Inspiral Carpets. Madchester e ritorno
-
Diego Ballani
- 15 Settembre 2014
Una cosa ho sempre apprezzato degli Inglesi: la mancanza di reverenza nei confronti delle star. Mi spiego meglio. In terra d’Albione il pop resta ancora un’alternativa al lavoro nei call center. Chi intraprende tale strada tuttavia è consapevole di non poter vivere di rendita neanche per un istante. Neppure il fatto di ritrovarsi sul main stage di Reading assicura una lunga e promettente carriera al riparo dal capriccio delle mode. Basta chiedere agli Inspiral Carpets, ritrovatisi nel giro di una stagione dalla Top 40, all’iscrizione nelle liste di collocamento. Tempistiche sfortunate le loro, visto che l’album con cui salutavano il loro pubblico (Devil Hopping, 1994) era perfettamente in linea con il Brit rock dell’epoca. Purtroppo per loro, pagavano pegno di aver fatto parte (con Stone Roses ed Happy Mondays) della trimurti di “Madchester”.
Nati nei primi anni ’80 come ensemble art pop, dal sound acido e diretto, fortemente influenzato dalle garage band dei 60s, avevano saputo rielaborare il loro stile quel tanto che bastava per renderlo appetibile ai ritmi dell’Hacienda, proprio nel momento in cui nel club mancuniano si stavano sperimentando inediti connubi fra rock e dance. Merito di un leader eclettico come Clint Boon il cui suono di Farfisa ha caratterizzato prepotentemente hit memorabili come This Is How It Feels? e Two Worlds Collide. Dal 2003 l’entità Inspiral Carpets ha continuato ad esistere solo per i fan che si accalcavano ai loro sporadici concerti per vederli eseguire le hit del passato. Ci è voluto l’abbandono del singer Tom Hingley e il ritorno del cantante originario Stephen Holt per infondere al gruppo linfa vitale.
Ora eccoli di nuovo in pista con un disco omonimo, in uscita il 20 ottobre via Cherry Red, che recupera lo spirito urgente degli esordi. Il nuovo album sembra il diretto successore di Life (l’esordio del 1990) al netto della danzabilità baggy. In brani come Spitfire, dalle strutture esili ai ritmi incalzanti, tutto sembra puntare verso l’anthem a presa rapida. Un ritorno, convincente, il loro. Al punto che abbiamo sentito il bisogno di contattare direttamente Clint Boon e chiedere maggiori dettagli riguardo a questo proseguo di carriera, anche in attesa del loro live al Circolo degli Artisti previsto per il 25 settembre.
In poche parole, che cosa vi ha trattenuto tutto questo tempo dal pubblicare un nuovo album?
Dal 1995, siamo stati tutti coinvolti in esperienze che andavano oltre gli Inspirals. Non ci sentivamo in dovere di dedicare una gran parte del nostro tempo a scrivere e registrare un nuovo album. Anche se nel 2003 ci siamo riformati, generalmente ci limitavamo ad andare in tour per presentare le “hits”. Quando Stephen si è unito nuovamente a noi, nel 2011, ci siamo sentiti rinvigoriti. Abbiamo iniziato a scrivere nuovo materiale e a fare concerti in altri Paesi per la prima volta dopo anni. Il nostro unico ostacolo erano le nostre vite incasinate.
È stato semplice per Stephen tornare a far parte della band?
Sì. Ci è sembrata da subito la cosa più naturale quando Tom ha lasciato il gruppo. Eravamo rimasti in contatto con Stephen nel corso degli anni e non c’era mai stata alcuna animosità da quando ci aveva lasciati alla fine degli anni ’80. Dal momento in cui abbiamo cominciato a provare con lui, si è sempre sentito a suo agio. Il suo ritorno è stata la chiusura del cerchio.
Il nuovo album mi ricorda molto il sound che avevate agli inizi, con canzoni più dirette. Era quello che volevate ottenere?
Sì, esatto. Fin dall’inizio, volevamo che il nuovo album riflettesse le nostre radici garage. Siamo una garage band. Penso che l’album rappresenti perfettamente da dove veniamo, dove siamo adesso e dove potremmo andare da qui in avanti.
