Il diritto di rimanere in silenzio. Intervista a David Berman dei Silver Jews

“Sono il tiro mancino che mia madre ha giocato al mondo; diciassette dottori non sono riusciti a decidere se dovessi fare parte del gioco o meno” (Send In The Clouds – 1998)

 Strana creatura, i Silver Jews di David Berman. Un’entità sfuggente, atipica anche per la loro culla, quel bizzarro e frastagliato universo lo-fi che nei primi ’90 vide fiorire Royal Trux, Palace, Sebadoh e mille altri. Un panorama musicale improbabile, da cui tuttavia sono emerse personalità forti come Will Oldham, Stephen Malkmus, Beck; gente che, partita imboccando percorsi alternativi a quelli tradizionali del music business (quando non decisamente in rottura con essi), col passare del tempo si è “arresa” all’idea di carriera, anche con successo.

In questo contesto, David Berman (o più brevemente DCB) resta un’eccezione. Non è certo uno a cui piace stare al centro dell’attenzione, anzi. Eppure ha scelto un mestiere che, anche se saltuariamente, lo obbliga a stare sotto i riflettori. Non è una rockstar, figuriamoci. Non è un hobo nato come il Prince Billy. Non è un eroe indie come Malkmus, né un loser eccellente come Lou Barlow. Lo potremmo piuttosto chiamare poeta, e a volte anche lui ama definirsi così; nel 1999 ha pubblicato una raccolta di scritti (Actual Air) e si è detto che per un certo periodo abbia anche insegnato letteratura americana; nessuna meraviglia che invece di andare in giro a promuovere i dischi preferisca dedicarsi ai reading. Eppure per lui la musica è sempre stata una cosa seria, quasi un’esigenza vitale: basta buttare un occhio ai suoi testi ironici e poeticissimi, buffi e profondi al tempo stesso, per rendersene conto.

Questi paradossi non devono stupire: sin dagli inizi, la storia dei Silver Jews si è basata sugli sforzi, apparentemente opposti e inconciliabili, di passare inosservati e al contempo di affermare la propria esistenza. Basti pensare che Berman ha speso metà degli anni ’90 tentando di spiegare che i Silver Jews non erano un side project dei Pavement, e nonostante ciò, buona parte della notorietà della band è dipesa proprio da questo beffardo equivoco.

In effetti, era ancora il 1989 quando tre studenti dell’Università della Virginia misero su una band informale chiamata Ectoslavia; trasferitisi a New York, Berman, Stephen Malkmus e Bob Nastanovich continuarono a improvvisare canzoni nell’appartamento che dividevano, registrandole con mezzi di fortuna dopo lunghe giornate di lavoro (i primi due come guardiani in un museo, il terzo come autista di un bus navetta): erano nati i Silver Jews, a quello stadio niente più che un gioco tra amici. Una concezione di band che negli anni non è poi cambiata tanto: nonostante il crescente interesse intorno a Berman a causa della Pavement-connection, i Joos sono sempre rimasti una piccola famiglia, intima e riservata. Un approccio più professionale, l’aiuto di preziosi collaboratori e un’ispirazione sempre più vivida hanno solo contribuito ad elevare esponenzialmente la qualità dei dischi, senza influire sull’atteggiamento di Berman nei confronti dello show-biz.

Pur mantenendo un basso profilo, i Silver Jews hanno finito per mostrare tutta l’urgenza di comunicare la propria esistenza, e questo perché sono stati anzitutto la finestra da cui il loro creatore si è affacciato per raccontare il mondo. Un mondo in cui “gli alberi hanno la silhouette di Abramo Lincoln”, “gli uccelli della Virginia volano in tre come le coriste”, “i professori di latino puzzano sempre di piscio”, “i treni attraversano il mare” e “i vestiti di velluto servono a far scorrere via la pioggia”. A partire dal 1996 con The Natural Bridge, Berman ha messo a punto una poetica personalissima, una weltanschauung densa di riflessioni immaginifiche sulla realtà circostante, su rapporti interpersonali, sull’amore, sulla vita e sulla morte; il tutto condito da uno humour surreale, sardonico e beffardo, che nella maggior parte dei casi cela un profondo disagio esistenziale (si è saputo che DCB è stato un aspirante suicida). In altre parole le canzoni dei Silver Jews ci forniscono un ritratto unico dell’uomo, delle esperienze e dei luoghi in cui è vissuto, con spaccati singolari della provincia americana di fine millennio (Virginia, Texas, Kentucky, Tennessee).

