Il modo naturale. Intervista a Marco Iacampo.
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Stefano Solventi
- 14 Dicembre 2015
Di Marco Iacampo colpisce il senso della misura, l’equilibrio, il garbo dei modi che rischia di somigliare così tanto alla timidezza. Strano, pensavo ai tempi dei due album (e un EP) come Goodmorningboy, per uno con una calligrafia così strutturata, con tutta la passione che trabocca dalle sue canzoni. Era come se quella proposta indie disposta a retaggi psichedelici (neo e old) fosse una strategia per nascondersi. In effetti è vero, almeno un po’, che siamo ciò che nascondiamo. Ci ha pensato Valetudo a rivelarcelo, prosciugando le forme in una chiave folk dalla franchezza languida, intima. A quel punto sembrò che Iacampo fosse davvero arrivato in mezzo a noi. Come del resto ha ribadito Flores, con ancora più convinzione e forse anche ispirazione. Ci è sembrato il momento giusto, oggi, per intervistarlo.
Iniziamo facendo qualche passo indietro: hai alle spalle diverse “incarnazioni”, come frontman di una band indie, poi da solista pop-rock in inglese, quindi la svolta in italiano recuperando il tuo nome. Per arrivare ad oggi. Mi piacerebbe capire cosa oggi, di questo percorso, si porta dentro il cantautore Iacampo…
Mi porto dietro tante cose, tutto ti direi, ma ho reinterpretato e scelto quello che mi interessa e assomiglia, secondo questo nuovo sguardo che ho su me stesso e sulle cose. Ho affinato, eliminato, cambiato linguaggi, ma in tutte queste cose ho forse agito sempre nello stesso modo, cercando la mia via. La vera maturità è arrivata quando ho avuto la coscienza di possedere la musica, la mia musica.
Azzardo un’affermazione: ascoltando Valetudo ho pensato che fosse il tuo primo, vero album. Intendo dire, mi piacevano molto anche le cose di Goodmorningboy, ma in Valetudo mi sembra di aver sentito veramente e pienamente per la prima volta la tua “voce”. Cosa ne pensi?
Sicuramente. Mi fa piacere questa tua “intuizione”. Anch’io lo chiamo il mio primo album. Con Valetudo ho trovato i miei tempi, la mia voce, il mio approccio fisico alla musica. Anche grazie a Nicola Mestriner, che mi ha seguito durante le registrazioni di Valetudo. Lui, produttore e musicista amatoriale, mi accompagna da vent’anni in questo percorso. Suonava con me negli Elle. Stavo per arrangiare Valetudo come qualsiasi altro disco, poi la scelta di farlo chitarra e voce. Come l’avevo scritto. Fortunatamente.
Con Flores sembri posizionarti dalle parti di un cantautorato che in Italia può vantare una considerevole tradizione (tanto per non limitarsi al solito Tenco, posso dire Sergio Endrigo? Bruno Lauzi? E anche un po’ Gino Paoli?), che guarda con occhio attento e languido al Sud America però senza rinunciare ad una specificità – una sensibilità – mediterranea. Le coordinate ti sembrano giuste?
Forse sì. Mi vergogno un po’ a dirlo, ma non conosco nessuno di questi grandi autori e cantanti, se non marginalmente. Sono convinto che avvicinarsi allo stesso risultato è tipico di molti artisti che seguono le stesse coordinate. Una volta parlavo con un’antropologa che mi diceva le analogie tra diverse tribù del mondo, anche di diversi continenti, di come scoprono nello stesso momento alcune cure medicinali e in generale di come avvengono simultaneamente certi progressi. Penso di condividere con questi autori le fonti di ispirazione. Capire bene le fonti è sempre stato un mio pallino. Sin da piccolo, mi affascinavano gli esploratori, soprattutto Livingstone che era arrivato alle sorgenti del Nilo.
Hai la sensazione di essere solo su questa strada o hai trovato compagni di viaggio, o se preferisci, spiriti affini? Non so, penso ad un Filippo Gatti, anche se forse ha un’impostazione più rock della tua…
Non lo conosco. Starai pensando che non conosco nulla [ride, ndSA]. Da un certo punto di vista è vero. Tempo fa facevo il DJ in una radio e ho ascoltato così tanta musica alternativa, indipendente, colta, ecc..che mi son rotto le balle. Ascolto non molta musica. Scelgo molto, e in generi disparati. Anzi, molte ispirazioni le trovo in altri generi, come il rap (non italiano). Molte volte mi sento solo, sì, confortevolmente. Anche se apprezzo le ricerche personali di tanti miei colleghi.
Il gioco del cantautorato in Italia è abbastanza pericoloso, perché significa confrontarsi con una generazione di autori fortemente sbilanciati sul piano dell’impegno, per non dire della sempiterna questione dei testi che tendono a prevalere sul lato musicale. Ti poni problemi del genere quando scrivi? Cosa sono i tuoi testi per te e per le tue canzoni?
