronica offre molti più spunti in termini di texture sonore e variazioni. Credo che quest’album sia molto meno aspro dei precedenti lavori, e questo è in parte dovuto allo scrivere meno come live band e passare molto più tempo sulla produzione e sulla composizione. Oneohtrix Point Never è stato sicuramente un esempio e una grande influenza per noi. La sua apertura totale ad ogni suono immaginabile ci ha aiutati a capire come e quanto sia molto più creativa e libera la musica elettronica.

Quali sono i dischi che avete ascoltato di più durante il processo creativo?

Certamente molte più cose di quante non ci abbiano già influenzato nelle nostre precedenti prove. Un sacco di OPN sicuramente, assieme a molto più pop e hip hop rispetto a prima. Sentire le nuove cose di SOPHIE e vederla dal vivo è stato di grandissima ispirazione per noi. I lavori di Mica Levi, Tyler, the Creator e le prime cose dei Dirty ProjectorsThe Getty Address è un capolavoro e ammiriamo la tecnica di cut-up sonoro che hanno adottato per quell’album, sicuramente molto più vicina a una logica produttiva tipica dell’hip hop, anche se applicata a un’orchestra dal vivo.

L’estetica che avvolge l’album è molto chiara e specifica: cosa avevate in mente quando avete pensato all’aspetto grafico del progetto, e chi si è occupato di ricreare quella dimensione visiva? Chi ha curato l’artwork?

Ci siamo occupati da soli dell’artwork, ci concentriamo molto su come definire un contesto in cui la musica possa essere contenuta. Poi siamo stati fortunati a collaborare con alcuni nostri amici molto talentuosi per le copertine dei singoli, i video e i press shots. Raff si prende cura del design e della direzione artistica del progetto, prendendo spunto da ispirazioni che vengono buttate nel calderone durante discussioni collettive tra noi, oltre a ispirazioni che provengono da artisti e autori che ci seguono.

Raff: Credo che l’approccio all’artwork sia cambiato con questo album. Nel caso dei precedenti lavori vedevo l’artwork come una sorta di simulacro estetico della musica, come un emblema codificato atto a rappresentare il contesto visivo di apparati sonori già prestabiliti e conclusi. Sembrava che l’arte e la musica fossero due cose separate che avessero un solo punto in comune, ma siccome stavamo definendo l’artwork contemporaneamente alla stesura di Twilight Splendour, queste tematiche estetiche hanno continuato a influenzare la musica e a entrarvi dentro da tutti i lati.

La musica, l’artwork, i video, tutto attorno all’album si stava formando reciprocamente, e le tecniche che stavamo utilizzando imitavano lo stock assemblato di contenuti, per creare la musica usando giustapposizioni per generare lo strato denso e oscuro di texture, giustapposizioni poi traslate nel processo creativo digitale per copertina e illustrazioni varie. Penso a Twilight Splendour come a una sorta di nozione della complessità e dualità della vita moderna, e credo che ogni elemento che compone l’album sia stato uno strumento vitale per esprimere certe tematiche, e potrebbe emergere una chiarezza dal fatto che tutto l’apparato visivo/estetico sia stato generato in simbiosi, tra i confini di questa sorta di mondo allucinante che abbiamo creato.

Come vi inserite nella scena musicale della vostra città? C’è qualche progetto sperimentale che voi seguite o che consigliereste?

Non ci siamo mai realmente sentiti parte di una scena in particolare, ma siamo stati vicini ai Vision Fortune quando erano ancora in giro (Alex della band ha prodotto le nostre prime uscite). Londra è veramente un grande posto e ha piccoli centri di attività artistiche sparse per tutto il tessuto urbano. Ben Vince, che è nella band, fa un gran lavoro in solitaria e con collettivi con cui sentiamo certamente una vicinanza. Nuovi artisti londinesi che mi piacciono sono La Leif, anche loro su Blank Editions, e Lol K, su Curl Recordings. Anche i Whities sono una gran band con una bella estetica, il loro nuovo album è stato firmato dal nostro produttore Rupert Clervaux, ed è un lavoro davvero notevole.

C’è qualche film o romanzo che consigliereste e che si connette in qualche modo alle tematiche e alle vibrazioni di Twilight Splendour?

Un film che ha avuto un grande impatto su di me recentemente, che ha a che fare con la modernità in un modo quasi nervoso, è The Square di Ruben Östland. Direi che ci sono simili stralci ideologici della psicologia nascosta e della natura inquieta della vita moderna nel nostro lavoro.

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