Oggi, parte della poesia forse si è persa: abbiamo un Berman sposato, ottimista, non più depresso, che ha addirittura trovato il piacere di suonare “loud” abbandonando in parte le sonnolente cadenze country folk. “Fino a Bright Flight – 2001 – avevo concepito i miei dischi come lettere d’addio, adesso vivo per il presente” (da un’intervista a Blow Up #90, novembre 2005). Un presente in cui, siamo sicuri, David continuerà a fare dischi come ha sempre fatto, e chissà, forse si arrenderà anche lui all’idea di carriera… riservandosi comunque il diritto di rimanere in silenzio.

Don’t talk to me about work – Due chiacchiere con David Berman (via e-mail, 27 settembre 2005)

– Domanda ovvia ma inevitabile: cosa hai fatto negli ultimi quattro anni?

L’ultimo disco (Bright Flight) è uscito nell’ottobre del 2001. Mi sono sposato nell’ottobre 2002. Tutti i miei album precedenti sono usciti in ottobre. Perché? Da giovane ho letto questo passaggio di Nietzche ed mi è sempre rimasto in testa (letteralmente: “it became one of the sentences spraypainted on the dry bone walls of my mind” ndr.) “Per i miei lettori più selezionati vorrei dire qualcosa anche su ciò che voglio veramente dalla musica. Deve essere piacevole e intensa, come un pomeriggio di ottobre. Deve essere unica, lasciva e tenera, e come una donna raffinata ed elegante, piena di malizia e grazia…” (dall’Ecce Homo).

– I nastri di Tanglewood Numbers si sono miracolosamente salvati dall’incendio che l’estate scorsa ha distrutto gli Easley-McCain studios di Memphis. Credi nel Fato?

E’ un po’ infelice credere che tutto ciò che fai è deciso dal Fato. A volte succedono cose che ti danno la possibilità di dire “questo doveva accadere”, e in un contesto creativo ciò può essere piuttosto demoralizzante: “Se questo doveva accadere come posso dire di essere completamente padrone di ciò che faccio?”. E’ come attaccare se stessi.

– La prima cosa che viene fuori dall’ascolto di Tanglewood Numbers è che oggi i Silver Jews suonano più “rock” che mai. E’ dipeso dai musicisti con cui hai lavorato stavolta o da influenze particolari?

Penso dipenda dalla musica che ho ascoltato in macchina durante il 2004. Ho ricominciato a sentire musica ad alto volume, il mio stile di guida è diventato più aggressivo e spietato e mi sono reso conto che lentamente, col tempo, ero diventato insensibile alla capacità che ha la musica di suscitare grandi ondate di emozioni. Così ho suonato a tutto volume Jo Jo Gunne, Bloodrock, UFO e Hairy Chapter (tutte band hard rock anni’70, ndr). Ho anche ascoltato un po’ del rap che proviene da “Cashville”: Haystak and All-Star now. Respect.

– Tutto questo suona proprio come una sorta di nuovo inizio per te. Tuttavia, sapresti trovarmi dei punti in comune tra questo disco e il precedente, Bright Flight?

Soltanto ovvietà, come il nome dell’autore e la sequenzialità. Penso che tw#s più che altro si faccia notare per l’assenza di legami con il suo predecessore.

– Com’è stato lavorare di nuovo con Bob Nastanovich (ex percussionista dei Pavement, ndr)? Non abbiamo sue notizie da un bel po’. Come se la passa?