La mia maturità è arrivata, come ti dicevo prima, quando ho capito alcune cose. Le parole hanno una musica, non ne sono disgiunte. L’obbiettivo è tirare fuori la mia voce, e per farlo devo aver piacere nel cantare parole che conosco. Uso parole semplici, anche quando devo esprimere concetti complessi, magari attraverso accostamenti azzardati. Ma il gioco, più che la poesia, è così. Le canzoni sono una cosa seria, come il gioco (lo dicono anche Bruno Munari, Marco Parente, e me lo fa capire mia figlia). Il confronto mi interessa se è costruttivo. Ogni tanto mi pare di giocare da solo a questo gioco.
Ho trovato molto maturato il tuo modo di interpretare, riesci a modulare delicatezza e forza, sai essere determinato senza mai perdere quel senso di fragilità. Pensavo: cantare canzoni come quelle di Flores comporta una maggiore esposizione, deve farti sentire più nudo rispetto ai pezzi del periodo Goodmorningboy, o è solo l’opinione di un non addetto ai lavori?
Non è un’opinione sbagliata. È assolutamente vero. Ho i miei modi di nascondermi, ma con Flores c’è una buona dose di esposizione. La forza è direttamente collegata alla fragilità. Lo dico anche in una canzone “come una Roccia”. Ma lo dicevo anche ai tempi di Goodmorningboy. Proprio ieri mi sono ricordato un verso che avevo scritto in June Is A Whore: “sometimes I’m a leaf not to stroke, But mostly I’m an oak, mostly I’m an oak”.
Mi sono piaciuti molto i due video (Palafitta e Pittore elementare), fanno perno su un’idea ingegnosa ed evocativa senza “offuscare” la canzone. So che curi l’aspetto grafico delle tue copertine (complimenti, a proposito): quanto ti occupi di quello visuale? Quanto credi che sia importante avere il controllo delle diverse forme in cui l’artista si presenta e – di fatto – comunica?
Metto bocca in tutto, dalle copertine che disegno, ai video. Ci tengo al fatto che ci sia un’unità di stile. Penso che i molti linguaggi grafici e visuali servano a chiarire il mio mondo estetico. Visto che posso farlo, lo faccio. La videomaker dei due primi video è Manuela Di Pisa, siciliana. Ha un bel modo di tradurre in immagini le cose che propongo, e ha un tocco personale molto forte. In entrambi i video il brano si fonde perfettamente. Creando un contenuto nuovo per la canzone. Bello. Ho lavorato molto bene con lei.
Non ho ancora avuto la possibilità di vederti dal vivo, ma mi piacerebbe sapere se hai pensato ad arrangiamenti particolari. Inoltre: da quali dischi selezioni i pezzi in scaletta? Fai cover?
Oltre alle presentazioni chitarra e voce, sto lavorando con Filippo Zonta, giovane percussionista di Bassano del Grappa ma nato in Uganda, che da quella terra e dalle sue numerose esperienze musicali ha acquisito un bel modo di vedere la musica. Lui usa percussioni, pad e uno strumento africano a corde. Poi nella ciurma c’è anche Sergio Marchesini alla fisarmonica, Enrico Milani al violoncello e Riccardo Marogna al sax. Tutti veneti. Un giorno mi piacerebbe metter su una sorta di orchestra. I pezzi in scaletta sono tratti da Valetudo e Flores, sono due dischi in stretta comunicazione tra loro. No cover, anche se ogni tanto scappa Nature Boy, lo standard di Eden Ahbez. Lo suono da sempre.
Dovendo guardarti intorno, in Italia e oltre, vedi qualcosa che ti attrae musicalmente, un autore o una band, una scena o una città, un’etichetta, insomma un punto di attrazione verso cui ti piacerebbe muoverti?
Mi interessa il posto in cui vivo, il Veneto. Ritengo che ci siano belle cose che stanno succedendo, e molte che devono ancora accadere. Sono il presidente di un’associazione che si chiama Veneto Contemporaneo. Creiamo eventi e spettacoli che promuovono la cultura in questa regione. Abbiamo grandi cantautori, musicisti, attori, pensatori e cittadini comuni che hanno solo bisogno di occasioni buone per esprimere le idee. Penso sia il modo migliore di vivere la globalità, dedicarsi al territorio in cui si vive, in modo dinamico e rispettoso. Poi ovviamente mi piacerebbe girare, vedere l’Africa, le Americhe, la Cina, ma per ora vivo e lavoro qui. Sono stato recentemente a suonare in Spagna. Mi ha passato al Radio Nacional, la Spagna e la lingua spagnola mi stanno prendendo parecchio. Mi piace girare con il mio lavoro. Oggi, altrimenti, è fin troppo facile: prendi un biglietto di aereo, vai in Giappone, non capisci un cazzo, torni e fai vedere le foto. Lo stesso lo fanno i Giapponesi quando vengono qui.
Chiudo riallacciandomi alla domanda iniziale: ti senti di escludere che il tuo percorso possa prevedere sviluppi drastici quanto quelli che ti hanno portato fino a qui? In altre parole, Iacampo è il Marco Iacampo definitivo?
Bella domanda. Penso di aver raggiunto un modo molto naturale di scrivere, suonare e cantare. Finalmente. Sicuramente sto affrontando il momento più importante del mio percorso. Mi sento di escludere sviluppi drastici. Poi, chissà.