In effetti ho sempre pensato a voi come ad una garage band con un sound d’organo molto particolare. Perché secondo te la gente vi associa ancora al suono di “Madchester”?
Perché abbiamo involontariamente contribuito a creare l’intera scena di “Madchester”. Non solo per la musica che suonavamo, ma anche per il modo in cui ci vestivamo. La gente ha copiato il nostro suono, le nostri acconciature, i nostri vestiti. Non abbiamo deciso di influenzare nessuno, ma insieme agli Happy Mondays e agli Stone Roses, abbiamo accidentalmente ispirato una generazione.
Come ben saprai la guitar music oggi è in uno dei suoi momenti peggiori. Secondo te era il momento giusto per tornare con uno dei vostri album più rock e potenti?
La guitar music ci sarà sempre. Ma le chitarre non sono tutto. A mio parere, sintetizzatori, campionatori, giradischi e computer hanno fatto tanto per far avanzare la musica, esattamente come in passato ha fatto la chitarra elettrica. Amo ancora la musica chitarristica, ma un po’ della mia musica preferita degli ultimi anni viene da artisti come Chase & Status, Disclosure, Rudimental e Sub Focus.
Com’è stato comporre nuova musica per gli Inspiral Carpets dopo tutti questi anni?
Il processo di scrittura mi è sembrato più facile che mai questa volta. È stato molto piacevole. Questo è il nostro primo album in cui tutti e cinque i membri della band hanno contribuito ai testi.
Ti sembra che da vivo i nuovi pezzi siano stati apprezzati?
Fino a questo momento le nuove canzoni stanno andando meravigliosamente dal vivo. Hanno quella familiarità dei Doors, degli Stranglers, dei REM e di tutte le altre band che ci hanno influenzato. Allo stesso tempo, possiedono tutti i classici marchi degli Inspirals.
Puoi dirmi qualcosa riguardo agli inizi della band? Quali erano le vostre ispirazioni quando avete iniziato, e come siete arrivati al vostro sound?
Io e Graham eravamo molto influenzati dalle band psichedeliche e garage degli anni ’60, come i Seeds, i Misunderstood e i 13th Floor Elevator. Ma anche band degli anni ’80 come Fall, Echo & The Bunnymen, Psychedelic Furs e Prisoners hanno plasmato il nostro sound. Stephen era un grande amante della musica indie degli anni ’80. La ascolta ancora adesso. Craig era una delle prime persone che conoscevo che avesse abbracciato l’hip hop e il rap della metà degli anni ’80.
Cosa mi racconti a proposito del rapporto che avevate con le alter band della scena?
Abbiamo sempre avuto un grande rapporto con le altre band. E lo abbiamo ancora. C’è un sacco d’amore tra noi, gli Happy Mondays, i Charlatans, i Northside, i James, i New Order, i Paris Angels e gli Smiths. Ed è fantastico il fatto che siano ancora praticamente tutti a Manchester.
Artisticamente parlando, quale pensi sia stato il punto più alto raggiunto dagli Inspiral Carpets? E qual è stato il momento più alto di popolarità?
Penso che il nostro picco “commerciale” sia stato probabilmente quando siamo stati fra gli headliner del festival di Reading, nel 1990. In generale, gli anni tra il ’89 e il ’94, quando giravamo il mondo e registravamo grande musica, sono stati fra i più memorabili della mia vita. Detto questo, ritrovarmi all’età di 55 anni, padre di cinque figli e continuare a registrare e girare il mondo, è qualcosa che non avrei mai previsto. Conto le mie benedizioni ogni giorno.
Che cosa è successo a metà degli anni ’90? In un certo senso eravate i precursori di un certo suono britannico e Devil Hopping è un ottimo album. Perché vi siete sciolti nel momento in cui il Britpop stava crescendo di popolarità?
Abbiamo perso il nostro contratto con la Mute Records nei primi mesi del ’95. Abbiamo faticato a trovare un’altra etichetta. Per l’industria musicale britannica a quel punto “Madchester” era morta. Il termine ‘Brit Pop’ non era ancora stato inventato. Nessuno sapeva cosa sarebbe successo. Abbiamo deciso di fare una pausa. Poi arrivò il Brit Pop. Se non ci fossimo sciolti, sono convinto che saremmo stati una grande Brit Pop band. Tuttavia non ho rimpianti. Sono contento che ci siamo presi una pausa. Ci ha fatto diventare individui più forti e nei successivi nove anni abbiamo imparato molto di più su noi stessi.