Bob ha scelto di fare una vita tranquilla. Il suo sorriso allegro e il modo in cui spazza industriosamente la strada gli hanno fatto guadagnare il rispetto di tutta la comunità in cui vive, ed è piuttosto frequente che un mercante indaffarato si fermi e offra a Bob un nichelino scintillante, che “mister Bob” (lo chiamano così) lascia cadere con orgoglio nelle tasche con un gran battito di ciglia.

– Nelle nuove canzoni Stephen (Malkmus) non canta, si limita a suonare la chitarra. E’ come se fosse un “semplice” musicista nella band, anche se il suo stile resta sempre in primo piano. E’ ancora un partner speciale per te?

Sì. Mi piace pensare alla nostra relazione come quella tra quarterback e ricevitore nel football americano. Ci deve essere una certa intesa tra i giocatori perché riescano i lanci lunghi, ed è un po’ quello che ci succede in studio.

– Sotto la sigla Silver Jews sono passati tanti musicisti diversi. Oltre a quelli con cui hai già lavorato, ci sono dei musicisti con cui ti piacerebbe collaborare in futuro?

Mi piace molto il gruppo che abbiamo adesso. Forse dovrei richiamare i ragazzi di The Natural Bridge… Comunque il nostro roster è questo. Non ho intenzione di rimpiazzare nessuno all’interno di questa organizzazione.

– Che musica hai ascoltato negli ultimi mesi?

Il nuovo disco di Bobby Bare Sr. su Dualtone (The Moon Was Blue, gennaio 2005) è un documento impressionante, e quando ti trovi davanti alla grandezza di Van Lear Rose di Loretta Lynn (Interscope, 2004) e delle ultime cose pubblicate da Johnny Cash ti rendi finalmente conto che, quando sei country, è una cosa che ti porti fin dentro la tomba.

– Avremo mai la possibilità di leggere Actual Air anche in Europa?

La traduzione avviene quando qualcuno dell’altra lingua lo decide. Non posso impedire a nessuno di tradurre le mie poesie, come potrei? Una squadra speciale di Nobel che sgombera uno squat olandese? E’ una domanda interessante.

– In una recente intervista, quando ti è stato chiesto cosa pensassi delle poesie di Jeff Tweedy e Billy Corgan, hai detto che loro erano musicisti professionisti ancora prima di essere scrittori professionisti. Ti consideri più uno scrittore professionista o un musicista professionista? E cosa significa “professionista” per te, in ogni caso?

Penso a me stesso come un “portatore di significato” (significance provider). E’ un termine che ho sentito dire a Grant Morrison durante una conferenza. Penso che “professionista” sia un termine comune che indica “ciò che fai nella vita”.

– La storia dei Silver Jews è sempre stata strettamente legata alle vicende della tua vita, alle tue scelte, come una sorta di tua questione privata. Arriverà il momento in cui la band prenderà il controllo e diventerà un business?

La band assumerà tanto controllo quanto il mondo è disposto a darne (decliniamo ogni responsabilità circa l’igiene urbana e cose del genere). Gli ultimi eventi nella selezione naturale hanno dimostrato che la mutazione chiamata “business” è diventata un adattamento necessario, e così, anche se con riluttanza…

– Significa che finalmente vi metterete a fare concerti?

(Come da copione, David non risponde a questa domanda, ndr).

– Dai vostri esordi c’è stato sicuramente un cambiamento – diremmo una crescita – nella storia dei Silver Jews. Quando ti sei accorto che la band poteva essere qualcosa di diverso da tre amici che registrano canzoni in un appartamento?

Nel 1996 The Natural Bridge è arrivato al diciassettesimo posto nella classifica degli album dell’anno del Melody Maker. A quel tempo la cosa mi ha mandato fuori di testa.

– Guardando indietro, qual è il tuo disco preferito dei Jews?

Probabilmente Crooked Rain, Crooked Rain.

– Dicci qualcosa che non hai ancora fatto e qualcosa che vorresti fare in futuro.

Voglio solo che ci sia un futuro. Non voglio che questa vita finisca.

Prologo: Canzoni da un appartamento (1991/ 1992)

Le prime uscite a nome Silver Jews sono esattamente quello che Berman, Malkmus e Nastanovich promettono sin dall’inizio: tre amici che strimpellano allegramente in una stanza, niente di più, niente di meno. Nel 1993 la Drag City (guidata dal lungimirante e coraggioso Dan Koretsky) tiene a battesimo la “band” dando alle stampe l’EP Dime Map Of The Reef, seguito dall’ineffabile 7” The Silver Jews & Nico (questo edito dalla Chunk Records), fino al mini The Arizona Record. Si tratta per lo più di registrazioni in bassissima fedeltà risalenti al biennio ‘91/92, periodo in cui due terzi del gruppo erano alle prese con Slanted & Enchanted.

Il paragone con le coeve produzioni dei Pavement è, appunto, inevitabile: se il grado di amatorialità ed insana incoscienza è all’incirca lo stesso (tanto che a volte è difficile distinguere trai due gruppi, vedi The War In Apartment 1812), dalle parti dei Jews l’approccio compositivo è ancora più frammentario e aleatorio: non canzoni, piuttosto ritornelli abbozzati, spesso improvvisati sul momento; la poetica visionaria e assurda di Berman è ancora tutta da venire, così come la vena pop di Malkmus (che sboccia altrove), mentre Nastanovich conferisce quel grado di simpatica amatorialità al tutto.

Tra le prime apparizioni del demenziale jingle jangle malkmus-iano (Canada, Sabellion Rebellion, Jackson Nightz) e del tetro solipsismo di Berman (Walnut Falcon), in questa messe sgangherata si possono trovare comunque episodi esplicativi come la divertente parodia jazz di Old New York,Secret Knowledge of The Backroads (in multiproprietà con i Pavement, che la suoneranno in una Peel Session) e la psichedelia spacey di Bar Scene From Star Wars. Da notare che a questo stadio Malkmus e Nastanovich erano nascosti dietro gli alias Hazel Figurine e Bobby N. Come se ci si potesse sbagliare..

Trains Across The Sea

“In ventisette anni ho bevuto cinquantamila birre / che si infrangono contro di me come il mare contro un molo”

Dopo le prove generali degli Ep, il primo vero album dei Silver Jews esce nell’autunno del 1994. La stagione del lo-fi sembra ormai agli sgoccioli: Beck è in heavy rotation su Mtv e gli stessi Pavement, i re della scena, hanno cominciato a prendere le distanze dal movimento con Crooked Rain, Crooked Rain. Accompagnato dai soliti Malkmus e Nastanovich (più il loro nuovo batterista Steve West, a rendere ancora più pesante la “sudditanza”), Berman entra nei leggendari Easley-McCain di Memphis per uscirne con quel mucchio di canzoni che formano Starlite Walker (Drag City / Domino, 1994). Canzoni country-folk per la precisione, ripassate attraverso la tipica dis-grazia dei sodali; anche se lo stile di scrittura rivendica una sua indipendenza, l’associazione col gruppo di Stockton è ancora inevitabile: si vedano le sconclusionatezze strumentali in The Moon Is The Number 18, l’andamento alla Fall di Pan American Blues o il gigioneggiare imperterrito dei coretti in Living Waters, per non parlare dello stile vocale di David, ancora influenzato dall’amico Stephen.

Nonostante ciò, i Silver Jews cominciano a rivelare un’identità più certa: lo dimostra Trains Across The Sea, la prima composizione memorabile di DCB, che inaugura qui la sua poetica surreale, e New Orleans, il prototipo delle ballate crepuscolari di lì a venire. E andando avanti, è proprio un bell’ascoltare: Advice To The Graduate, Tide To The Oceans (entrambe con il leader dei Pavement ben in evidenza), Rebel Jew sono tutti episodi melodicamente ineccepibili (alla voce Beatles vs. Velvet Underground), venati di un fascino rurale che richiama i primissimi R.e.m. di dieci anni prima (anche nella grafica di copertina), passati attraverso l’estetica amatoriale e naif dei propri tempi.