Cosa ne pensi della situazione attuale della musica britannica?
Io presento uno show quotidiano su Xfm Manchester, così mi capita di ascoltare tutti i nuovi dischi di musica chitarristica o “alternative” che vengono pubblicati. Amo i Temples, amo Jake Bugg e credo che il nuovo album dei Kasabian sia fantastico. Mi irrita quando la gente dice “la musica non è più come una volta” o “non c’è più buona musica”. Io dico: “stronzate”. C’è ancora un sacco di grande musica la fuori. A volte c’è bisogno di darsi un po’ da fare per trovarla. Quando dici che non c’è più buona musica di solito vuol dire che hai smesso di cercarla. Non darti mai per vinto con la musica. Contribuirà sempre a migliorare un po’ il mondo.
Mi puoi citare qualche altra band che consideri interessante?
Catfish & The Bottlemen, The Tea Street Band, Sleaford Mods, Wild Beasts, Tame Impala, Temples….
Il ritorno di band dei tardi anni ’80 come MBV e Slowdive ha avuto qualche ruolo nel vostro ritorno discografico?
No. Ci siamo riformati nel 2003 prima che quelle band decidessero di farlo. Era abbastanza fuori moda riformarsi quando lo abbiamo fatto noi. Tuttavia credo che abbiamo scelto un buon momento. Non è stato per i soldi. C’è stato un periodo nei tardi 90s in cui ci sono stati offerti parecchi soldi per riformarci. Non abbiamo accettato. Abbiamo preferito aspettare finché non c’è stata una buona ragione per farlo. L’intesa fra di noi era ottima. Il 2003 era il momento giusto.
Cosa mi dici della Manchester odierna? C’è qualcosa che può essere paragonato al fermento che la città ha vissuto fra il ’77 e gli anni ’90?
In questo momento a Manchester non c’è un vero e proprio movimento come in passato. Nulla a cui si possa dare un’etichetta o un nome cool. Alcuni della vecchia guardia sono sempre attivi. Gli Happy Mondays hanno suonato lo scorso venerdì, gli Inspirals si sono esibiti alcune settimane fa. E così gli Elbow, gli I Am Kloot… La città continua a produrre fantastiche band e ottimi album. Ci sono nuovi gruppi come The Tapestry, The Minx, Tiny Philips, Kindest of Thieves, Exile Parade che potrebbero trasformarsi in una nuova onda di influenti band mancuniane. Chi lo sa? Una cosa è certa. La città produrrà sempre dischi monumentali.
Che sensazione ti dà suonare di fronte ad un’audience molto giovane, che vi vede come un’istituzione del rock?
È fantastico trovarci a suonare di fronte a fan molto giovani. Questo in parte è dovuto al fatto che nostri fan storici hanno iniziato i loro figli alla nostra musica. L’altra ragione è che viviamo in un’età incredibile in cui la musica può essere ascoltata, riprodotta e comprata premendo un tasto. In questo tipo di mondo gli Inspirals vinceranno sempre perché la nostra musica è catchy, cool e accattivante.
Dunque qual è la vera ragione di questa reunion? Si tratta solo di dare a chi non l’ha fatto in passato la possibilità di vedere gli Inspiral Carpets dal vivo o volete ripristinare il processo creativo da dove lo avevate interrotto?
Io la vedo come una cosa che facciamo per noi stessi. Vogliamo lavorare ancora insieme. Vogliamo esplorare il processo di fare musica in questa nuova epoca. Fortunatamente c’è ancora tanta gente che ama gli Inspirals, il che vuol dire che anche il lato economico della cosa è interessante. Noi saremo eternamente grati alle persone che ci hanno seguito in tutti questi anni. Il magazine Melody Maker una volta ci ha chiamato “La band più terribile della Gran Bretagna”. Io credo che nel 2014 si possa parlare di noi come della “band più fortunata della Gran Bretagna”.