Oggi si può pensare a questo disco come a un’appendice in chiave folk di quel piccolo capolavoro che è Crooked Rain, Crooked Rain o, più semplicemente, uno dei segreti meglio custoditi del suo periodo.

How To Rent A Room

“No, non voglio morire davvero / Voglio solo morire nei tuoi occhi”

Se Starlite Walker aveva mostrato cosa fossero i Silver Jews in un “vero” studio per un “vero” disco, The Natural Bridge (Drag City / Domino, 1996) va anche oltre. A buon diritto, è lecito credere che Berman si fosse ampiamente stufato delle continue associazioni del suo progetto con i Pavement, e così, approfittando dei sempre più frequenti impegni dei compari, scrive un pugno di ballad con quei pochi accordi che conosce, ci butta dentro quintali di poesia sgangherata e ispiratissima, le arrangia al volo e le registra con altri quattro musicisti semi-sconosciuti (Matt Hunter, Rian Murphy, Peyton Pinkerton, Michael Deming). Ne viene fuori uno stile musicale che, per quanto classico e ortodosso rispetto alla sregolatezza del passato, consente al Nostro di dedicarsi al meglio alla scrittura.

Il risultato è il più bel disco di Berman come autore e compositore. È qui che troviamo il prototipo della ballata à la Silver Jews, How To Rent a Room: giro armonico semplicissimo, dolente cadenza country, voce strascicata sempre sul filo della stonatura e un verso che ti colpisce a primo ascolto (“No, I don’t really wanna die / I only wanna die in your eyes”); un incipit folgorante, che sarà una caratteristica costante dei dischi successivi dei Joos. Per il resto, The Natural Bridge è un lavoro straordinariamente compatto, che da un lato paga il dovuto dazio alle colonne portanti del songwriting folk (lo spirito di Dylan aleggia inevitabilmente su quasi tutte le tracce, così come quello di Neil YoungInside The Golden Days Of Missing You – o anche dei primi R.e.m.Dallas), dall’altro crea atmosfere dense di un minimalismo teso e spettrale (quasi post, come in Ballad Of Reverend War Character), per un esito analogo a quello coevo dell’amico Will Oldham e i suoi Palace. Su tutto, l’inconfondibile stile lirico di Berman, che rende queste elementari country songs dei deliziosi quadretti densi di un esistenzialismo disincantato, colmi di uno humour sardonico e amarissimo (vedi la drammaticità di Frontier Index, la filosofia naif di Black And Brown Shoes, la toccante sincerità di Pretty Eyes).

Insomma, un album talmente riuscito che il suo esterrefatto autore lo vedrà scalare le classifiche indie di fine anno. E’ ufficiale: Silver Jews are here to stay

Random Rules

“Nel 1984 fui ricoverato per essermi avvicinato alla perfezione / Dopo aver cazzeggiato in giro per l’Europa, hanno dovuto ricredersi” 

Per il successore di Natural Bridge, DCB inverte parzialmente la rotta: convoca nuovi musicisti (Tim Barnes, l’ex Royal Trux Mike Fellows, Chris Stroffolino) e, sorpresa, richiama in squadra l’amico Stephen. Un ritorno al passato? Quasi: la nuova formula dei Jews, per quanto riporti in azione la coppia Malkmus-Berman, risente inevitabilmente delle esperienze maturate dai due nel post-Starlite Walker. Il primo, reduce dalla progressiva “normalizzazione” dei Pavement, comincia a sentire bisogno di respirare aria nuova; il secondo, ormai sicuro delle proprie capacità di autore e interprete, non teme più il confronto con la “grande madre” di Stockton e sceglie di avvalersi di un partner musicale d’eccezione.

A dirla tutta, nell’ideale rincorsa Silver Jews / Pavement, stavolta il risultato si ribalta. American Water (Drag City/ Domino, ottobre 1998) non solo rivela la completa maturazione del progetto di Berman come entità a sé stante, ma mostra un valore aggiunto anche rispetto al gruppo di Malkmus. Se la calligrafia è quella già incontrata in Natural Bridge (Random Rules, classica album opener che si avvale di un arrangiamento strepitoso con sfumature alla Oldham, o la crepuscolare We Are Real), Stephen s’inserisce tra le pieghe, con la voce e ancor più con la chitarra (protagonista assoluta nella strumentale Night Society e in Like Like The The Death), mettendo in luce tutte le potenzialità di un tandem formidabile.

In certi episodi inevitabilmente l’orecchio riporta ai tardi Pavement (vedi l’incedere ubriaco di Federal Dust, o Blue Arrangements, che pare fare il verso alla Something beatlesiana), ma in più di uno è facile riscontrare una freschezza, una realizzazione che manca agli ultimi lavori di Malkmus e soci (su tutti la strepitosa People). Non sarà un caso se lo stesso Stephen resterà alla lunga deluso dal “suo” Terror Twilight (realizzato poco dopo questo disco) perché “non era altrettanto ispirato come American Water”; e ascoltando Send InThe Clouds, Smith & Jones Forever, Buckingham Rabbit e The Wild Kindness viene proprio voglia di dargli ragione: neanche da solista riuscirà a trovare un socio come DCB. Il quale a sua volta mette da parte il cupo esistenzialismo del disco precedente in favore di un beffardo nonsense, che alleggerisce i toni senza perdere in profondità (le già citate We Are Real, Random Rules e Send In the Clouds, tutte dei classici bermaniani): l’ulteriore pregio di un album che ancora oggi è uno dei picchi del cantautorato indie pop.

Tennessee

“Andremo a vivere a Nashville, e lì farò carriera / scrivendo canzoni tristi per poi essere pagato in base alle lacrime”

Aria di cambiamenti in casa Silver Jews. La Pavement connection è ormai un ricordo sbiadito (Malkmus ha appena iniziato l’avventura solista con i Jicks), così come gli anni del lo-fi e delle scorribande indie tra Louisville, Dallas, New York e il New Jersey. DCB si è trasferito nella città dei suoi sogni, quella Nashville che per lui rappresenta un porto ideale, non solo da un punto di vista musicale: nel suo futuro prossimo, dopo l’affermazione come scrittore con Actual Air, c’è anche il matrimonio e una vita più o meno stabile. Insomma, si chiude una stagione. Il Nostro se ne rende pienamente conto e scrive quello che potremmo chiamare il disco “definitivo” dei Silver Jews; nel senso che Bright Flight (Drag City / Domino, ottobre 2001), in maniera più o meno conscia, conclude quel ciclo che si era aperto con Starlite Walker e aveva visto la partecipazione alterna degli amici Pavement. Per l’occasione, Berman lascia ancora una volta Stephen a casa e recluta professionisti come i due Lambchop Tony Crow e Paul Niehaus e Cassie Marret, cantante country-punk destinata a diventare la sua compagna di vita.

Il processo di maturazione è dunque completo: la tetra desolazione di Natural Bridge e la frizzante ironia di American Water vengono qui metabolizzate e cristallizzate nell’ideale dimensione del tipico Nashville sound; una scelta che, per quanto convenzionale, definisce inequivocabilmente l’essenza “classica” del songwriting strampalato di DCB. Non è quindi un caso che la veste tradizionale calzi a pennello a queste composizioni, in assoluto tra le più ispirate del Nostro: dall’ironica riflessione sulla creazione e sulla morte di Slow Education (“When God was young, he made the wind and the sun / and since then, it’s been a slow education”), allo sguardo sornione verso il futuro di Tennessee (“Marry me, leave Kentucky, come to Tennessee”) ritroviamo l’intero universo di Berman, il quale adesso guarda alla vita con cauto ottimismo, senza rinunciare a quel disincantato sarcasmo che lo ha sempre accompagnato. E se I Remember Me e Horseleg Swastikas sono tipiche ballad country da “scazzo sul divano” (I’m drunk on a couch in Nashville /… I’m like a rabbit freezing on a star), a far da contraltare ci pensano l’honky tonk sbarazzino di Let’s Not And Say We Did (con Cassie al controcanto) e il buffo numero da closing time Friday Night Fever, mentre in Time Will Break The World e nella strumentale Transylvania Blues fa capolino un inedito mood desertico à la Giant Sand / Calexico.

La malinconica Death Of An Heir Of Sorrows (I wish I had a thousand bucks / I wish I was the Royal Trux) è l’epitaffio che chiude idealmente un album che sa tanto di lettera d’addio. Dopo Bright Flight, sarà tutt’altra musica.

Punks In The Beerlight

“Dov’è la busta di carta che avvolge il liquore / nel caso in cui dovessi aver bisogno di vomitare”

Quattro anni: una gestazione insolitamente lunga per un disco dei Silver Jews. Da quel poco che ci è dato sapere, nel frattempo David Berman si è felicemente sposato con Cassie Marret, mettendo da parte la musica per dedicarsi ai suoi amati reading (nonché alla trasposizione sulle scene di Actual Air); soltanto a fine del 2004 ha cominciato a raccogliere le idee per l’atteso ritorno della sua creatura, radunando tra gli altri vecchi amici come Stephen Malkmus, Bob Nastanovich e Will Oldham. Dopo alcune peripezie in fase di post produzione – si è persino vociferato che il master fosse andato perso nell’incendio che a inizio
estate ha distrutto gli storici Easley-McCain Studios di Memphis – ecco finalmente Tanglewood Numbers (Drag City / Domino, 18 ottobre 2005), una sorta di nuovo inizio per il progetto di DCB, soprattutto alla luce dell’alone di ineluttabile “morte annunciata” che avvolgeva il precedente Bright Flight.

E se ovviamente non possiamo che rallegrarci del fatto che (ipse dixit) “i Silver Jews esisteranno finché almeno due di noi continueranno a camminare su questa terra”, è subito evidente che ci troviamo di fronte a un gruppo sostanzialmente diverso da quello che conoscevamo, e ciò non dipende soltanto dai
musicisti coinvolti. L’iniziale Punks In the Beerlight mette subito le carte in tavola: David Berman ha scoperto il gusto di suonare ad alto volume, dedicandosi a una scrittura prettamente rock: echi di Paisley Underground, aperture seventies, chitarre capricciose e ruvide, scrittura agile come non mai; dello stesso tenore le successive Sometimes a Pony Gets Depressed (con un Malkmus mai tanto velvettiano) e K-Hole. Gli arrangiamenti rimangono chiaramente votati al country (vedi il banjo o gli efficaci inserti di violino di Paz Lechantin), così come lo stile lirico del Nostro, sempre pungente e surreale (“Where does an animal sleep when the round is wet?”); ma in generale sono i toni ad inasprirsi e ad assumere diverse sfumature; perfino la gamma vocale di David risulta più varia, grazie anche all’efficace controcanto della moglie in più occasioni.

Alla lunga il disco soffre un po’ degli ospiti illustri, ma non potrebbe essere altrimenti: come in precedenza, Nastanovich, Malkmus e un redivivo Steve West ai tamburi tingono di Pavement episodi come How Can I Love You If You Won’t Lie Down (amarcord di Starlite Walker), The Poor, The Fair & The Good e Farmer’s Hotel (entrambe infiorettate da un Malkmus in stato di grazia); dal canto loro Sleeping Is The Only Love e I’m Getting Back Into Getting Back Into You (con uno squisito cameo di Bobby Bare Jr.) sono ballate che ci restituiscono il Berman di un tempo, anche se la conclusiva There Is A Place mette definitivamente in chiaro che il passato è solo un ricordo. Forse resta un po’ di rimpianto da parte nostra, ma, come ci ha detto lo stesso DCB: “Voglio solo che ci sia un futuro. Non voglio che questa vita finisca”. E a noi tutto sommato va benissimo così.

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